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di Federica Mammina

Questa foto ha fatto il giro del mondo. Migliaia e migliaia di persone, diverse per nazionalità, sesso, età, cultura e religione si sono unite, prima per raccogliere i soldi per aiutare i genitori del piccolo Charlie nel tentativo di curarlo negli Stati Uniti, e poi per chiedere a gran voce che si facesse di tutto per salvarlo. La storia, il cui esito è purtroppo noto a tutti, ha davvero scosso le coscienze e toccato i cuori. Sarebbero molti gli aspetti sui quali soffermarsi. Ma confesso che una cosa sulla quale mi sono interrogata a lungo è stata l’utilizzo ripetuto dell’espressione “qualità della vita”. Da più parti infatti, medici e giudici in primis, si è affermato che qualora questa qualità risulti essere troppo bassa, la vita diventi poco dignitosa, fino al punto di considerarla non più meritevole di essere vissuta. Esiste per alcune persone uno standard di vita al di sotto del quale non si può scendere per poter considerare un’esistenza degna di proseguire fino alla sua conclusione naturale. Io non giudico chi condivide ciò, ogni posizione va rispettata perché sono molti gli aspetti che possono entrare in gioco in circostanze come questa: la propria considerazione della vita, della morte, della sofferenza, le proprie convinzioni religiose, il proprio vissuto e il legame con la persona in questione. Tutti strettamente personali.
Ma quante volte abbiamo visto e sentito storie di bambini, di persone che, gravemente menomate o malate, mostrano un insospettabile attaccamento alla vita e con impegno e tenacia hanno loro stessi migliorato, anche di molto, quella qualità della vita che li faceva considerare senza speranza? Ogni storia è diversa si sa, va valutata a sé, e in ambiti così difficili non esiste una regola valevole per tutti. Solo un dubbio su cui riflettere: la paura è che sempre più la scelta tra la vita e la morte diventi un calcolo costi-benefici.

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