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Vaccini sì, vaccini no: se ne parla a Internazionale

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Vaccini sì, vaccini no: se ne parla a Internazionale

Il filo conduttore di questa undicesima edizione di Internazionale a Ferrara è la prospettiva, per guardare e informare dalla giusta distanza (ammesso che ne esista una o solo una).
Proprio da qui è partito il gettonatissimo incontro ‘Il doppio peso dei vaccini’: sabato pomeriggio i posti della Sala dei Comuni del Castello Estense erano già esauriti dalle persone in coda fin da un’ora prima dell’inizio.
Come giustamente ha affermato Ilaria Sotis, giornalista di Rai Radio1 e moderatrice del seminario, il tema dei vaccini divide subito almeno in due categorie, a seconda della prospettiva dalla quale lo si guarda: nei paesi in via di sviluppo c’è una sempre maggiore richiesta di accesso, in occidente al contrario cresce la diffidenza. I vaccini dividono però anche da un altro punto di vista: a seconda che in ballo ci sia la salute pubblica delle popolazioni oppure i profitti delle multinazionali dell’industria farmaceutica.

Una cosa è certa: da qualunque parte lo si guardi il peso di questo settore è importante. Il mercato dei vaccini vale 20 miliardi di euro e il nostro sistema sanitario nazionale investe in vaccini circa 300 milioni. Eppure nel mondo 19 milioni di bambini non accedono ai vaccini e un milione e mezzo di persone muore perché non è stato vaccinato.
“Nei paesi in via di sviluppo un bambino su cinque non è vaccinato”, ha spiegato Rohit Malpani di Medici senza frontiere, “il nostro obiettivo è l’immunizzazione universale”. Secondo Malpani ci sono tre problemi strutturali. I vaccini “non sono accessibili economicamente” per esempio perché non coperti dal sistema sanitario nazionale; “non sono adatti alle condizioni nelle quali operiamo”, perché in molti paesi manca l’elettricità e non li si può conservare correttamente rispettando la catena del freddo; “non esistono vaccini per le patologie che affliggono persone povere in paesi poveri perché le industrie farmaceutiche non ci vedono profitti”.

Ma i vaccini e più in generale i farmaci, che sono necessari per la salute, possono essere considerati alla stregua di qualsiasi altro bene di consumo? Secondo l’economista canadese William Lazonick non è così, perché “c’è un interesse pubblico” ed ecco perché esistono istituzioni sanitarie pubbliche, non ci si deve rassegnare all’idea che “le cure sanitarie siano un prodotto che ci si può o non ci si può permettere”: le cure sono “un diritto”. A suo parere il problema è la “finanziarizzazione delle industrie farmaceutiche”. “I profitti non dovrebbero essere il fine ultimo, ma un mezzo per reinvestire in ricerca e sviluppo e creare così nuovi farmaci migliori e a prezzo più accessibile”; il problema è che “i profitti sono degli azionisti, gli utili vengono perciò redistribuiti fra di loro e non reinvestiti”.
Nel decennio 2006-2016, continua Lazonick, “tra le cinquecento più grandi industrie quotate in borsa censite da Standard and Poor’s diciotto facevano parte del settore farmaceutico per un fatturato totale, sempre in questi dieci anni, di 525 milioni di dollari: 516 di questi sono stati redistribuiti agli azionisti”. Quanto rimane per ricerca e sviluppo? A voi lettori la risposta.
E non è finita qui: secondo un suo studio “nel 2005 trentacinque alti dirigenti di aziende del settore farmaceutico guadagnavano mediamente 35 milioni di dollari”, una retribuzione “strettamente legata alle performance delle azioni di quelle aziende”.

Secondo Luca Arnaudo, dell’Antitrust, in un settore ad alti investimenti come quello farmaceutico “la tendenza all’oligopolio è naturale”. In questo contesto la fortuna dell’Italia, a suo parere, è “la fantastica situazione di trasparenza. Siamo l’unico paese in Europa nel quale tutti i risultati delle gare d’appalto per le forniture sono disponibili e pubblici”: “abbiamo una grande disponibilità di dati”, quello che manca è l’uniformità. Venendo al tema del nuovo piano di vaccinazione, che ha scaldato il dibattito italiano in questi ultimi mesi, Arnaudo premette che l’Antitrust “non se ne deve occupare”, essendo una “questione di politica sanitaria” e non di concorrenza. Ammette però che “qualsiasi politica sanitaria ha una ricaduta sul settore farmaceutico”: “se un vaccino viene inserito in un piano vaccinale nazionale, questa per l’azienda è una garanzia di acquisto perciò non c’è incentivo ad abbassare il prezzo”.

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