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Parsons Dance invade il Teatro Claudio Abbado

di Monica Pavani

Invadono il palco come meteore, i danzatori della compagnia americana Parsons Dance – protagonisti di un entusiasmante appuntamento della stagione di danza del Comunale – e lo lasciano in preda a una specie di febbre, di energia scoppiettante e vulcanica. L’abilità acrobatica e la predominanza della musica quale motore del movimento sono due degli ingredienti che mandano il pubblico in visibilio – anche in modo sconsiderato, visto che gli applausi spesso e volentieri partono a ritmo fastidiosamente televisivo. Gli otto ballerini in scena vanno puntualmente a costituire un insieme molto più corposo del loro numero effettivo, tanta è la sincronizzazione e la fluidità di quanto vanno a comporre una coreografia dopo l’altra.

A detta dello stesso David Parsons, fondatore della compagnia nel 1985, il suo obbiettivo artistico è quello di far sì che più persone possibile possano sperimentare la meraviglia della danza. E indubbiamente il godimento estetico non può non colpire l’occhio dello spettatore, che viene avvolto da un turbine di suoni e di gesti caratterizzati da una fluidità estrema. E tuttavia, lo spettacolo nel suo complesso poteva colpire per un curioso paradosso temporale. Il massimo sperimentalismo è sembrato infatti scaturire dal pezzo più datato, ‘Caught‘, del 1982, dove la danza della bravissima Zoey Anderson (un tempo eseguita dallo stesso David Parsons): la danza diventa volo con le ali spezzate da un incantatorio gioco di luci stroboscopiche nel cielo sonoro della chitarra di Robert Fripp, chitarrista del gruppo rock inglese King Crimson. Fra una comparsa e l’altra nella luce ‘normale’ del palco, la danzatrice si dissolve nel buio intermittente e in esso sembra sfidare le leggi della fisica: resta sospesa in aria, cammina con i piedi sollevati come se galleggiasse sull’acqua, sfreccia da un lato all’altro del palco al pari di un semplice e sottilissimo raggio di luce. Per poi tornare ferma in piedi, davanti al pubblico, custode di una sorta di ineffabile segreto metafisico. È questa la creazione della serata dove la danza più si tramuta in poesia, e il corpo si smaterializza in un sogno ad occhi aperti.

Grande fascino teatrale viene sprigionato anche da ‘Hand Dance‘, del 2003, dove solo le mani dei ballerini si stagliano nel buio come tante sineddoche coreografiche: i singoli arti infatti rimandano al tutto dei corpi che non si vedono, in un ambiguo – anche qui – esserci e poi solo alludere a se stessi che risulta estremamente suggestivo e a tratti piacevolmente fumettistico. Meno ispirati sono tutto sommato i due brani che sono stati presentati in prima europea, ‘Eight Women‘ e ‘Microburst‘. Un po’ perché la bravura dei danzatori diventa un po’ di maniera e i costumi datati ricordano le atmosfere patinate dei musical anni Ottanta, e un po’ perché risultano mancanti di un dirompente nucleo creativo che induca lo spettatore al rapimento. Più interessante invece l’idea alla base di ‘Round My World‘, del 2012, che costruisce tutto il disegno coreografico attorno alla figura del cerchio. Piccolo quello degli individui che però entrando in contatto raddoppiano e arrivano alla vastità connettendosi con la rotondità del pianeta terra, o della luna e del sole. Una forma circoscritta che per incanto diviene vastità.

Certo, a tratti l’entusiasmo della visione cede al desiderio di avere accesso a un mondo più soffuso e profondamente toccante come quello che ha saputo inventare Pina Bausch. Ma la coreografa tedesca non è passata di qui, da queste strade battute dalla Parsons Dance Company, e forse è fuori luogo evocarla in questo contesto. Se non fosse che certe anime per loro natura si rendono indimenticabili, e non smettono di ossessionare anche quando ci si trova ad anni luce di distanza dal loro universo (e a un quasi decennale dalla loro scomparsa).

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