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26 maggio: l’occasione per scegliere l’Europa che vogliamo

C’è qualcosa che non quadra nel ragionamento secondo cui, per esempio, sul tema migranti l’Europa non funziona e quindi occorre fare da soli.
Che l’Ue non stia funzionando non ci sono dubbi, ma il problema è che questa è competenza degli Stati nazionali, non dell’unione. In termini istituzionali, significa che è materia del Consiglio europeo, dove si riuniscono i ministri dei vari paesi (nel quale, a quanto pare, la sedia italiana è spesso vuota), non della Commissione.

Se questo è vero, vuol dire che i risultati sulla questione migratoria sono deludenti non perché c’è l’Europa, ma perché non c’è. Perché da troppo tempo la sua architettura continua a rimanere un’incompiuta, fra un assetto intergovernativo e uno federale (dal latino foedus che significa patto, accordo, legame).
Di conseguenza, sarebbe logico aspettarsi che ministri e governi facessero il possibile perché l’Unione europea riuscisse a governare un tema che è già fra quelli dirimenti di un’epoca. E invece, assistiamo alla politica dei confini, dei porti chiusi e del filo spinato, nel nome della difesa degli interessi nazionali.
La stessa dei partiti che per le elezioni del 26 maggio promettono, in caso di vittoria, di cambiare quest’Europa, smantellando le rigide regole dei burocrati di Bruxelles imposte contro la volontà delle nazioni.

È lo schema populista su scala internazionale, che indica nell’establishment economico, finanziario e bancario, il grumo di potere da abbattere per disintermediare l’Europa dei popoli, finalmente liberi da vincoli e parametri assurdi, che ne inibiscono sviluppo e prosperità.
Un verbo martellato da anni nelle sinapsi delle opinioni pubbliche, come sta tramando, per esempio, l’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, che non è chiaro quanto sia stato licenziato da Trump, oppure inviato sull’altra sponda dell’Atlantico perché, al netto dell’effettiva influenza, a Washington farebbe comodo un’Europa divisa, cioè un concorrente in meno nella guerra della competizione globale. Interesse peraltro non lontano dai disegni russi e cinesi.

E così il fiume dell’interesse nazionale è ingrossato dagli affluenti del pensiero sovranista, suprematista, illiberale, xenofobo e da un tradizionalismo rinvigorito su base culturale, nostalgica e persino religiosa. Lo slogan “Prima i nostri” miete consensi elettorali ed è declinato fino a distillare le purezze etniche più locali e perciò escludenti.
In piena campagna elettorale il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha chiuso fra gli applausi il recente comizio ferrarese ricordando di non voler vivere in un’Europa ridotta a un califfato islamico, come se fosse davvero un pericolo imminente.
Un’italianità da difendere persino sulle tavole, ha ammonito, dimenticando che persino l’agricoltura tricolore da sola esclude l’autosufficienza alimentare.

Ma davvero è così che si difende l’interesse nazionale?
Sul fatto che sia una menzogna è stato chiaro Massimo Cacciari, intervenuto lo scorso 25 aprile a Monte Sole (lo si può ascoltare per intero su youtube).
Nel 1929 l’Europa delle rivalità nazionali non fu in grado di gestire le conseguenze della grande crisi. Tre anni dopo Hitler era al potere in Germania.
Antonio Gramsci fu di una lucidità purtroppo inascoltata: senza un governo razionale delle gravi conseguenze economiche e sociali prodotte dalla crisi – disse in sostanza – esploderanno movimenti di masse ingovernabili, nebulose passioni, odi e risentimenti, che finiranno per travolgere le istituzioni democratiche.
È vero che la storia non si ripete identica, ma se non si affrontano le cause delle crisi che purtroppo si ripetono, effetti simili possono ancora succedere.

Non sarà un’ennesima insensata guerra a ripresentarsi, ma se non si capiscono le cause anche della tremenda crisi che dal 2008 produce disuguaglianze economiche e distanze sociali spaventose, facili prede delle astute macchine della paura, le istituzioni democratiche possono essere ugualmente in pericolo.

Dalle macerie della Seconda guerra mondiale gli europei, consapevoli della responsabilità di avere per due volte incendiato il mondo nel Novecento, condivisero che il modo migliore per difendere i propri interessi non era continuare a cavalcare spirito competitivo, rivalità e inimicizie fra gli stati, in una lotta senza fine per la supremazia, ma stringere un patto di amicizia. Un’intuizione tuttora attuale e accresciuta in un mondo nel frattempo in preda al disordine, nel quale è semplicemente insensato il solo pensare che i singoli stati nazionali possano da soli reggere il confronto con i nuovi perimetri imperiali.

Per questo la carta dell’unità europea è la sola giocabile in un tale scenario globale, nella consapevolezza che l’identità non può fondarsi su base etnica, ma sulla legge comune. “È la convergenza giuridica che genera il senso di comunità”, scrive Ulrike Guérot (Il Mulino 1/2019), che per non restare sul piano astratto fa gli esempi del diritto di voto, delle leggi tributarie e dei diritti sociali.
O le istituzioni democratiche si difendono perché l’Europa riscopre la propria vocazione-missione, pagata storicamente a caro prezzo, di essere spazio comune di uno stato di diritto basato sulla giustizia, oppure bisogna prepararsi a nuove possibili catastrofi i cui germi sono già in circolo.
Se solo si prestasse ascolto, lo stanno dicendo con sorprendente lucidità gli adolescenti a un mondo adulto che ha perso credibilità e affidabilità.
Lo sta facendo la svedese Greta Thunberg che con il grido d’allarme per le sorti del pianeta avverte i grandi: “Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece state rubando loro il futuro”. Lo ha fatto Rahmi, il ragazzo 14enne di origini egiziane della scuola Margherita Hack di San Donato, che lo scorso marzo ha salvato compagni e docenti chiamando il 112 perché l’autista stava dando alle fiamme il pullman sul quale stavano viaggiando: “L’ho fatto per salvare i miei compagni”, ha detto nella sua disarmante semplicità, mentre la politica litiga su chi abbia diritto di cittadinanza in Italia.
Lo ha fatto Simone, il ragazzo di Torre Maura che dice “Non me sta bene che no”, in mezzo alle proteste di Casa Pound contro l’ospitalità dei Rom, nel quartiere della periferia romana.

E lo fa Zain Al Rafeea, il ragazzino protagonista di ‘Cafarnao – caos e miracoli’, lo stupefacente film di Nadine Labaki, giustamente premiato a Cannes nel 2018. È il commovente miracolo dell’infanzia che non si stanca di gridare il proprio diritto di essere uomo in un mondo (la citazione evangelica di Cafarnao, il villaggio che Gesù ha maledetto perché non ascolta i suoi insegnamenti), in cui gli adulti hanno brutalmente ceduto al mercimonio e al più brutale, disperato e degradato smottamento della vita umana.
Zain, nella vita reale spinto dalla guerra in Siria a trasferirsi con la famiglia in Libano e vittima di violenze e soprusi inimmaginabili ai margini della periferia di Beirut, ora vive e frequenta la scuola in Norvegia.
Un piccolo segno di riscatto di cui la vecchia Europa, nonostante tutto, è ancora capace, come spazio comune di diritti e di giustizia.

Il 26 maggio è ancora l’occasione per farlo, nel nostro stesso interesse nazionale.

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