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“3 regine, 2 re, un trono”: sul palco di Teatro Off tra gioco e politica

3 re 2 regine 1 trono

Io sono la sola
Che tu possa amare…
Sono come tu mi vuoi.

(Mina, “Come tu mi vuoi”)

Prendete un gruppo di bambini e bambine che giocano a fare l’utopico Alessandro Magno, il megalomane Luigi XIV, l’enigmatico Ludovico II di Baviera, il matto Caligola, il sognatore Marco Aurelio. Lasciateli liberi in uno spazio che, trasformato da appendiabiti stipati di piume e velluto, cibarie ipercaloriche, libri e mobilia assortita, diventa uno strambo reame in cui regine e re governano a turno, adattandolo di volta in volta alla propria – stravagante – personalità e bramando un trono che resta quasi sempre vuoto nonostante tutto.
E’ “3 regine, 2 re, 1 trono”, spettacolo basato su una serie di improvvisazioni, frutto di un laboratorio teatrale per ragazzi e diretto da Giulio Costa. Nonostante sia dedicato a bambini dai 6 anni in su, si presta agilmente a vari livelli di lettura. L’ultima occasione per assistervi è sabato 5 marzo alle 17.30, nello spazio teatrale di Ferrara Off in via Alfonso I d’Este.

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La locandina dello spettacolo

Una altezzosa regina-elfo (Matilde Buzzoni) attira sudditi alla guisa di topi, suonando un piffero magico, e li tiranneggia mostrando con sufficienza quello che si aspetta da loro senza mai sentirsi degnamente compresa né servita. Un propositivo, ingenuo ‘wanna-be man’ (Giacomo Vaccari) spende energie e parole per tentare di raccogliere idee, denaro e propositi, e fondare un giorno l’agognato regno di Marronia in cui tutto – a parte le sue arrotate consonanti – è marrone. Una vanitosa regina-Cleopatra con smanie da attrice protagonista (Sofia Chioatto) riempie il vuoto della propria interiorità facendosi agghindare con orpelli dagli indaffarati sudditi e recitando magniloquenti monologhi, una dispensa vuota che si barrica dietro a confezioni di pelati scaduti e ammuffiti. Un re divorato (e divoratore) dagli istinti di cibo e guerra (Michele Graldi) mette le donne a servire, mentre lui riempie il proprio ego guerrafondaio e insaziabile ingozzandosi di pop corn e cingendo il reale collo di una salama, triviale simbolo di potere. Una pavida e titubante regina (Penelope Volinia) riesce ad assaporare la visione di un reame solo attraverso la lettura di un libro, la cui trama viene puntualmente disattesa dalle interpretazioni approssimative e meccaniche dei suoi sudditi volonterosi, ma incapaci di mettere in scena le parole che lei recita.

È un gioco di ruolo tra bambini e un mosaico di adulti, in cui un gruppo di ragazzi si alternano nel governo di un regno fatto a loro immagine e somiglianza, realizzando i capricci più (e meno) nascosti di ognuno, tirando fuori vizi e insoddisfazioni personali che sfogano sui sudditi, ma anche fantastiche proiezioni di una volontà di potenza comica e intensa che rivela onirismo, ingenuità, schiettezza.
Somiglia a, ed è, una recita di bambini che giocano a fare i re e di adulti che giocano a comandare. Attuale e tragicomico, fortuitamente interrotto, come ogni gioco che il tardo pomeriggio lascia lo spazio alla vita reale. Re e regine, ognuno dei quali identificato dal colore delle rispettive magliette indossate alla rovescia, si alternano nella rappresentazione di Costa, nata alla rovescia come i personaggi che la interpretano: volere qualcosa a propria immagine e somiglianza, detronizzati da una sedia che, sul palco come purtroppo nella realtà di oggi, attrae più per i suoi privilegi che per il senso di onore e responsabilità che incarna.
Persi in sogni di grandezza e voglie frivole che ricordano gli adulti infantili di oggi, sono sovrani senza vestiti, ma che possono giustificarsi perché, al termine della recita, sparecchiano da bravi bambini le esagerazioni, lo sporco, la devastazione che i loro giochi hanno causato, strappando sane risate e riflessioni dolci e amare. Al contrario dei loro alter ego reali e con parecchi anni in più, simbolo vivente di frustrazioni, insuccessi, manie, inarrivabili successi.

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