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“Futurizzare” un neologismo che dovremmo praticare

CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Futurizzare” un neologismo che dovremmo praticare

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Se la mia città fosse in vendita la comprerei? Beh certamente sì, sempre se me lo potessi permettere. Ma è evidente che la domanda in sé è una provocazione. In realtà cela un invito più insidioso. Fai il bilancio dei pro e dei contro e poi decidi, naturalmente al netto degli affetti.
C’è un’altra logica, un valore emergente: il rinnovamento della città, la sua capacità di guardare avanti, l’intelligenza di cambiare prospettiva, anzi di andare oltre la prospettiva e guardare al futuro. L’ansia, l’apnea, non è che ci manca il respiro, ci manca il futuro. Si ha l’impressione di avere sempre gli occhi sui piedi, di essere avvoltolati nel presente continuo, dell’essere dove siamo ora, del siamo arrivati qui. Che immagine ha il futuro nel nostro cervello?
La cultura, la conoscenza, l’apprendere sono questo, questo procedere continuo, cambiando prospettiva, con diverse sequenze di futuro. C’è un grande spazio tra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo, è il grande oceano della conoscenza da navigare. Uno spazio ricco di opportunità. Ma dove indirizzare la rotta? I viaggi possono essere andate come ritorni. Occorre assumere una prospettiva longitudinale, il nostro meridiano di riferimento passa per la città della conoscenza. Sì, perché la città della conoscenza è sulle rotte che portano al futuro, quello che non è più “quello di una volta”, secondo il celebre aforismo di Paul Valéry.

“Futurizzare” è una parola che non esiste, ma potrebbe essere un bel neologismo, un neologismo di cui abbiamo bisogno più che mai: significa capacità di pensare il futuro. Il capitale intellettuale ha senso se è in grado di pensare il futuro, ci si attrezza oggi per la vendemmia di domani. “Futurizzare” ha lo sguardo alto, in avanti.
Dovremmo “futurizzare” la nostra città, metterci tutti insieme a pensare la nostra città non da qui a cinquant’anni, ma da qui a dieci, quindici. Un luogo dove cambia l’urbanesimo, l’urbanistica o l’urbanità? Io sono per l’urbanità, non intesa nel senso della cortesia dei modi, neppure della buona creanza, ma di come si vive il tessuto urbano, come si abita la città da ‘uti cives’, in qualità di cittadini. Un modo dell’abitare la città e il suo territorio mutato. Come si insedia un abitare forte, non marginale, come si intesse un tessuto urbano umano, capace di ricomporre ciò che è frammentato, capace di promettere non un progetto di edilizia urbana, ma un progetto di coesistenza urbana.

Il successo e il futuro di una città sono il suo capitale umano. Il rinnovamento dello sguardo di una città è l’interesse, l’attenzione, la cura al suo capitale umano. Allora capirete perché la città della conoscenza. La cura per l’intelligenza e i saperi di chi la abita. Perché più questi crescono e si sviluppano più bello sarà starci, viverci, crescerci per chi la abita e per gli altri. Questo più bello è quello che vorremmo da qui a dieci, quindici anni.
Ma bisogna partire da subito a curare il sapere e l’istruzione, intanto delle giovani generazioni, perché sono risorse che dovremmo preparare non per regalarle agli altri, ma per noi, per la ricchezza della nostra città, del nostro vivere insieme, sociale, culturale economico. Non siamo forse orgogliosi quando uno di noi, della nostra città si afferma altrove, rende onore alla nostra città? Ma dovremmo anche essere preoccupati di non averlo compreso prima, di non essere riusciti a trattenere per noi quella risorsa, quella ricchezza. Non certo per chiuderci al nostro interno, ma per meglio aprirci all’andare e venire di un mondo sempre più oltre i luoghi.

La città della conoscenza è questo, la città che cresce e attrae creatività e talenti, fucina di cultura per chi con la cultura e per la cultura lavora. Non è che tutte le città devono diventare Bangalore o Silicon Valley, ma investire sugli apprendimenti e sui saperi dei loro abitanti è un obbligo perché la democrazia sia tale nel secolo della conoscenza, nel secolo che nella conoscenza ha la chiave della sua economia e del suo sviluppo: investire sui cervelli, sulle intelligenze è ormai un imperativo categorico.
Non si può più essere trascurati su questo, lasciare andare, non essere attenti ed esigenti, essere distratti. Il rapporto tra abilità urbane e produttività urbana è un ingrediente fondamentale del nostro tempo che vive di competenze, perché profitti e conoscenza sono inscindibili. La correlazione tra istruzione e pil, gli economisti la chiamano estrinsecazione del capitale umano: gli individui diventano tanto più produttivi quanto più lavorano intorno ad altri individui molto preparati.

Basterebbe legare a un filo comune le tante luci che ogni giorno si accendono nella città come occasioni di sapere, di apprendimento, di conoscenze nuove per tutti, non solo per quelli che ne sono i promotori e i destinatari, basterebbe nutrire una simile consapevolezza per comprendere come le idee fluiscono da una persona all’altra, da un luogo all’altro, come è nella natura umana apprendere dagli altri umani, come sia logico che impariamo di più quando ci sono altre persone intorno a noi. Ecco come la città consente la collaborazione, in particolare modo la produzione congiunta della conoscenza che è la creazione più importante dell’umanità.
Questi sono i nodi virtuosi che tengono insieme la rete della città della conoscenza, di una città che fonda la sua crescita sull’apprendimento il più possibile diffuso, il più possibile patrimonio a disposizione di tutti i suoi abitanti, dove ogni luogo e iniziativa hanno come missione fornire informazioni, saperi, apprendimenti, competenze, essere servizio dal punto di vista dell’apprendere, della consapevolezza, condizione prima per poter dire di abitare la città della conoscenza.

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