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70 anni fa l’alluvione nel Polesine – Lettera di Stefano Calderoni

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70 anni fa, il 14 novembre 1951, iniziò l’alluvione del Polesine. Fu causata dall’esondazione del Po nella provincia di Rovigo ed è considerata tra i peggiori disastri idrogeologici della recente storia d’Italia. Vi furono ben tre rotte degli argini e la terra si trasformò in acqua e fango, trascinando con sé le vite di quasi cento persone e costringendo altre migliaia, soprattutto contadini, alla fuga.
Gli effetti della tragedia che colpì il Veneto si misurarono anche negli anni a seguire, visto che molti cittadini decisero di emigrare e, a distanza di dieci anni, furono ben 100mila i polesani che scelsero di abbandonarono le proprie abitazioni. Saggio e prudente sarebbe stato mantenere una distanza di sicurezza dall’alveo dei fiumi e dei torrenti per mettere al riparo vita e beni dalle alluvioni che si verificavano e si verificano a intervalli irregolari e imprevedibili in molte zone del nostro Paese. Ma la fame del territorio e l’arrogante disprezzo per la forza della natura hanno portato gli uomini a costruire in situazioni incredibili, con l’assurda presunzione che non si sarebbe mai ripetuto quanto la storia ha testimoniato nel tempo.
Ricordare, a distanza di decenni, quell’alluvione ci permette di riflettere sulle gravi inadempienze e ritardi che sconta il nostro paese su temi strategici come rischio idrogeologico e la difesa del suolo. Se un fiume esonda e allaga un territorio, provocando lutti, danni e disperazione, non bisogna prendersela con la Natura o con il Destino: i torrenti, i ruscelli e i fiumi hanno una funzione insostituibile ma spesso, troppo spesso, abbiamo tentato di ridisegnarne il loro corso in funzione di necessità puramente antropiche. Va inoltre considerato che i devastanti effetti dei cambiamenti climatici sottopongono i nostri territori a rischi sempre maggiori.
Oggi, infatti, lo scenario dell’emergenza climatica in Italia è angosciante. Un miliardo di euro annui sono i danni da calamità alle nostre produzioni agricole. Il 30% del territorio –  vale a dire 3341 comuni, 7 milioni e mezzo di abitanti, quasi 700 mila imprese e ben 2,5 milioni di lavoratori – è a elevato rischio frane e alluvioni. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a quasi 1000 eventi estremi che hanno fatto 250 vittime e quasi 50000 mila sfollati, numeri da emergenza che debbono spingere il paese ad investire in un grande piano di messa in sicurezza del nostro territorio.
L’occasione che arriva dal PNRR –  Piano di Ripresa e Resilienza è unica e va sfruttata per la conversione ecologica, il sostegno all’economia ma anche per rifare le fondamenta della nostra casa comune attraverso la messa in sicurezza del territorio. La difesa del suolo potrebbe portare a oltre mezzo milione di posti di lavoro e far risparmiare ogni anno al paese circa 7 miliardi di danni da calamità naturali.
Queste necessità sono tanto più importanti per la nostra provincia dove la combinazione di subsidenza ed eustatismo marino rischiano di determinare nei prossimi 70-80 anni – scenari di rischio alla mano – l’ingressione del mare di oltre 30 km dalla linea di costa.
Per questo serve una politica, per dirla alla Calamandrei, che abbia una visione presbite e che investa con coraggio in quella che dovrà necessariamente essere la più grande opera di difesa del suolo che il paese abbia conosciuto. Non possiamo pensare di dar vita ad un piano di crescita produttiva del nostro paese se prima non abbiamo costruito le condizioni che garantiscano la sicurezza e il futuro di famiglie, lavoratori ed imprese.
Ricordare i tragici fatti di 70 anni fa rappresenta un dovere morale, una responsabilità affinché la testimonianza degli errori del nostro passato possa rammentarci di non ripetere gli stessi passi.

Stefano Calderoni
Presidente del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara

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