Home > IL QUOTIDIANO > Al bar Ghepardi si gioca a scacchi
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Oggi al bar Ghepardi c’è un torneo di Scala Quaranta. Si gioca con le carte francesi e viene eliminato chi paga centocinquantuno. Lo zio Giovanni è bravo, esperto di carte e vince spesso, anche se il gioco in cui eccelle è gli Scacchi. Anni fa ha vinto alcuni tornei importanti. Ora ha settantatre anni e dice che i suoi riflessi cominciano un po’ a rallentare, anche se continua ad essere un ottimo giocatore.
Il modo in cui lo zio Giovanni guarda gli scacchi mi ha sempre affascinato. Non so come faccia,  ma fissa la Torre (uno dei “pezzi” con cui si gioca)  con una tale intensità che sembra che stia osservando l’arrivo di Faramir, con il suo intero esercito, ad assediare la Torre per liberare la principessa. Faramir è un personaggio di Arda, l’universo immaginario fantasy, creato dallo scrittore inglese J.R.R.Tolkien nel  Signore degli Anelli.  E’ il figlio minore del sovrintendente di Gondor, Denethor nonché fratello di Boromir e Capitano dei Ramingho dell’ithilien.
Lo sguardo dello zio mentre guarda i “pezzi” degli scacchi  sembra proprio un tramite verso un mondo fantasy dove le pedine sulla scacchiera sono le assolute protagoniste della saga.

Altre volte, invece della Torre, guarda la Regina (altro “pezzo” del gioco) con molta devozione, oppure il Cavallo con curiosità e stupore visto che è il più bizzarro e maldestro dei personaggi degli scacchi. Quel gioco ha qualcosa di tremendo e difficile,  si va avanti per ore, si fanno continue ipotesi sulle mosse proprie e degli avversari e, chi ha una più acuta capacità previsionale e riesce ad intuire con anticipo quali saranno le mosse dell’avversario, vince. E’ un gioco complicato che prevede molta concentrazione, conoscenza di schemi logici, capacità di anticipare le mosse dell’avversario, un grande senso tattico e anche un po’ di fortuna. Davvero un gioco con la “G” maiuscola e davvero bravi i giocatori del bar Ghepardi che, istruiti dallo zio Giovanni, sono diventatati i migliori giocatori di Cremantello.
Quando si gioca tutti tacciono, non sono ammessi commenti, si può solo guardare la partita in assoluto silenzio. Come tutte le regole, anche quelle del Gioco degli scacchi del bar Ghepardi, hanno alcune eccezioni. Ad esempio ogni tanto Costantino può sospirare, oppure può sbarrare gli occhi quando non capisce cosa stia succedendo. Oppure può fare qualche flebile fischio, o spostare il peso da un gamba all’altra. Queste sono le uniche varianti concesse al mutismo e all’immobilità che regna nel bar degli zii durante le partite.

Spesso i bravi giocatori di scacchi sono molto giovani. Serve un cervello molto agile e veloce per fare “scacco matto”. Il più giovane “Grande Maestro” della storia degli scacchi, è stato l’ucraino Sergej Karjakin che all’età di dodici anni e sette mesi divenne, nel 2002, Gran Maestro. Ma anche i campioni che hanno detenuto lo stesso record precedentemente sono tutti giovanissimi: Bu Xiangzhi  (13 anni e 13 giorni), Ruslan Ponomarëv (14 anni e 17 giorni), Etienne Bacrot (14 anni  e  2  mesi), Pèter Léko (14 anni, 4 mesi e 22 giorni), Judit Polgàr (15 anni, 4 mesi e 28 giorni), Bobby Fischer (15 anni e 6 mesi). In campo femminile il primato spetta alla cinese Hou Yifan, che nel 2008 divenne “Grande Maestro assoluto” all’età di 14 anni e 6 mesi. L’età di questi eccellenti scacchisti stupisce. Si diventa  grandi giocatori giovanissimi, intorno ai quattordici  anni. Si vede la loro eccezionalità già durante l’adolescenza e poi li si vede proseguire sulla stessa strada stellata.

L’articolo “Developing Young Chess Masters: What are the Best Moves?” di Kiewra e O’Connor presenta un approfondito studio su questi giovani campioni confermando che il duro lavoro ed un ambiente favorevole sono requisiti necessari per formare un genio degli scacchi.
Riferendosi a giovani maestri, gli autori constatano che “Questi ragazzi, in media, giocano a scacchi circa venti ore a settimana per circa dieci anni per raggiungere il livello di maestro. Anche se sono naturalmente dotati, è comunque necessario un impegno di circa diecimila ore per realizzare questo talento“.
Praticare in solitaria non è sufficiente, occorre un ambiente favorevole per raggiungere ottimi risultati. L’articolo inoltre ipotizza che l’investimento finanziario, necessario per allevare piccoli geni della scacchiera a quadri, sia notevole: “Molti genitori hanno speso tra i $5000 e $10000 annuali per le lezioni, i tornei, i viaggi e i materiali“. Inoltre i giovani maestri hanno “lavorato” con giocatori “di livello elevato” per diversi anni.
Non credo che allo zio Giovanni piaccia tutto questo addestramento da “piccoli mostri”. Credo che continui a considerare gli Scacchi un gioco, un divertimento, un modo per passare del tempo impegnando in maniera costruttiva il cervello. Questi super allenamenti da enfant prodige fanno un po’ orrore, non sembrano adatti a dei bambini, non sembrano rispettosi della loro età e della loro cognizione del mondo,  del loro desiderio di divertirsi.

Una volta Bella, dopo molti tentativi, è riuscita a battere lo Zio, le ci sono voluti  anni di esercizi e centinaia di partite perse. Quando si è resa conto dell’impresa portata a termine,  è quasi svenuta dalla gioia. Le persone presenti si sono spaventate. La ragazza sembrava morta d’infarto dopo aver vinto la partita. In realtà, nel giro di poco tempo, Bella si è ripresa ed è apparsa stupefatta di quello che era riuscita a fare. Non le era mai successo di vincere una partita di scacchi con suo padre. Costantino, dal canto suo, saltava sulla sua unica gamba, e fischiava per la soddisfazione. Si sa che Costantino è un assiduo frequentatore  del bar Ghepardi e un grande estimatore delle mie cugine.
La zia Iris non ha commentato, ma era anche lei contenta dell’accaduto, insomma, in quel pomeriggio al bar Ghepardi, si consumò un vero evento. Lo zio Giovanni perse una delle sue rarissime partite e, tra l’atro, proprio con sua figlia.

Io non riesco a capire fino in fondo il fascino di quei pezzi che si muovono in maniera bizzarra sulla scacchiera a quadri.  Ogni volta che li guardo è come se il mio cervello cercasse un altro gioco, un altro modo di usarli, di farli muovere, suonare, danzare.  Oppure un modo per farne una piramide, un mucchio di mattoncini e, in maniera un po’ macabra e fantasiosa, un plotone di poveri soldati fucilati durante una guerra cruenta. A forza  di architettare soluzioni alternative all’uso di quei pezzi un po’ bianchi e un po’ neri,  a un certo punto ho cominciato a metterli in strane file che non stavano più sulla scacchiera ma che scendevano,  dal tavolo da gioco, come piccole formiche. Come insetti disciplinati si incamminavano lungo il piede del mobile e arrivavano fino a terra, mettendosi tutti in fila come tanti prigionieri appena liberati dal carcere che non sanno dove dirigersi, perché non si ricordano dov’è casa loro, non sanno nemmeno se ne posseggono una da qualche parte. Un’altra cosa che mi piace fare, quando non ci sono tornei in corso, è allineare i pedoni sul vetro del flipper del bar. Il vetro è un po’ in pendenza e luccica in maniera imprevedibile, a seconda dei raggi di luce che riescono a trafiggete la tenda che sta tra il flipper e la finestra.  Dopo averli sistemati a debita distanza, provo a spingere il primo della fila per vedere se riesco ad innescare una “reazione a catena” in modo che tutti i pedoni si rovescino e l’ultimo cada dal flipper. Ops! Uno spettacolo. Oppure mi è capitato di inventare dei giochi “optical”, mettendo in fila un  pedone nero, uno bianco, poi di novo uno nero e poi di nuovo uno bianco. Una regressione al look anni ’70 molto lontana dall’uso che si fa di solito dei pezzi di questo gioco.

Alla fine, dopo tutte le partite di scacchi viste giocare, dopo tutta quella concentrazione e dopo tutto quel silenzio, ho trovato un’alternativa alle regole consolidate e condivise e mi sono inventata nuovi stratagemmi eversivi. Un bravo giocatore, ligio alle regole, potrebbe inorridire. Ne avrebbe motivo. Comunque un gioco è un gioco, la creatività non va censurata e la possibilità di inventare, reinventare e cambiare il setting  fa parte del divertimento, del migliore dei divertimenti possibili. La  novità porta spesso con sé sorrisi e stupore. A volte, se le si guarda bene, le pedine degli scacchi sembrano tante persone un po’ bianche e un po’ nere. Non c’è razzismo in quel gioco e questo mi piace molto.

I veri giocatori di scacchi sono comunque dei grandi puristi, le regole ufficiali sono quelle scritte e tramandate e non si possono cambiare, la scacchiera è standard e non può essere toccata, il tavolo deve avere la misura giusta, il silenzio deve regnare sovrano.
Penso però che a 14 anni sia meglio correre in bicicletta, coi roller, andare a nuotare, a giocare a tennis e a vedere il cinema all’Oratorio. Gli scacchi stanno comunque là, sulla loro scacchiera  e aspettano. Sono molto pazienti, molto duraturi, immortali. Quando il tempo sarà passato e i ragazzini di oggi  avranno cinquant’anni, i pezzi del gioco  saranno ancora là uguali, in attesa. Un rompicapo intramontabile.
Ciò che invece tramonta in fretta è l’età.


N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

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