1 Aprile 2016

LA SEGNALAZIONE
A Ferrara Off impronte corporee per lasciare traccia delle metamorfosi della vita

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 8 minuti

metamorfosi

Si può fermare la trasformazione, la metamorfosi della vita? Si può fissare in modo artificiale uno stadio o uno stato dell’esistenza, un pensiero, un ricordo? Se sì, quale sceglieremmo e quale significato avrebbe quella traccia?
“Le età della vita. Tracce di metamorfosi” è il progetto di ricerca creativa che Stefano Babboni intraprende per questo aprile 2016 durante la propria residenza artistica nello spazio bianco dell’Associazione Ferrara Off. Un progetto e una ricerca ai quali tutti coloro che lo desiderano sono invitati a partecipare e a dare il proprio contributo, attraverso i laboratori (divisi in fasce d’età) e gli incontri che per un mese circa trasformeranno lo spazio bianco inaugurato a fine 2015 in vero e proprio atelier aperto al pubblico.

moto continuo
moto continuo. 250×220 impronta corporea e fusaggine su cotone anno 2007

Cresciuto “nella patria degli anarchici, ereditandola tutta”, mi dice al telefono sorridendo, dalla sua Carrara si è poi trasferito in Emilia Romagna e vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Stefano è un danzatore classico e contemporaneo e un tanguero, un educatore e un artista visivo: tutti tasselli che si riflettono e si compenetrano l’un l’altro andando a formare il suo processo creativo. Dal 2005 ha iniziato a realizzare quelle che lui definisce “azioni corporee su tele”: un tentativo di ri-appropriarsi di presenze, di fissare la “permanenza”. Stefano stende sulle tele trattate con fondi bianchi smaltati una sostanza chiamata fusaggine, cioè legno di salice carbonizzato. Il corpo poi si adagia a terra lasciando la sua impronta in negativo e successivamente, mediante un procedimento in togliere, vengono asportate alcune tracce o ritoccati alcuni particolari, per creare maggiori contrasti tra zone bianche e zone scure. Terminato questo processo in levare, vengono applicati fissativi.
Il suo lavoro che si muove su diverse soglie, tra tangibile e intangibile, visibile e invisibile, pensiero e materia: è “un lavoro di passaggio tra la vita e la morte, rendere esistenziale la morte come passaggio vitale e non concepirla come una fine, una finitezza, ma anzi come un inizio, come l’infinito della vita. La vita non è fatta di sola materia e io cerco di rendere visibile questo: il passaggio vitale della morte”.
L’ho intervistato alla vigilia dell’inizio di questa nuova avventura a Ferrara Off.

Stefano tu sei artista visivo e danzatore: come si compenetrano i due mondi, i due linguaggi artistici? Cosa c’è della danza nelle tue opere corporee e cosa c’è delle tue opere corporee nella tua danza?
La pittura è quello stadio di conoscenza della fantasia e dell’intelletto, dell’intangibilità da rendere tangibile attraverso l’opera d’arte che rimane nel tempo; invece la danza è l’arte che si compie concretamente attraverso il corpo, la persona e la sua esistenza, per vedere la danza bisogna vedere la persona, l’artista. Nella pittura si vede concretizzato il pensiero dell’artista, non l’artista stesso; nella danza è il contrario: c’è il movimento intangibile che non può essere fermato, che non si fermerà mai, che esiste solamente nel momento in cui il danzatore, corpo reale ed esistente lo crea, poi non esiste più.
Nel mio lavoro cerco di accostare queste due realtà: far vivere insieme il pensiero e il corpo, creando come opera d’arte il corpo stesso attraverso una matrice, non una sua riproduzione attraverso la pittura, e nel momento in cui si compie questa azione corporea diventa danza.

Come sei arrivato a questa tecnica pittorica?
È una tecnica allo stesso tempo antichissima e contemporanea. L’uso della cenere e della povere di legno carbonizzato risale penso ai graffiti rupestri, quando già c’era la necessità di lasciare un segno della propria esistenza. L’altra componente, quella contemporanea, sono le antropometrie di Yves Klein, nelle quali l’artista dipingeva il corpo delle modelle e le adagiava su fogli di carta lunghissimi. Il contributo fondamentale però è stato quello di Giovanni Manfredini, che lavora in togliere: lui annerisce con nerofumo da lampade a petrolio tavole preparate con la perlite e poi crea l’impronta del suo corpo. Io faccio più o meno la stessa cosa, ma lavoro con tele nude e stendo fusaggine, cioè legno arso, realizzando delle sindoni. L’effetto è diverso perché la mia matrice materica è molto più terrosa.

Parliamo di “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”, allo stesso tempo una residenza artistica e un progetto partecipato di creazione…
Oltre che artista, faccio anche l’educatore, quindi per me è importantissimo pormi in relazione con gli altri e mettere la mia opera al servizio degli altri. Ho lavorato con bambini di tutte le età, con i ragazzi delle superiori insegnando danza, con gli adulti ai quali insegno tango. Con questo progetto ho deciso di metterli insieme tutti per poter ognuno raccontare la propria metamorfosi, il proprio stadio di esistenza, e per poterli mettere a confronto fra loro e con il pensiero di ognuno.

I laboratori sono strutturati per età (6/11, 12/20, 21/64, over 65) e ciascuno prevede tre incontri, ci spieghi quale sarà il tuo approccio?
In questi tre giorni proveremo a riconoscere e superare l’illusione, l’illusione che può dare la materia nella sua finitezza, comprendere il fatto che la nostra naturale deformazione è costruire contenitori finiti, quando si parla della società, della materia, ma anche di pensieri e ricordi. Tenteremo di andare oltre l’invenzione.
Il primo giorno gli argomenti di indagine saranno la memoria e la vista, i mezzi saranno il corpo e la scrittura: vedere lo spazio in cui siamo, dare un nome a quello che vediamo e provare attraverso quel nome a richiamare accadimenti fisici o meno nella memoria. Quindi fare una specie di ricostruzione della memoria attraverso la vista e al tempo stesso crearne una, iniziare a immaginare di vivere le stesse azioni che la persona ricorda in quello spazio. I partecipanti possono dire o non dire qual è l’accadimento, ma sono indotti a riprodurlo fisicamente con il corpo e con la scrittura, scrivendo parole per loro significative di quel ricordo, che poi verranno assemblate a creare frasi. Avremo, infatti, due quaderni a disposizione: il primo sarà la tela, impareremo a fare un’imprimitura di una tela, il secondo sarà di carta per fissare pensieri, nomi di ciò che faremo, direzioni di movimento. Ciò che mi preme passi è che anche il pensiero è una cosa concreta.
Il secondo giorno parleremo di possibile e impossibile: andremo a fondo sulla memoria che è diventata un’immagine e proveremo a trasformarla. Nel primo giorno ne avremo vissuto le conseguenze emotive, nel secondo incontro proveremo a risolverla in senso positivo per la persona: cercheremo una strategia di trasformazione emotiva delle parole e dei gesti.
Terzo incontro: nel corpo e nel pensiero il gesto visibile e in permanente. In altre parole l’impronta corporea, che le persone arriveranno a produrre dopo tutto il processo degli incontri precedenti. Avranno la consapevolezza che la traccia che lasciano di sé in realtà non è altro che un’impronta sulla polvere non permanente: noi decidiamo chimicamente di renderla permanente attraverso lacche fissative. Questo sarà un gesto di responsabilità, la persona fisserà permanentemente qualcosa che non si può fissare: la nostra vita. Esiste il gesto corporeo, esiste l’immagine che noi vediamo riflessa nella tela, ma potremmo passarci sopra distruggendola, sarebbe comunque esistita e continuerebbe a esistere nella memoria, ma la necessità di concretizzarla e renderla visibile per più tempo e per gli altri ci porta a doverla fissare con un agente chimico, con un gesto del quale ci si prende la responsabilità. Anche per questo non tutte le immagini verranno fissate, alcune verranno distrutte.
Ti posso anticipare che con i bambini l’esperienza esistenziale sarà ludica, passerà attraverso il gioco, l’invenzione di storie e la scrittura di canzoni, senza contare quanto per loro sia divertente l’imbrattarsi con una tela.

Per finire la domanda forse più difficile o forse la più semplice: cosa cerchi e cosa ti aspetti da questa esperienza?
Cerco conoscenza, il senso del conoscere più che il senso del sapere e, più che aspettarmi qualcosa, spero che lasci alle persone che faranno questa esperienza una possibilità in più di salvarsi, che faccia loro intravedere la possibilità di salvarsi.

A Ferrara Off aprile sarà un mese “In itinere”, nel quale l’associazione aprirà le porte al pubblico e gli offrirà l’occasione di sbirciare dietro le quinte del processo di creazione artistica: non solo con la residenza artistica e i laboratori di Stefano, ma anche con le prove aperte dei lavori di fine stagione degli allievi di Roberta Pazzi e Caterina Tavolini

Info su “Le età della vita. Tracce di metamorfosi”
Info su “In itinere”


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L’autore

Federica Pezzoli

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