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di Salvatore Billardello

Juan Carlos di Borbone, eletto re di Spagna da Francisco Franco nel 1975, nei giorni scorsi ha deciso di abdicare. Come sta reagendo la Spagna? La vicenda di Juan Carlos assurto al trono il 22 novembre 1975, conosce una pagina particolarmente significativa sei anni più tardi, il 23 febbraio 1981, ricordato dagli spagnoli come “23-F”. In quella data il colonnello della Guardia Civil, Antonio Tejero, irrompe armato nell’aula del Congresso, la camera bassa del Parlamento di Madrid, con 200 guardie e poliziotti e tiene in ostaggio i deputati per 22 ore. Ed è proprio lui, il monarca Juan Carlos, a salvare la democrazia, con un discorso in diretta televisiva nel quale denuncia il tentativo di colpo di Stato e si pone come garante della Costituzione del ’78.
La popolarità del re in quel momento è all’apice: agli occhi degli spagnoli, Juan Carlos diventerà colui che traghetta il popolo dalla dittatura alla democrazia. Un consenso quasi pieno che dal duemila in poi ha conosciuto punti acuti di crisi, culminati nella crisi immobiliare del 2008 che ha colpito il Paese e nell’ancor più grave scandalo finanziario che nel 2010 ha visto coinvolti l’infanta Cristina e il genero Inaki Urdangarin in un giro di fondi neri e tangenti. Per tacere delle infinite gaffe coniugali e istituzionali in cui l’anziano e malfermo re di Spagna è precipitato: lo stemma monarchico spagnolo si è col tempo decisamente appannato.

A poche ore dall’annuncio dell’abdicazione fatto in diretta tv del premier Mariano Rajoy, in migliaia sono scesi nelle piazze spagnole per chiedere l’abolizione della monarchia e il ritorno a una più moderna Repubblica. Si innescherà a breve un complicato iter parlamentare che porterà con ogni probabilità il figlio Felipe a diventare monarca entro la metà di giugno, ma sarebbe bene che le istituzioni tenessero in seria considerazione il malcontento spagnolo, espresso nelle strade sventolando con veemenza le bandiere della Seconda repubblica spagnola, riportando alla mente quella fugace ma intensa esperienza che andò 1931 al 1939. I risultati delle ultime elezioni europee, che hanno visto il crollo di popolarità del Pp, l’ascesa vertiginosa dello storico cartello della sinistra Izquierda Unida e una prima affermazione del neonato movimento Podemos, sono l’ulteriore riflesso di un tumultuoso impulso al cambiamento auspicato dagli spagnoli.
Il sogno della terza repubblica diventerebbe un’opportunità di riscatto di segno esattamente opposto al graduale e lento, perché imposto dall’alto, processo di modernizzazione iniziato da Juan Carlos 39 anni fa. Chissà se nel giro di due settimane un insolitamente celere Parlamento porterà Felipe VI sul trono e riuscirà a spegnere gli ardori iberici o se la “seconda transizione”, come la chiama il giornalista Isaac Rosa, avverrà secondo modalità impreviste.

[© www.lastefani.it]

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