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Al ‘Wftw’ c’è anche la moda: “Etica ma non per forza etnica, rispettiamo persone e ambiente”

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Tempo di lettura: 12 minuti

Con Fair and ethical fashion show”, dal 22 al 24 maggioMilano diventerà capitale mondiale della moda etica. Inserita nell’ambito della World fair trade week (23 al 31 maggio) [vedi], la manifestazione di respiro internazionale metterà insieme diversi attori che a vario titolo e che con diverse declinazioni lavorano nella moda con criteri e ideali etici. Quindi non solo cooperative di commercio equo e associazioni, ma anche aziende di abbigliamento e accessori che pongono una certa attenzione alle modalità di produzione. L’evento è promosso dal Wfto World fair trade organization (Organizzazione mondiale del commercio equo), da Agices equo garantito (Assemblea generale del commercio equo e solidale), in collaborazione con il Comune di Milano, e organizzato col supporto della cooperativa AltraQualità di Ferrara.

Maria Cristina Bergamini di AltraQualità, stilista di abbigliamento etico e creatrice delle collezioni “Trame di storie” ci guida alla scoperta della manifestazione.

E’ un’occasione unica per voi di AltraQualità che avete scommesso molto su questo versante del commercio equo…

art_2858_1_fair_and_ethicalQuesto di Milano per noi sarà un evento fondamentale per farci conoscere oltre il circuito delle botteghe del commercio equo, che sono il nostro canale preferenziale. Milano sarà per noi la seconda vetrina importante a livello internazionale, la prima fu nel 2009 quando partecipammo alla prima ed unica edizione dell’ “Ethical fashion show” organizzata durante la Settima della moda di Milano, sulla scia degli eventi che si tengono regolarmente a Parigi, Londra e Berlino. In queste capitali ogni anno si ritrovano numerosi stilisti, organizzazioni e aziende che lavorano nel settore della moda etica a livello internazionale; in Italia invece questi appuntamenti non avevano ancora preso piede e il caso del 2009 era rimasto isolato. Ma quest’anno si è prospettata l’occasione giusta per riproporre l’evento anche da noi, in occasione della World fair trade week [vedi]. I luoghi saranno gli stessi dell’alta moda (zona Tortona per intenderci) ma l’evento sarà dedicato interamente a chi nella moda si ispira a principi etici di produzione: quindi ci saranno le cooperative che fanno commercio equo come noi, ma anche le aziende che utilizzano cotone biologico, materiali naturali, riciclati e artigianali, o che pongono un’attenzione particolare al rispetto delle modalità di produzione e alla giusta retribuzione dei lavoratori.

Cosa troveremo all’Ethical fashion show?

Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo

Fair and ethical fashion show a Milano, ex Ansaldo

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Ethical fashion show, evento annuale a Berlino

Produttori da diversi Paesi che presenteranno capi d’abbigliamento e accessori. Altra Qualità presenterà la collezione estiva che è appena uscita e che si può già trovare nelle botteghe e sul nostro sito e-commerce “Trame di storie. Ethical fashion store” [vedi], poi porteremo in visione il campionario della collezione autunno-inverno in cotone biologico, presentata la settimana scorsa. La cosa interessante è che le collezioni di vestiti e accessori saranno presentati insieme ai produttori stessi: Assisi Garments, dall’India, per gli abiti in cotone biologico, i colombiani di Sapia per la bigiotteria e le borse in camera d’aria e in pelle, e gli indiani di Conserve per le borse ecologiche prodotte con materiali di recupero. Oltre alle cooperative di commercio equo e ai produttori, come dicevo il quadro sarà molto più ampio e variegato. Tra i partecipanti avremo Cangiari (in dialetto calabrese ‘cambiare’), è il primo marchio di moda eco-etica di fascia alta in Italia; Laura Strambi di Yoj, una maison italiana totalmente etica, Laboratorio Lavgon, una realtà al femminile di moda etica, sartoria creativa e artigianale che si discosta dalle logiche del grande mercato della moda e Zharif Design, un progetto di moda etica che unisce tradizione e modernità, dall’Afghanistan. Sono poi in programma incontri e conferenze importanti, la proiezione di un documentario in prima europea sui problemi della modaThe true cost” (di Andrew Morgan, con Stella McCartney, Livia Firth, Vandana Shiva) un momento per riflettere partendo anche dal Fashion revolution day, l’evento del 24 aprile scorso organizzato a livello mondiale in occasione dell’anniversario della strage di Rana Plaza [vedi].

Alcuni capi della collezione autunno-inverno “Trame di storie”. Clicca le immagini per ingrandirle.

Insieme ad Altromercato, siete le uniche cooperative di commercio equo etico a realizzare una linea di moda etica. Come mai questa scelta?

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Maria Cristina Bergamini con i modelli della nuova collezione

E’ vero, noi puntiamo molto sulla moda etica, è un filone al quale abbiamo scelto di dedicarci fin dall’avvio della cooperativa nel 2002, perché crediamo che un approccio etico verso la moda sia molto importante in termini di giustizia economica, di rispetto delle persone e dell’ambiente. Quello della moda e dell’abbigliamento in genere è uno dei settori al mondo che ha più occupati, se consideriamo tutta la filiera, e che ha un maggior impatto sulla vita delle persone e sull’ambiente. L’idea di vestirsi in modo etico è in crescita, anche in Italia; vestirsi in un modo che rispecchi l’attenzione ad un consumo diverso sta entrando nella mentalità della gente. Purtroppo ancora non ci conoscono in molti, è difficile per noi arrivare ad una clientela più vasta; proprio per questo nell’aprile del 2013 abbiamo creato “Trame di Storie. – Your Ethical Fashion Store” un sito di vendita on-line dei nostri capi d’abbigliamento e accessori, in modo da aprire un nuovo canale di vendita e raggiungere una più ampia clientela [vedi]. Il “Fair and ethical fashion show”, sarà invece un’occasione unica per farci conoscere dagli operatori del mondo della moda e stringere relazioni e contatti con altri operatori di questo settore.

Com’è fare la stilista di moda etica e in cosa consiste il tuo lavoro?

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Una dei capi in cotone biologico realizzato con il produttore indiano Assisi Garnments

Io sono geologa ma ho da sempre avuto la passione per il disegno e per la moda. Grazie ad AltraQualità (io sono una socia fondatrice della cooperativa) ho avuto modo e mi è stata data l’occasione di trasformare una passione in un lavoro. La mia sfida è stata fin dal principio quella di realizzare capi che potessero piacere ed essere indossati anche qui in Europa, perché fino a qualche anno fa abbigliamento etico significava il berretto e il maglione peruviano, il sari indiano, ossia capi tipici dei Paesi in via di sviluppo che venivano importati attraverso i canali del commercio equo. Noi invece facciamo un discorso di moda etica, realizzando modelli di design che rispecchino gusti e tendenze occidentali, disegnati da me ma realizzati dai produttori dei Paesi con cui collaboriamo, con i loro tessuti, i loro materiali e le loro straordinarie capacità.

Stilista al lavoro, alcuni momenti del processo di creazione. Clicca le immagini per ingrandirle.

Come avviene il coordinamento tra te che disegni i modelli e loro che confezionano i vestiti?
Il lavoro funziona così: io richiedo ai produttori un campionario di tessuti, stampe e ricami; seleziono il materiale e scelgo le stoffe; poi disegno i modelli e definisco i colori originali per la nuova collezione; dopodiché, insieme alla nostra sarta e modellista Cristina Bizzi facciamo i prototipi e sviluppiamo le taglie con tutti i cartamodelli, tenendo presente le modalità e le caratteristiche produttive dei nostri partner; infine inviamo il tutto ai produttori. Qui comincia il loro lavoro, quello di replicare le nostre creazioni usando le loro tecniche abituali. Poi passiamo alle fase delle verifiche e della selezione che è la parte più delicata. Una volta arrivato il campionario, organizziamo la presentazione della collezione alle botteghe del commercio equo, presso il nostro show room di Ferrara, prendiamo gli ordini e partiamo con la produzione. Anche durante quest’ultima fase, seguiamo a distanza i produttori passo per passo, in modo che non avvengano fraintendimenti su colore, taglie e dettagli. L’ultimo step è l’arrivo della merce in magazzino, lo smistamento degli ordini alle botteghe e la vendita on-line. Oltre a tutto questo, visitiamo annualmente i produttori in modo da verificare il lavoro fatto e pianificare quello a venire, oltre a verificare le condizioni etiche di produzione, cosa per noi prioritaria.

Quanto tempo comporta tutto questo lavoro di ideazione, sviluppo, spedizioni, verifiche, produzione e distribuzione?
Nove mesi, ogni collezione è un ‘parto’.

Quante botteghe partecipano alla presentazione delle collezioni che organizzate qui a Ferrara?
Partecipano tra le 15 e le 18 botteghe, ma poi noi inviamo tutto il materiale anche alle botteghe che non hanno potuto partecipare e alla fine abbiamo sempre prenotazioni da 25-35 punti vendita, in prevalenza nel nord Italia, con epicentro tra Bologna, Milano, Torino, Brescia e Genova.

Quanti capi realizzate a collezione e con quanti produttori dei Paesi in via di sviluppo lavorate?
In questo senso siamo progrediti moltissimo: la prima collezione estiva del 2003 contava solo sei capi sviluppati in due colori, mentre già da qualche anno arriviamo fino a cinquanta capi realizzati in cinque colori. All’inizio avevamo solo due produttori, poi siamo arrivati a 4 o 5 da India, Bangladesh, Nepal e Vietnam. Da sette anni realizziamo sia la collezione estiva che quella invernale. Produciamo solo collezioni per la donna, abbiamo fatto qualche tentativo con capi maschili ma non è il target adatto alle botteghe.

Con che tipo di tessuti vengono confezionati i vestiti?

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Campagna internazionale del ‘Fashion revolution day’, 24 aprile 2105, ‘Chi ha fatto i miei vestiti?’

Le collezioni invernali sono realizzate con cotone biologico dai nostri partner indiani di Assisi Garments; gli abiti estivi non sono biologici ma sempre realizzati con materiali di ottima qualità, naturali e tipici della zona in cui vengono prodotti, come per esempio l’endy cotton del Bangladesh, un tessuto meraviglioso composto da un 50% seta e un 50% cotone. I colori sono tutti Azo free garantiti, ossia non tossici. Non utilizziamo materiali sintetici.
Io cerco di scegliere sempre stoffe naturali e di qualità, fatte con telaio a mano piuttosto che realizzate con telaio elettrico, in modo da creare abiti veramente unici e il più possibile artigianali. Per lo stesso motivo richiedo colori particolari che i produttori producono in esclusiva per AltraQualità e inserisco dettagli ricamati a mano o stampe fatte con tecniche come il ‘block printing’ o la serigrafia manuale rielaborate secondo il nostro gusto.

Qual è il vostro target?
Quando realizzo le linee penso ai clienti delle botteghe di commercio equo e quindi ad un target ampissimo che varia molto in base ai gusti e all’età, da zona a zona, e anche dal tipo di capo che si preferisce indossare, un pantalone largo piuttosto che un fuseaux, un vestito aderente piuttosto che ampio. Cerco di creare abiti che possano essere indossati da più persone (i nostri clienti tipo stanno nella fascia d’età che va dai 30 ai 55 anni). A questo scopo faccio molta ricerca e studio le tendenze della moda ma poi elaboro e lavoro senza condizionamenti. In generale creo linee semplici e lavoro molto sul dettaglio che è quello che fa la differenza a che rende unico e originale il pezzo.

Come sono i prezzi dei vestiti che producete?

Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013

Fair trade fashion show di Rio de Janeiro, 2013

Noi facciamo ovviamente prezzi equi che soddisfino le esigenze sia dei produttori che dei clienti finali, cercando quindi di dare la giusta retribuzione ad ogni attore della filiera, dal produttore all’artigiano al distributore. In generale, i capi della collezione invernale sono più contenuti perché realizzati in cotone; quelli della collezione estiva invece sono un po’ più costosi perché più sartoriali, realizzati con tessuti più pregiati come la seta e con inserti ricamati e a stampa. Ma nonostante questo il rapporto qualità prezzo è sempre ottimo. Rispetto a questo aspetto, dobbiamo iniziare a ragionare più in termini di valore che di prezzo: intendiamo per valore ciò che un capo, o in generale un prodotto, rappresenta sia in termini di creatività che in termini di lavoro e di conoscenze di chi lo produce e ancora in termini di impatto positivo sulle comunità e sull’ambiente. Ragionare solo in termini di prezzo più o meno conveniente è fuorviante. Già da molto si è compreso che un prezzo eccessivamente basso scarica altrove costi “occulti” a livello sociale e ambientale, nei paesi di produzione come da noi.

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