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Alberto Savinio, un genio dimenticato

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di Federico Di Bisceglie

È strano pensare come la sorte, nella vita di tutti, ma in particolare in quella degli artisti, giochi un ruolo di così grande importanza.
Nell’arte e per qualsiasi altra forma vale questo fondamentale e misterioso principio basato sul caso, la fortuna, quella cosiddetta vox media che il latino ha tramandato come lascito ambiguo e controverso. Si, perché la sorte può essere sia bona, il che significa successo, sia mala, il che significa che il successo non ci sarà o che per lo meno non sarà pari alle doti artistiche effettivamente in possesso dell’artista. Quest’ultimo è senz’altro il caso di casa De Chirico. Non certamente per quanto riguarda il pictor optimus, Giorgio, che ebbe grandi successi sul mercato nazionale e internazionale, ma del fratello Andrea, meglio noto come Alberto Savinio. Quest’anno la città di Ferrara ha ospitato un’importante mostra sulla Metafisica, e in particolare su Giorgio De Chirico, in occasione dei cento anni dalla sua permanenza nella città estense, ma purtroppo l’esposizione ha dato poco spazio al fratello, il quale produsse a sua volta tele di assoluto prestigio. Universalmente, il pittore metafisico per antonomasia è Giorgio De Chirico, sebbene in realtà il vero genio di casa fosse Alberto.
Savinio, infatti, raggiunse risultati davvero mirabili attraverso la sua produzione in diversi ambiti artistici: oltre alla pittura, la composizione di opere musicali, articoli sui giornali, opere teatrali e commenti critici a svariate opere, in particolare di ambito greco. Forse però la ‘causa’ del suo successo limitato, o per lo meno non alla stregua delle sue capacità, e della genialità delle sue opere fu proprio la sua poliedricità. Per Giorgio la definizione è quella da lui molto amata di ‘pictor optimus’, mentre per Savinio è quasi impossibile definirlo e ricomprenderlo in una determinata ‘categoria’ artistica.
Prendiamo per esempio una delle sue opere meglio riuscite, ma che ebbe scarsissimo
successo quando venne messa in scena: “Alcesti di Samuele”. La tragedia di Alcesti è una delle più famose, studiate e dibattute della tradizione drammaturgia antica, e senza dubbio la rivisitazione in chiave moderna operata da Savinio è un esempio lampante di quanto sia stata importante per l’autore quest’opera. Ma è complicata, articolata, tratta tematiche difficili, che la gente non capisce, o che non vuole capire, è troppo lungimirante, troppo avanti, troppo. Rimane però un’opera geniale. Quindi la riflessione è questa: il successo e la notorietà sono
sempre indici di effettiva bravura e genialità?

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