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Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > TERRORISMI - n. 9 del 31/07/17 > C2_9 > Alfabeto della crisi, cinque modi di dire guerra

Attentati suicidi, stragi, violenze, bombardamenti, migrazioni forzate e fuori controllo, campi profughi, barconi affondati, bambini morti, donne violentate, torture, assassini, azioni terroristiche, attacchi aerei e missilistici, forze speciali sul terreno, città distrutte, scontri senza quartieri di bande e fazioni, corruzione, traffico di armi fiorentissimo, azioni di intelligence, informazione e controinformazione di impronta militare. L’intera area mediterranea, trascinata nel gorgo dell’instabilità medio-orientale, è diventata un campo caotico che i media rappresentano quotidianamente alimentando più spesso la confusione e la paura di quanto aumentino la consapevolezza dei cittadini. L’italia, stranamente salvata dal terrorismo attuale, che pure ha conosciuto da noi una fase endemica associata alla strategia della tensione, si trova geograficamente al centro di questi sconvolgimenti.
L’incapacità di comprendere e descrivere imparzialmente questo stato di cose spinge vaste porzioni della popolazione (e dei suoi rappresentanti) ad assumere semplificazioni che sembrano addomesticare il caos riconducendolo a categorie elementari e note che lo rendono cognitivamente dominabile.

Qualcuno vede la genesi dei disordini attuali nello scontro di civiltà che si sviluppa lungo le linee di faglia delle identità culturali e religiose; oggi, questo conflitto metterebbe di fronte il gruppo di paesi che si riconoscono storicamente nella cultura occidentale, laica, avanzata, tecnologica e democratica, ad altri gruppi di paesi che non si riconoscono in essa ed anzi, rispetto e contro ad essa, sostengono modelli culturali e sociali differenti. L’immaginario dei fautori dello scontro di civiltà è popolato di regimi totalitari caratterizzati dall’assenza di democrazia, dai diritti negati alle donne e alle minoranze, da tradizioni e costumi ancestrali inaccettabili per la sensibilità contemporanea, dal tribalismo nelle relazioni, dal dominio dei clan, spesso dall’egemonia della sfera religiosa nelle istituzioni. Un mondo di diritti conculcati, di irrazionalità pronta ad esplodere, di arretratezza rispetto al mondo occidentale che rappresenta la punta più avanzata del progresso e dello sviluppo. Un mondo però che non rifiuta ed anzi utilizza massicciamente i prodotti e i processi della modernizzazione tecnico scientifica.
Si riconoscono in queste contrapposizioni estreme echi delle paure legate alle teorie sul tramonto dell’occidente, che si intrecciano tuttavia con la pretesa di una modernizzazione globale, che dovrebbe coincidere di fatto, con la occidentalizzazione forzata del mondo, anche attraverso l’esportazione violenta della democrazia.

Qualcuno sostiene che nel bel mezzo di un occidente radicalmente secolarizzato siamo paradossalmente invischiati in una guerra di religione che contrappone l’occidente cristiano ad un Islam aggressivo assolutamente determinato a conquistare ad ogni costo nuovi territori e a sottomettere nuove popolazioni. Martiri dell’una e dell’altra parte vengono esibiti a prova della violenza intrinseca di uno scontro le cui radici rimanderebbero all’epoca delle crociate e alle lotte dei regni europei del XVI secolo contro l’espansionismo dell’Islam. Nella polarizzazione dello scontro scompare ogni connotazione positiva di una società e di una religione che viene ormai vista come non integrabile, irriducibile perché fondata sulla prevaricazione e la violenza.
Agli occhi dei fautori più estremisti dello scontro religioso il cristianesimo occidentale diventa quella religione basata sull’amore universale e la tolleranza, che avrebbe dato fondamento e dignità alla democrazia e allo stato di diritto, garantendo la nascita delle libertà fondamentali e l’affermarsi dei diritti civili; qualcuno si spinge ancora oltre dipingendo lo scontro religioso come una guerra escatologica che contrappone il bene al male.

Alcuni sostengono che la causa del disordine risieda nello svilupparsi di un conflitto geopolitico globale nel quale pochi attori planetari si muovono per catturare risorse che consentano loro di conquistare e mantenere il potere, ostacolando allo stesso tempo le capacità operative degli avversari. Si tratterebbe di un gioco strategico che ha per posta il predominio planetario e che si avvale di ogni mezzo per perseguire questo obiettivo: nello scenario di guerra globale ogni cosa viene utilizzata in modo strategico secondo piani e calcoli che sfuggono ai profani e che i cittadini non devono conoscere. La guerra come prosecuzione della politica si manifesta allora con forme che usano ogni modalità possibile oltre a quella classica dello scontro armato tra eserciti: finanza, economia, propaganda, terrorismo, non meno dell’uso finalizzato delle tecnologie civili, delle religioni, del clima, dell’ambiente e delle migrazioni, diventano specifiche variabili da usare all’interno di strategie finalizzate di breve e di più lungo periodo; soprattutto l’intero sistema mediatico di informazione globale assume una rilevanza enorme poiché, attraverso di esso, si possono influenzare le opinioni di miliardi di persone determinandone l’adesione o il rifiuto rispetto ad eventi e scelte specifiche attuate dagli attori dominanti. La cronaca degli ultimi decenni è piena di gravissimi accadimenti determinati in questo modo, giustificati, promossi o condannati in funzione di specifici interessi di parte. L’abbattimento di Saddam e di Gheddafi rappresentano in tal senso casi talmente chiari da diventare esemplari di un intera filosofia politica. Nulla di nuovo per i pochi che frequentano le alte sfere dove si prendono le decisioni che contano o per quanti hanno studiato ha fondo le dinamiche della storia; ma qualcosa di assai inquietante per la maggioranza dei cittadini che non dispongono di categorie esplicative adeguate e sono abituati a ragionare in base alle informazioni passate dai media.

Qualcuno sostiene che, se guerra c’è, essa nasce da un conflitto di classe globale, che taglia trasversalmente etnie, popoli, religioni e nazioni; una guerra che in tutto il mondo e in quasi tutte le nazioni sta drenando enormi ricchezze dalle classi più povere e dalla classe media, che fu la colonna della società industriale, spostandole verso i ceti più ricchi e dominanti che stanno al vertice della piramide sociale dell’intera popolazione mondiale. Se si preferisce, una rivolta delle elites finanziarie ed economiche dominanti contro la democrazia, che attraverso la gestione di un giusto grado di disordine e caos, riesce ad imporre sempre più norme e regole che limitano gli spazi di libertà, demolendo al contempo, una alla volta, le conquiste dello stato sociale.
Una guerra che da un lato genera enormi profitti e, dall’altro, è causa di spaventose povertà che stanno al centro di gran parte dei conflitti armati e delle migrazioni bibliche che si abbattono sull’Europa con la forza incontrollabile di uno tsunami e rischiano di mettere in drammatica competizione le classi più povere dell’occidente con i milioni di disperati in fuga da paesi diventati invivibili.

Ora, è fuor di dubbio che la complessità della situazione è tale da non consentire alcuna facile semplificazione. Sicuramente lo stato attuale e gli scenari futuri per l’area mediterranea, per l’Italia e per l’Europa dipendono da complicate variabili demografiche, sociali, culturali ed antropologiche che variamente si intersecano con le strategie geopolitiche, economiche e finanziarie messe in campo da una pluralità di attori noti ed occulti che raramente agiscono alla luce del sole, come la retorica democratica vorrebbe. In tale situazione l’informazione stessa è parte di un gioco di influenze finalizzato a sostenere e legittimare interpretazioni e visioni coerenti con le strategie geopolitiche degli attori dominanti. Questa esplosione di informazioni configura un ambiente ideale per alimentare l’insicurezza e la paura, la manipolazione dell’opinione pubblica, il complottismo e ogni forma di populismo.

Forse non sbagliano neppure coloro che sostengono che la guerra sia tornata ad essere uno stato di sofferenza interiore, perché abbiamo smarrito la capacità di vedere nell’altro, semplicemente un essere umano; perché giudichiamo con troppa superficialità in termini di bene e male; perché abbiamo troppo spesso bisogno di costruire un nemico (variamente connotato come il barbaro, l’infedele, il grande corruttore, l’antagonista, lo sfruttatore) non essendo capaci di esprimere una pienezza soggettiva bastante a se stessa; perché aderiamo stupidamente a modelli che montano l’egoismo, l’odio e il rancore; perché non siamo capaci di leggere i limiti di uno sviluppo globale che, invece di portare benessere, sta seminando a piene mani morte e paura; perché rimaniamo attaccati a concetti e teorie obsolete non più in grado di aiutarci a descrivere la realtà degli accadimenti; perché non abbiamo la consapevolezza di vivere in un sistema altamente complesso ed interconnesso; perché crediamo che un buonismo di facciata sia sufficiente a risolvere i problemi diventati incontrollabili; perché in nome del politicamente corretto abbiamo perso il gusto della sana contrapposizione o perché non siamo in grado di vedere altro che la nostra mera opinione.

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