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Alla città che invecchia serve un patto del lavoro per attirare i giovani

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Se c’è un problema che riguarda Ferrara, questo ha a che fare con le dinamiche demografiche. Ferrara è popolata da anziani. Lo è la sua provincia, dove – com’è noto – esiste un’area, una specie di quadrangolo delle Bermuda costituito dai comuni di Copparo, Berra, Ro e Jolanda, nella quale i giovani scompaiono nel nulla e l’età media tocca vette inespugnabili, attorno e oltre i 52 anni di età. Ma lo è anche nel comune capoluogo. I numeri parlano chiaro: età media 49 anni, un pelo più alta addirittura della media provinciale che, secondo i dati della Regione Emilia-Romagna, si ferma a 48,9 anni, e comunque molto sopra la media regionale di 46 anni. La media europea di 42,8 anni sembra appartenere a un’altra dimensione.
Ma quello che preoccupa forse maggiormente sono due dati più specifici: quasi il 15% degli abitanti nel capoluogo estense ha almeno 75 anni di età e solo il 17,1% ha tra i 15 e i 34 anni d’età. In quest’ultimo caso si tratta della percentuale più bassa (dati Istat) tra tutti i capoluoghi di provincia d’Italia. Se poi vogliamo usare un indicatore demografico più sofisticato possiamo fare riferimento al cosiddetto indice di dipendenza strutturale, che mette in relazione la popolazione in età lavorativa con quella in età non lavorativa (meno di 15 anni e più di 64). In pratica ci dice quanti residenti ‘pesano’ sulle spalle di 100 concittadini che sono in condizione di lavorare. Ebbene, arrotondando i decimali, si tratta di 54 persone in Europa, 56 in Italia, 59 in Emilia-Romagna e ben 62 e mezzo a Ferrara.

E’ chiaro che nel tempo una situazione demografica di questo tipo diventa insostenibile.
Non c’è solo l’aspetto strettamente economico, derivante dal numero sempre più limitato di persone che producono reddito. E neppure soltanto quello che deriva dalla necessità di rispondere ai particolari bisogni di assistenza di una popolazione sempre più anziana: assistenza famigliare, case di riposo, ecc.
Un aspetto spesso sottovalutato è infatti quello che riguarda la particolare fragilità sociale del segmento più anziano della popolazione, che si sente inevitabilmente più indifeso e quindi esposto a qualsiasi forma di minaccia e di criminalità. Soprattutto se accade, come accade a Ferrara, che oltre 11.000 persone con 65 o più anni di età, prevalentemente donne, vivano sole.
E’ una condizione che alimenta quasi inevitabilmente diffidenza e prevenzione verso tutto ciò e tutti coloro che vengono percepiti come ‘diversi’ o comunque potenziali portatori di una minaccia, reale o presunta che sia.
Forse è anche per questo, non solo per effetto di una propaganda interessata a ottenere qualche dividendo in termini di consenso, che cresce la sensibilità ai temi della sicurezza, nonostante il numero di delitti, come testimoniano i dati delle forze dell’ordine, sia da anni in costante calo.
La percezione è sicuramente distorta, ma non c’è dubbio che essa si fondi anche su una condizione oggettiva di fragilità e di isolamento che riguarda una parte crescente di cittadini.
Proprio per questo sarebbe sbagliato liquidare questi stati d’animo semplicemente come immotivati o incongrui, piuttosto bisognerebbe essere consapevoli della necessità di affrontarli su diversi versanti: su quello della sicurezza in senso stretto, ma anche su quello della riduzione del senso di solitudine e di isolamento che colpisce le frange più deboli della popolazione.

Un altro tema che ha bisogno di una maggiore focalizzazione è quello che riguarda le politiche per incentivare la crescita della popolazione giovanile.
Avere più giovani non significa solo avere più risorse umane da valorizzare nel mondo del lavoro, significa anche far crescere e qualificare sia la domanda, sia l’offerta di beni e servizi, compresa quella culturale, significa in ultima istanza rendere più dinamica e vivace la vita urbana e dunque innalzarne per tutti la qualità.
Le misure per favorire la genitorialità, a partire dalla qualificazione dei servizi per l’infanzia, sono certamente meritorie, ma non è realistico pensare che si torni mai più ai quozienti di natalità di 50 anni fa. Sarebbe molto più importante cercare di mantenere sul territorio i giovani che già ci vivono, o perché ci sono nati oppure perché sono arrivati qui provenendo da altre parti del nostro Paese o addirittura del mondo.

Un tema delicato, da questo punto di vista, è certamente quello delle soluzioni abitative.
Già da tempo questo costituisce un ostacolo importante per molti giovani che non riescono, anche se occupati, a soddisfare il loro legittimo bisogno di autonomia.
A Ferrara la situazione è recentemente diventata ancora più difficile da un lato per effetto dell’aumento delle matricole universitarie e dall’altro per la destinazione di una parte crescente dell’offerta abitativa alla locazione a breve termine rivolta soprattutto ai turisti.
In questo quadro gli unici sostegni pubblici esistenti sono quelli regionali destinati a giovani che vogliano acquistare o ristrutturare casa.
Particolari soluzioni e facilitazioni sono poi previste per gli studenti fuori-sede e questo è certamente importante per un ateneo, come quello estense, nel quale è altissima la percentuale di studenti che hanno la residenza in un’altra regione.
Ma non c’è nulla per chi, già residente o comunque non più studente, non abbia la possibilità o semplicemente la voglia di vincolarsi a un acquisto. Molto opportunamente il ‘Patto per il Lavoro-Giovani più‘ recentemente sottoscritto a livello regionale tra Regione, enti locali, università e parti sociali prevede tra l’altro che “sarà valutata la possibilità di realizzare interventi di sostegno alla locazione di immobili da parte di giovani che, in coppia o singolarmente, intendono avere un’abitazione autonoma senza dover ricorrere all’acquisto di un’immobile”. Ebbene, Ferrara sarebbe senz’altro il luogo ideale nel quale sperimentare questo tipo di intervento.

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