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Alluvione, nessun allarme. Ma anche a Ferrara il rischio esiste

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Al momento è un passaggio tranquillo quello delle acque dell’alluvione modenese attraverso il nostro territorio.
La rete idrica ferrarese è ben preparata a ricevere le masse d’acqua che stanno defluendo dal Secchia e dalle campagne allagate. Il flusso viene convogliato negli impianti idrovori di Santa Bianca, Pilastresi e Botte Napoleonica, che a loro volta scaricano nel Panaro, che arriva al Po, e nel Po di Volano, che arriva al mare.
I livelli dei fiumi sono alti ma al di sotto della soglia di attenzione, e sono in diminuzione, come confermano dall’Ufficio difesa del suolo e protezione civile della Provincia di Ferrara.
E anche in merito al timore di un ritorno di pioggia e neve a monte e a valle, arriva la rassicurazione di Stefano Calderoni, Assessore provinciale con delega alla protezione civile. “Se anche la situazione dovesse peggiorare da un punto di vista meteorologico – spiega – a Ferrara siamo pronti ad utilizzare tutti i canali della nostra rete interna, che d’inverno vengono messi in asciutta anche per ricevere eventuali acque in eccesso”.
“Il timore che l’onda dell’alluvione potesse arrivare a Ferrara è ormai scongiurato” afferma Andrea Peretti, responsabile del Servizio tecnico di bacino del Po di Volano e della Costa. “La falla nell’argine del Secchia è stata riparata, e si sta procedendo a liberare i terreni sommersi”.
Mentre a Modena ancora si contano i danni e si cerca a denti stretti di rialzarsi da questa seconda batosta, arrivata a meno di due anni dal tragico terremoto, rimane da capire come tutto questo sia potuto accadere.
Secondo Giambattista Vai, geologo e direttore del Museo geologico Capellini di Bologna, le tane scavate nell’argine dalle nutrie, individuate ora come principali responsabili, potrebbero essere una concausa, ma è riduttivo focalizzarsi su questo.
“Non dobbiamo dimenticare che gli argini sono stati costruiti a mano dagli scariolanti all’epoca della bonifica, quindi non sono eterni. Vanno costantemente manutenuti e controllati, è questo quello che è mancato. Non si può perdere la memoria della frequenza delle rotte che ci sono sempre state nel nostro territorio, è un fatto normale, a volte inevitabile. In Emilia – Romagna, dove questi fenomeni sono frequenti non dovrebbe esserci un solo argine, ma due, con in mezzo una zona di espansione capace di contenere le acque in caso di piena. E lì non bisogna costruire, si può al massimo coltivare, sapendo che si può perdere tutto. In passato c’era la consapevolezza del naturale divagare dei fiumi, ora si è persa”.
Viene allora da chiedersi se quel che è accaduto al Secchia potrebbe succedere anche ai nostri argini. “Si, certo – conferma Vai – le istituzioni non devono dimenticarsi che questi sono fenomeni ciclici, per cui bisogna investire nella prevenzione e nella programmazione, che costa comunque meno dei danni conseguenti al disastro”.
In questo senso va anche l’intervento di Massimo Gargano presidente dell’Associazione nazionale delle bonifiche delle irrigazioni.
“La rabbia di chi subisce un’alluvione è comprensibile, ma vorremmo si trasformasse nella richiesta pressante dei finanziamenti necessari a quegli interventi, che da anni chiediamo e che, ancora una volta, riassumeremo nel Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico, che presenteremo a febbraio. Di fronte ad eventi eccezionali, la cui violenza è conseguenza di cambiamenti climatici ormai acclarati, servono quegli interventi strutturali, che chiediamo da tempo e che in Emilia Romagna necessitano di finanziamenti per quasi un miliardo. In assenza di un piano pluriennale di interventi il territorio modenese, come il resto d’Italia, accentua la propria fragilità, aumentando il rischio per le comunità e le loro attività economiche”.

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