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Amate e odiate, baciate e uccise… solo perché donne

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Nei social si legge una discriminazione a volte sottile e allusiva, altre palesemente cruda e aggressiva nel parlare di donne e situazioni particolari. Lo è più che mai nel recente caso siciliano delle due suore incinte: si è ironizzato con mano pesante, non si sono risparmiate argomentazioni, valutazioni etiche estreme, a volte veri e propri giudizi lapidari sulle donne che hanno votato la propria esistenza a Dio e allo stesso tempo hanno manifestato un risvolto secolare e umano che difficilmente l’opinione pubblica comprende e accetta, soffermandosi all’aspetto pruriginoso e morboso frutto della curiosità malata. O forse, in altri casi, ci si aggrappa all’immagine iconica, intoccabile del ministro del culto, dimenticando che è un essere umano con tutto il proprio bagaglio di difficoltà e fragilità. Nella storia della Chiesa c’è anche la storia di molte religiose sottoposte ad abusi e violenze come nel caso delle suore in Congo e Bosnia, costrette ad operare in situazioni di guerriglia o guerra, a contatto con bande armate, esposte oltre l’immaginabile. E se non è in zone geografiche a rischio, alcuni fatti sono avvenuti all’interno delle stesse mura monastiche. Si invoca un’integrità della Chiesa a volte attaccabile, si stigmatizzano o, viceversa, si assolvono comportamenti che ne negano i principi, si spara a zero sui protagonisti di vicende considerate scabrose, si esibiscono testimonianze e casi sui social e nei talk show nazionalpopolari che contribuiscono a creare informazione, ma molto spesso ingenerano pregiudizio e acrimonia se non odio. I fatti di abusi e violenza all’interno del mondo clericale sono ormai dichiarati pubblicamente, dibattuti all’interno della stessa Chiesa che sta soffrendo nel proprio tessuto connettivo ancor più che nell’immagine esterna di rappresentanza. La figura della donna che sceglie il monachesimo è presente nella letteratura di ogni tempo e testimonia come non sia dissociata dalla sofferenza, dal dolore, dalla frustrazione, dai diktat e dall’isolamento sociale.

Una delle figure che emergono con forza nei ‘Promessi sposi’ di Alessandro Manzoni è proprio quella della Monaca di Monza. Lo scrittore si ispira a uno scandalo famoso che coinvolse Monza agli inizi del XVII secolo, che vede coinvolta Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva (1575-1650). Costretta dalla famiglia ad entrare in convento benedettino a 13 anni, prende i voti a 16. Intrattiene una relazione clandestina con il conte Gian Paolo Osio per la durata di dieci anni, dalla quale nascono almeno due figli: un maschio nato morto e una femmina che Osio riconosce come figlia, Alma Francesca Margherita (1604), affidata alla nonna paterna ma vista spesso dalla madre. Osio uccide tre persone per soffocare lo scandalo ma scoperto, viene condannato a morte in contumacia, poiché il giorno prima della condanna viene ucciso a coltellate da un amico.
Anche Suor Virginia subisce una condanna: “murata viva” per 14 anni in una stanzetta (2,50×3,50) in cui l’unico apporto dall’esterno era il cibo. Sopravvissuta alla pena, visse in convento fino alla morte. “Lettere di una monaca portoghese” (1669), presumibilmente di Gabriel-Joseph Lavergne, conte di Guilleragues, è un romanzo epistolare di cinque lettere attribuite a una suora francescana del XVII secolo, vissuta a Beja in Portogallo, identificata in epoca successiva in Mariana Alcofonado. Sono lettere indirizzate a un ufficiale francese, il marchese di Chamilly, ormai indifferente nei suoi confronti e lontano dai momenti trascorsi in una relazione proibita. Una storia che narra una passione considerata sacrilega ormai solo ricordo. La pubblicazione ottenne un enorme successo e arrivò a 40 edizioni, tradotta in diverse lingue. Costituì uno dei casi letterari più controversi della letteratura francese. Nel 1780 Denis Diderot scrisse “La monaca”, attingendo a fonti storiche e letterarie attendibili. E’ la storia in prima persona di Marguerite Delamarre (nel romanzo Suzanne Simonin), religiosa dell’abbazia di Longchamp, che racconta la sua monacazione forzata. La madre vedova e priva di mezzi economici la costringe a farsi suora anche per riscattarsi dalla colpa di averla avuta illegittimamente. La giovane mostra presto segni di intolleranza alla vita in convento e intende rinunciare ai voti. Questo le costerà una citazione in giudizio davanti alla comunità e le molestie morali e fisiche della madre superiora. Spostata in altro convento, dopo aver affrontato angoscia e aggressioni, riesce a fuggire iniziando una vita di clandestinità e paura.

Pure Giovanni Verga parla di una monaca in “Storia di una capinera” (1871), altro romanzo epistolare con una significativa componente autobiografica che si riferisce all’esperienza di un giovane Verga quindicenne, quando l’intera famiglia si trasferisce altrove a causa dell’ondata di colera a Catania. Nella nuova residenza conosce la giovane educanda Rosalia. Il romanzo vede come protagonisti i due giovani col nome di Maria, orfana destinata al convento a 7 anni e Nino. Nel tempo si incontrano, si innamorano, ma la storia assume un risvolto tragico quando da adulti, lui si sposa e lei, costretta a vivere la vita monastica vive giorno dopo giorno il logorante momento in cui vede i due sposi dalla finestra della sua stanza. Fino al giorno della sua morte precoce. Una capinera in gabbia che riacquisterà la libertà solo nell’attimo estremo. Un epilogo diverso è la storia di Gabrielle van Der Mal, protagonista di “Storia di una suora” di Kathryn Hulme (1956). Gabrielle, figlia di un noto medico, lascia fidanzato e vita agiata per abbracciare la vocazione religiosa col nome di suor Luke. Intenderebbe recarsi in Congo come missionaria infermiera e studia ad Anversa presso la scuola di medicina, animata da ambizione di riuscire ed orgoglio nell’eccellere. Viene invece destinata per ‘educarsi all’umiltà’ ad un ospedale psichiatrico come infermiera e solo dopo qualche anno inviata in Africa. Si ammala di tubercolosi e depressione, rientra in patria e allo scoppio della II Guerra mondiale partecipa sempre più agli avvenimenti storici del momento. Alla morte del padre per mano dei tedeschi, abbandona l’ordine e si appresta ad affrontare il mondo, conscia che quella è la sua vera missione. Anche Agata, la protagonista di “La monaca” (2010), di Simonetta Agnello Hornby, vive nel convento in cui è costretta. E’ il 1839 e il suo matrimonio non avrà luogo a causa dei mancati accordi tra le famiglie. Il monastero sarà l’unica soluzione, luogo di amori, odio, rancori, vendette, gelosie, passioni illecite. Lei continuerà per la sua strada, studiando le erbe mediche, leggendo molti libri, producendo pane e dolci. Piccola donna siciliana in perenne tensione tra vita monastica a richiamo secolare. Donne forti e fragili, sante e peccatrici, vittime di dinamiche familiari e obblighi sociali insostenibili, rigorose regole fuori tempo, superiori implacabili.

Il 25 novembre 2019 è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tutte le donne.
“Siamo state amate e odiate, adorate e rinnegate, baciate e uccise, solo perché donne.” (Alda Merini)

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