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Ancora sull’obiezione di coscienza, senza trascurare la L.194

Tempo di lettura: 6 minuti

da: Patrizio Fergnani

Sono passate più di due settimane dal mio intervento sull’obiezione di coscienza e ringrazio dell’attenzione che le mie riflessioni hanno avuto: sono contento se in qualche modo hanno contribuito ad alimentare un dibattito.
Devo, però, scrivere ancora alcune cose: prometto che per me la questione potrà finire qui.

Innanzitutto una precisazione.
Sono stato indicato come obiettivo di un articolato intervento di CGIL e UDI di Ferrara. Lo ritengo un accostamento improponibile, sia per l’errore dell’incipit (enfatizzato anche nei titoli) che sostiene esattamente il contrario delle idee che ho espresso io, sia perché mi sembra impossibile che organizzazioni così complesse e radicate nel territorio si prendano la briga di rispondere ad una singola persona. Il documento ha firme istituzionali: presuppone, perciò, un ampio coinvolgimento degli organi rappresentativi degli iscritti alle stesse (che, se non sbaglio, nella CGIL di Ferrara sono attorno agli 80.000). Un impegno del genere per dare risposte ad un solo cittadino che si espone a titolo personale dovrebbe essere messo in moto ogni giorno, vista la gran mole di commenti che girano sulla stampa.

Col mio intervento volevo soprattutto porre l’attenzione sui principi di fondo dell’obiezione di coscienza che, per me (ma non solo: ad esempio Papa Francesco su questi temi è, come sempre, molto chiaro) è un valore che viene prima della legge, della prassi e del sentire comune.
Da qui le domande che ho posto. “Esiste un coscienza buona che obietta contro quello che non piace al pensiero dominante ed una coscienza “cattiva” che esprime un pensiero critico? La morale va a scatti e cambia a seconda dell’oggetto che riguarda?” su cui ho avuto delle risposte.
Molto chiara quella di Ilaria Baraldi secondo cui “si tenta forzosamente di accostare l’obiezione al servizio militare all’obiezione di medici e farmacisti nell’esercizio delle loro funzioni. Ciò è poco sensato. Le obiezioni sono tutte diverse perché diverso è ciò verso cui si obietta.”
La riposta, fra le più moderate, è precisa e, soprattutto, ha avuto un notevole consenso facilmente riscontrabile sulle varie pagine web: la considero rappresentativa del “sentire comune” e la assumo come risposta chiara alle mie domande.
Le possibili obiezioni sono determinate dall’obiettivo che hanno e non dal principio che le genera (quello che io colloco al livello della coscienza).
E’ evidente che ci si trova di fronte a diverse visioni dell’uomo e del mondo: ed è altrettanto evidente che ancora oggi affermare il primato della coscienza sulla legge è una dichiarazione inaccettabile o, nella versione più “soft”, poco sensato.

A non farmi sentire totalmente fuori dal mondo ha contribuito la posizione del Movimento Nonviolento che, attraverso Daniele Lugli, riconosce e concorda con la mia intenzione di una “difesa, senza se e senza ma, dell’obiezione di coscienza anche dei ginecologi”.

Purtroppo nessuno, invece, ha detto qualcosa sull’obiezione professionale che, citata esplicitamente, potrebbe riguardare lavoratori impegnati in attività collegate alle armi e alla guerra. Ricordo l’intervento di un segretario nazionale della FIOM–CGIL un anno fa all’incontro pubblico “Un’altra difesa è possibile”: correttamente segnalava che l’industria bellica è quella che cresce di più e produce ricerca, innovazione e occupazione. Improponibile parlare di riconversione e men che meno di obiezione di coscienza.
Mi piacerebbe che la CGIL di Ferrara (magari insieme a CISL e UIL) facesse un’indagine sul rapporto fra produzione (industriale e di servizi) e collegamento diretto o indiretto col mercato della guerra. Da qui potrebbe partire una riflessione
su come si può concretizzare il diritto a lavorare secondo conoscenza e coscienza.

Infine non mi sottraggo da una riflessione sull’applicazione della Legge 194/78.
L’urgenza per tutti di dire qualcosa è venuta certamente dal pronunciamento del Comitato Europeo dei diritti Sociali del Consiglio d’Europa che è stato reso noto lo stesso giorno in cui i giornali locali hanno pubblicato il mio intervento.
La gran parte degli interventi, anche esplicitamente in risposta a me, è basato su cifre che tendono a dimostrare che l’obiezione di coscienza impedisce una corretta applicazione della 194.
I dati riportati dall’Ass. Sapigni confermano invece che sul nostro territorio le interruzioni avvengono regolarmente e, in altissima percentuale, in tempi rapidi.

Io aggiungo come spunto di riflessione il dato che a me, personalmente, ha sconvolto: a Ferrara e provincia ogni quattro bambini concepiti tre nascono e uno subisce un’interruzione volontaria di gravidanza. Il rapporto è peggiore di quello nazionale che si attesta su un aborto ogni cinque gravidanze.
Davvero si può dire che l’aborto non è sufficientemente accessibile?
L’IVG dovrebbe essere un intervento straordinario: che si verifichi nel 25% delle gravidanze mi sembra un dato che dà uno spaccato quanto meno preoccupante della società ferrarese. Sbaglio a farmi delle domande su questo?
Un così alto rapporto percentuale di IVG fa temere una mancata applicazione della 194 che, non a caso, si chiama “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Spesso si dimentica che legge prima di tutto promuove la tutela della gravidanza. Il testo stesso prevede che i consultori “assistono la donna in stato di gravidanza (…) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.” Tutto ciò anche attraverso associazioni di volontariato “che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
Se una gravidanza su quattro viene interrotta è evidente, secondo me, che la legge non raggiunge i suoi obiettivi di tutela.

Come famiglia affidataria abbiamo avuto il grande regalo di poter accogliere in casa nostra neonate da “parti anonimi” e accompagnarle verso le famiglie adottive: mi fa piacere pensare che tutto questo è possibile grazie ad incontri che hanno permesso una lettura attenta dei bisogni delle madri. Mi vengono i brividi a pensare che con un atteggiamento sbrigativo verso la soluzione medica queste bambine non sarebbero mai nate.
Poi mi chiedo se nemmeno uno degli oltre 800 bambini non nati in un anno nella nostra provincia non avrebbe potuto nascere grazie ad una migliore tutela e accompagnamento verso e dopo la nascita. Sono pensieri antistorici, contro i diritti delle donne?
Io, per quello che valgo, mi sento provocato a pensare ad un modello di società più accogliente in cui ognuno da il suo contributo di solidarietà: sindacati, associazioni, istituzioni, organizzazioni religiose, partiti politici, medici obiettori, circoli culturali, società sportive, centri sociali… possono dare spazio e risorse per una serie concreta di interventi attivi per ridurre la percentuale troppo alta di bambini concepiti e non nati? Fosse uno in meno all’anno sarebbe già un risultato: se fossero cento sarebbe un grande segno di speranza per il nostro territorio e un esempio da proporre in Italia e, perché no, in Europa.

Patrizio Fergnani, singolo cittadino obiettore di coscienza

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