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E’ in onda in queste serate il festival più blasonato, pagato e chiacchierato della canzone italiana. Quest’anno condotto da un patinatissimo e ingessato Carlo Conti, fuori da una contemporaneità che non gli appartiene e nell’anacronistica rincorsa ad un’Italia che non conosce, il Festival di Sanremo continua a proporre canzoni che non sono dell’oggi, quello vissuto e sentito. Canzoni che difficilmente riascolteremo alla radio. Ma non è questa critica, peraltro forse scontata, a muovere la tastiera su cui decido di scrivere questa mattina. Ad animarla è invece l’incredulità nell’osservare il ruolo delle tre figure femminili che accompagnano il conduttore di questa edizione: le cantanti Arisa ed Emma Marrone, l’attrice spagnola Rocío Muñoz Morales. Illusa di vivere un tempo in cui la donna ha conquistato un suo posto e professionalità, vedo invece tre vallette a comparsa, lettrici di gobbi annoiati e annoianti, che vestono alta moda, faticano a scendere le scale e attendono fiori dall’uomo cortese che poi le accomiata frettolosamente. L’istrione può continuare il suo spettacolo, loro fuggono dietro le quinte, pronte per una nuova mise indossata goffamente, un nuovo sorriso stiracchiato e la lettura di un copione scopiazzato.

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