Home > Primo piano > Aprire l’Italia al mondo
Il chiodo fisso
di un ‘impresario’ padano

Aprire l’Italia al mondo
Il chiodo fisso
di un ‘impresario’ padano

cesare-zavattini

“Per me cultura significa creazione di vita”. (Cesare Zavattini)

Senza nessun incarico pubblico, senza sponsor privati, Cesare Zavattini era ossessionato soprattutto da un’idea: aprire nuovamente l’Italia al mondo, soprattutto l’Italia di provincia, dopo i terribili periodi della guerra e del fascismo. Organizzava mostre, scriveva racconti e copioni, fondava periodici dedicati alla cultura, teneva conferenze e sosteneva altri artisti. Sosteneva soprattutto l’ “arte piccola”. Aveva una delle collezioni di quadri più stravaganti del mondo: nessuno dei quadri doveva superare gli 8 per 10 centimetri di grandezza.
Cesare Zavattini, chiamato sempre solo “Za” dai suoi amici, nacque nel 1902 a Luzzara sul Po. Nella sua infanzia emiliana non c’era “neppure l’ombra della cultura”. Esiste un libro di fotografie, ormai leggendario, del fotografo americano Paul Strand, che raccoglie fotografie di Luzzara nei primi anni cinquanta e di cui Zavattini scrisse la prefazione. Il bambino Cesare trascorreva gran parte delle giornate nel bar dei suoi genitori e imparò così, molto presto, come leggere e interpretare i gesti e la mimica dei clienti.
Ed è proprio per questo che i successivi copioni di Zavattini rispecchiano meticolosamente le abitudini quotidiane degli italiani di quel tempo, grazie alla precoce scuola del bar dei suoi genitori. Si trasferì da Luzzara a sei anni. Il suo periodo scolastico lo trascorse a Bergamo. Quando poteva, frequentava sempre, anche lì, i cinema della città. In questo modo diventò molto presto un appassionato. Successivamente visse per poco tempo a Roma e cominciò a interessarsi anche al teatro. Dopo la guerra, i suoi genitori tornarono a Luzzara e, soprattutto a causa delle loro insistenze, il ragazzo si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Parma. Non terminò però mai gli studi. L’amore per le donne, il teatro e soprattutto per il cinema impedirono al giovane Zavattini, pieno di creatività e di idee, di perseguire un corso di studi “per bene”. Film, libri, discorsi, viaggi: era questo che amava e non lo studio sistematico delle leggi o della filosofia. Tra i suoi amici di allora c’erano Giovanni Guareschi e Attilio Bertolucci. Grazie a queste amicizie e al parlare senza fine nei caffè di Parma, a partire da allora Za entrò senza possibilità di scampo nel mondo del teatro, dei giornali e dei libri.
Zavattini è considerato uno dei “padri” di un gruppo di letterati chiamati anche i “matti padani”: Ermanno Cavazzoni, Carlo Lucarelli, Gianni Celati e Luigi Malerba. Il tempo da militare lo trascorse a Firenze, dove conobbe scrittori celebri come Elio Vittorini, Vasco Pratolini e soprattutto Eugenio Montale, durante i regolari incontri nel leggendario Caffè delle giubbe rosse. In quel periodo esplose tutta la creatività di Zavattini. Scriveva per diverse testate, organizzava incontri letterari, fondò nuove riviste culturali e tenne i suoi primi discorsi pubblici.
La grave malattia del padre lo costrinse a tornare a Luzzara all’inizio degli anni Trenta. Doveva occuparsi del bar dei genitori, ma evidentemente non perse troppo tempo, né la voglia di scrivere. La sua prima opera di prosa, Parliamo tanto di me, la scrisse vegliando suo padre sul letto di morte. Trasferitosi successivamente a Milano, Zavattini iniziò a scrivere copioni. Dopo la guerra, la sua collaborazione con Vittorio De Sica divenne l’elemento più significativo per la produzione di film come Ladri di biciclette o Umberto D..
È molto sorprendente la libertà con cui Zavattini poté continuare a scrivere copioni e piccole opere di prosa anche durante il periodo fascista. E quando la censura gli provocava troppi problemi lui si ritirava e si dedicava alla pittura. Dopo la guerra lodò sempre la Resistenza, ma lui stesso probabilmente si impegnò poco nella resistenza attiva.
Dopo la guerra poi la produzione artistica dell’impresa Zavattini iniziò ad andare a pieno ritmo. Pubblicò innumerevoli articoli e libri per bambini; fondò riviste e poi ne sospese le pubblicazioni, allestì piccole mostre con disegni suoi e di altri, promosse incontri di scrittori antifascisti, lanciò iniziative di borse di studio per artisti. Sembrava che nei primi anni del dopoguerra non ci fosse un’iniziativa culturale a cui non partecipasse in un modo o nell’altro anche Za, pieno di vita e di fantasia.
La bottega creativa Zavattini produceva idee senza mai fermarsi e tra queste anche diversi progetti un po’ folli. Ad esempio, istituì rubriche fisse sui giornali in cui degli scrittori avrebbero dovuto raccontare di fittizi “pedinamenti” di loro contemporanei. Oppure, in un altra rubrica, si potevano solo porre delle domande. Secondo Zavattini il giornalismo non era tanto la faticosa ricerca rivolta a una tematica attuale: per lui i giornali erano veri e propri laboratori per fantasie e idee nuove. Amava la polemica pubblica e lui stesso era spesso al centro di controversie intellettuali. I comunisti ad esempio criticavano Umberto D. per il suo tono di generale fatalismo, che non andava per niente d’accordo con l’ideologia di lotta del partito. Il figlio di un “anarchico maestro pasticcere della pianura padana” però non si fece impressionare per niente da queste polemiche, al contrario, lo spronarono ancora di più. Za era dappertutto. Andò a Parigi, in Messico e all’Havana per presentare il cinema italiano. A Roma scrisse il copione del film a puntate Siamo donne, in cui Anna Magnani e Ingrid Bergmann recitavano le parti principali. A Vienna presiedette un incontro internazionale sulla “resistenza antifascista”. A Lugano tenne un discorso sulla relazione tra cinema e televisione. Zavattini sperava in una televisione che facesse da “cavallo di troia” e diffondesse così al grande pubblico l’arte del cinema. Successivamente comparve nuovamente a Bruxelles e a Stoccolma come rappresentante del cinema italiano del dopoguerra. Viaggiò in Spagna, negli Stati Uniti, in Egitto, in Palestina e anche in Germania.
Attorno al 1968, insieme a Michelangelo Antonioni, Ettore Scola e Federico Fellini, in seguito anche con i fratelli Taviani, fondò associazioni di registi al fine di rappresentare più fortemente gli interessi del cinema italiano al pubblico e alla politica. Conobbe l’allora ancora giovane Roberto Benigni e scrisse i suoi primi testi. A Firenze furono esposti i suoi quadri e nella sua città natale, Luzzara, organizzò il Festival del film comico.
A settant’anni disse di non conoscere per niente il concetto di “noia”. Per pensare di smettere di lavorare e di morire gli sarebbe mancato il tempo. Nei suoi ultimi anni di vita si concentrò sempre di più sulla pittura e soprattutto sulla promozione della cosiddetta arte naïf. Alla città di Luzzara donò una biblioteca che porta il suo nome e soprattutto un piccolo museo in cui è esposta principalmente l’ arte naïf italiana.
Muore a Roma il 13 ottobre 1989 e viene sepolto nel cimitero della sua città natia, Luzzara. È però difficile immaginarsi che lì abbia trovato la pace eterna. Per Zavattini, poco fedele alla Chiesa ma fervente cattolico, l’idea di una vita dopo la morte era la soluzione ottimale. In questo modo riusciva a immaginare un luogo in cui realizzare le nuove idee e i nuovi progetti che non fosse riuscito a compiere durante la vita terrestre. Nell’aldilà, in paradiso o all’inferno fa lo stesso, dopo l’arrivo di Zavattini probabilmente è cominciata una nuova vita culturale…

Commenta

Ti potrebbe interessare:
I “tassi” compiono 10 anni tra letteratura e divulgazione culturale
Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe
Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)
Il mondo magico di Anna Darshi Ferraresi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi