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racconto di Maurizio Olivari
foto di Giordano Tunioli

Nel paese di Augusto, abitato da appena 1457 anime, non esisteva il cimitero e quando qualcuno passava all’altro mondo lo portavano in un paese distante circa quindici chilometri. Una distanza che pareva immensa perché bisognava percorrere una strada in parte sterrata che scendeva verso valle con pendenze, in certi punti, anche del dodici per cento.
A scendere tutti i santi aiutano, dicevano i vecchi del paese, ma quando si deve risalire, con la bicicletta o a piedi, tutto diventa più difficile.
Almeno una volta al mese si sentiva la necessità di andare a trovare i propri defunti e per gli abitanti che stavano invecchiando diventava un problema.
Augusto in paese era una istituzione. La delegazione comunale lo aveva impiegato fin da giovanissimo come messo, come postino, come operatore ecologico, come attacchino e come unico collaboratore del capo delegazione, che era il proprietario dell’unico negozio della borgata dove si vendevano generi alimentari e, una volta al mese, pesce fresco. In un’ala del negozio c’era anche un piccolo reparto di merceria, stoffe, alcune anche di buona fattura, filo e bottoni, articoli di ferramenta e i giornali quando arrivavano.
Augusto, sul problema del cimitero lontano, ascoltava con pazienza le lamentele dei suoi compaesani. Un giorno decise di fare una raccolta di firme per avere in paese un cimitero tutto per loro. Domande in carta bollata, preventivi di spesa, richieste di autorizzazioni agli enti preposti.
Dopo mesi finalmente, Augusto, nelle vesti di postino, consegnò al capo delegazione la busta del Comune e restò in attesa di sapere dal suo capo l’esito dell’autorizzazione alla costruzione del cimitero. Dopo la lettura di decine di comma e citazioni di articoli di legge, l’ultima riga recitava: Visto ecc… ecc… si respinge la richiesta.
Non rimaneva che dare la notizia ai suoi compaesani, deciso comunque a trovare una soluzione che potesse almeno soddisfare le persone più anziane.
Augusto aveva perso i genitori quando era ancora bambino e praticamente era stato adottato dalle famiglie del piccolo paese e anche per questo sentiva il bisogno di aiutare quegli anziani che praticamente gli avevano fatto da genitori.
Con i suoi cinquant’anni trascorsi tutti al paese, aveva conosciuto molti dei defunti e prese una decisione importante per il bene di tutti. Una volta la settimana sarebbe andato al cimitero del comune vicino a portare fiori e dire preghiere sulle tombe, in nome e per conto dei parenti che non potevano andare.
Si segnò i nomi dei defunti, chiese ai parenti quali fiori portare e quali preghiere recitare tra ‘Ave Maria’ e ‘Padre Nostro’.
L’inizio della sua missione non fu molto impegnativo: dovette soddisfare solo quattro richieste, cioè dieci garofani, tre Ave Maria e un Padre Nostro.
Raggiunto il cimitero in motorino, iniziò il rito cominciando dalla tomba dei suoi genitori per poi passare a quelle dei suoi compaesani. La prima tomba fu quella di Ulderico Passatori, morto nel 1945 durante la guerra di liberazione. Era uno dei partigiani nascosti nelle montagne e pronti all’azione per liberare il paese dai tedeschi. Un giorno ebbe notizia che alcuni tedeschi si erano accampati proprio nel suo podere e, mosso dal timore che insidiassero la sua famiglia, lasciò il nascondiglio e scese da solo in paese deciso ad affrontarli. Era già nei pressi di casa sua quando moglie e figlia lo videro e gli corsero incontro per impedirgli di trovarsi di fronte ai tedeschi. Ma le due donne non riuscirono a fermarlo, affrontò i militari spavaldo e armi in pugno, e venne freddato quasi subito dai colpi di una mitragliatrice.
La vedova, ora molto anziana, non era mai riuscita a superare la perdita del marito e a distanza di tanti anni continuava a pensare ai tedeschi con odio sussurrando “maledetti”. Per lui un garofano rosso e un ‘Padre Nostro’.
La seconda tomba fu quella di Giuseppina, e lì non riuscì a trattenere la commozione. Era stata la sua amica del cuore, la compagna di studio e di gioco. Da bambini amavano salire su in collina e attraversare il bosco raccogliendo mazzolini di fiori da portare a casa. Un giorno, mentre si trovavano in un tratto impervio della collina, Giuseppina vide uno splendido fiore giallo e blu, magicamente spuntato nella parete rocciosa che scendeva a picco nel burrone. “Lo prendo io!” disse la ragazzina con slancio. “Attenta, non sporgerti tanto” ammonì Augusto.
Fu un attimo: Giuseppina scivolò e gridò, Augusto con un balzo riuscì ad afferrarle un braccio tenendosi aggrappato a un ramo. Ma era impossibile per un ragazzino mantenere le due prese, lei urlava terrorizzata mentre la sua mano lentamente si staccava da quella di lui. Volò per almeno una trentina di metri, sotto lo sguardo impotente e disperato di Augusto.
Sopra quella lapide rivisse ogni attimo di quella tragedia che non aveva mai dimenticato, sentendosi in qualche modo in colpa per non essere stato abbastanza forte da salvarla. Per lei un garofano rosa e una ‘Ave Maria’.
La terza tomba fu quella di Giorgio il fornaio. Per Augusto il fornaio era stato quasi un secondo padre. Tutte le mattine lo accoglieva in negozio con una tazza di latte in cui inzuppare una pagnotta appena sfornata, e gli passava un dolce da portare a scuola come merenda. Augusto ricambiava la cortesia con sincera gratitudine e si prodigava aiutandolo nelle ore libere e consegnando per suo conto il pane a domicilio.
Ma il destino aveva colpito Giorgio negli affetti più cari: la nascita di una figlia ritardata e la perdita precoce della moglie lo avevano costretto ad affidare la bambina a un istituto. Per questo Giorgio aveva perso il sorriso. Ogni giorno che passava il fornaio si intristiva sempre di più e nemmeno l’allegra presenza del piccolo Augusto lo consolava granché. Una mattina il forno rimase chiuso, porta e finestre erano sbarrate. Passò poco tempo e lo trovarono appeso a una trave del retrobottega con una corda stretta attorno al collo. In un biglietto a terra chiedeva scusa per il suo gesto e lasciava un saluto per Augusto, con la preghiera di andare qualche volta a trovare la figlia all’istituto. Augusto mantenne l’impegno andando a trovarla ogni mese. Nel piccolo vaso sulla tomba depose un garofano giallo recitando un ‘Padre Nostro’.
La quarta ed ultima tomba fu quella della nonnina del paese, una ultracentenaria che se n’era andata da questo mondo il giorno dopo il suo centoquattresimo compleanno, per il quale avevano fatto una grande festa, donandole un grande mazzo di fiori e una bella pergamena incorniciata con gli auguri di tutti.
La chiamavano nonna sorriso, perché quando incontrava le persone, regalava sempre una parola buona e talvolta una battuta spiritosa ridendo di gusto. Sul letto di morte, il suo viso aveva un’espressione serena, come era stata in tutta la sua vita. Augusto guardò la sua foto sulla lapide e la salutò con un bacio, poi posò delle margherite, i suoi fiori preferiti, e questa volta non pregò affatto. La nonnina infatti diceva sempre di non pregare per essere aiutati ma di aiutarsi da soli pensando con ottimismo, o qualcosa del genere.
Augusto e i suoi compaesani erano soddisfatti di questa idea. Tutte le settimane, per tutto l’anno, le sue trasferte al cimitero del paese vicino erano state puntuali e senza imprevisti.
Un giorno di pieno inverno, aveva nevicato e le strade erano impraticabili. Doveva essere il giorno di visita al cimitero ma tutti quanti in paese sconsigliarono Augusto di partire. “Troppo pericoloso scendere con il motorino oggi… andrai la prossima settimana!” gli dissero.
Augusto non ne volle sapere, prese i fiori e andò.
Giunse ben presto la sera e Augusto non era ancora tornato. Così, qualcuno in paese cominciò a preoccuparsi.
Il mattino seguente decisero di cercarlo, alcuni a valle, altri in cima verso il bosco. Vicino a un dirupo trovarono il motorino e più sotto, in mezzo alle rocce, il corpo senza vita di Augusto. Era proprio il punto dove tanti anni prima era caduta Giuseppina. “Era destino” disse qualcuno.
Tutti chiesero e ottennero di non seppellirlo nel cimitero del paese vicino ma dove aveva sempre vissuto. Alle porte del borgo, in un fazzoletto di terra sotto un grande acero, con una piccola lapide di marmo bianco e la scritta “Qui riposa uno di noi, accanto a noi”.

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