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Al pari del cibo e della moda, la musica ha anch’essa una stagionalità ben definita: associamo istintivamente il tormentone reggaeton all’estate, la voce di Michael Bublé al Natale e i singoli sanremesi all’inizio della primavera. Ci sono brani e album così impregnati delle sensazioni tipiche di una stagione – vuoi per il titolo, vuoi per l’andamento – che difficilmente si prestano a essere ascoltati in altri periodi dell’anno.
In questa categoria non dovrebbero rientrare quei dischi che la critica definisce pietre miliari o capolavori, dei quali si consiglia l’ascolto in qualsiasi occasione. Ho usato il condizionale poiché in questi ultimi giorni mi sono ritrovato ad assaporare i colori fortemente autunnali di una delle suddette pietre miliari, ossia Achtung Baby degli U2, che ha da poco compiuto trent’anni.

Pubblicato il 18 novembre 1991, Achtung Baby è quello che oggi definiremmo un reboot. Gli U2, infatti, vanno punto e a capo: riducono al minimo i riferimenti biblici e le sonorità epiche dell’esperienza americana, giocando con la teatralità sensuale del rock e la scena elettronica della Berlino post-muro. Il risultato è una sensazione di disincanto, in cui si fa fatica a scorgere quella romantica ricerca dell’ignoto che aveva contraddistinto il decennio precedente. Insomma, è un hangover necessario: dopo l’estate speranzosa e luccicante degli anni ’80, ci si risveglia nell’autunno decadente dei ’90.

Persino il brano più celebre di quell’album, nonché dell’intera discografia degli U2, non parla d’amore, bensì di separazione. One è infatti un dialogo in cui due amanti mettono a nudo l’instabilità emotiva della loro relazione, così come So Cruel e Love is Blindness lasciano all’ascoltatore l’amara consapevolezza della finitezza dell’essere umano e dei suoi vincoli.
Un altro dialogo piuttosto cupo è quello tra Giuda e Gesù in Until the End of the World: com’è intuibile dai protagonisti, il tema del brano è il tradimento, sviscerato attraverso rimpianti, accuse e allusioni sessuali. Sessualità che nel resto dell’album è evocata dalla voce ansimante di Bono e dalla chitarra ronzante di The Edge.

Il mio primo approccio con Achtung Baby risale al 2004, ossia nel pieno della mia adolescenza. Ricordo di aver comprato il disco in un caldo pomeriggio di primavera, e di essermi poi sdraiato in giardino ad ascoltarlo. Il risultato? Non colsi nessuna delle sfumature di cui sopra, e rimasi perlopiù affascinato dalla melodia di Who’s Gonna Ride Your Wild Horses. Ci ho messo un bel po’ ad apprezzare il resto.
Il mio ultimo ascolto, invece, risale a due giorni fa: in macchina, da solo, immerso nella nebbia della pianura padana. È stato come se le luci rarefatte, il buio accogliente dell’abitacolo e il suono delle gomme sul fogliame bagnato fossero parte dell’esperienza d’ascolto. Sì, Achtung Baby somiglia a una fredda e umida riflessione autunnale, figlia dell’estate che l’ha preceduta e madre dell’inverno che verrà.

One (U2, 1992)

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