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Azzardo, una scommessa sempre perdente, “complici le mafie e lo Stato predatore”

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Un tema complicato quello del gioco d’azzardo, dalle molteplici ramificazioni economiche, sociali, culturali. Non è perciò un caso che sabato pomeriggio a palazzo Bonacossi all’incontro “Azzardo, un business che gioca con la vita delle persone” gli ospiti fossero un giornalista, un deputato, una psichiatra esperta di dipendenze e uno psicologo. A organizzare il confronto, “Tilt”, “La fabbrica di Nichi-Ferrara” e il coordinamento provinciale di Ferrara di “Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.
Dagli interventi di Daniele Poto, giornalista autore del volume “Le mafie nel pallone” e del dossier di Libera “Azzardopoli 2.0”, e Franco Bordo, dal 2013 deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, emerge un quadro istituzionale abbastanza sconfortante: si passa dallo “Stato schizofrenico” di Poto allo “Stato apprendista stregone” di Bordo. Per il giornalista in questo campo “le mafie e lo Stato sono egualmente predatori”, con l’aggravante che si accaniscono sui più poveri, perché spesso a giocare con macchinette e videopoker sono i disoccupati o altri soggetti in difficoltà. Secondo Poto lo Stato italiano è schizofrenico perché si comporta in maniera completamente diversa “a seconda delle varie dipendenze”: alcol, fumo, droghe e azzardo. Forse questa ambivalenza ha a che fare con il potere delle lobbies di questo settore, tanto che si arriva ad una vera e propria “impotenza dello Stato”, come afferma ancora Poto portando l’esempio della maximulta ai concessionari di videopoker: proprio nel periodo in cui il governo Letta cercava in ogni dove le risorse per togliere l’Imu ai contribuenti, la somma passò da 98 a 2,5 miliardi di euro.
Eppure, sembra voler rassicurare Bordo, qualche risultato c’è, anche se ci si deve scontrare con il fatto che “in Parlamento questa problematica non è ancora sentita come importante da parte di tutte le componenti politiche”. Il punto di partenza per l’onorevole Bordo sono le comunità locali, a cui deve essere restituito un ruolo di primo piano nel governo del fenomeno. Per questo considera come un grande successo il fatto che nuova legge sulla delega fiscale “siamo riusciti ad ottenere che i Comuni siano parte attiva del procedimento autorizzativo” riguardo le concessioni. Un segnale importante se si considera che è solo di dicembre il caso dell’emendamento al decreto “Salva Roma”, che in pratica stoppava l’intervento degli enti locali nella lotta alla prevenzione del gioco d’azzardo e che per questo aveva provocato la reazione indignata di diversi sindaci: in pratica i Comuni o le Regioni che avessero emanato norme restrittive contro il gioco d’azzardo, diminuendo così le entrate dell’erario, l’anno successivo avrebbero subito tagli ai trasferimenti.
Luisa Garofani, direttrice del programma Dipendenze patologiche dell’Ausl di Ferrara, e Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’associazione Movimento NoSlot di Pavia, hanno invece chiarito cosa sia il gioco d’azzardo in termini di persone e relazioni sociali. La dottoressa Garofani ha confessato di non amare molto il termine ludopatie, perché di gioco non si ammala nessuno: il problema è che siamo di fronte ad “una dipendenza patologica senza sostanza, ma che presenta tutti i meccanismi dell’uso di sostanze”. Spesso, continua Garofani, “sono uomini che vogliono un riscatto e c’è tutto un mondo intorno” che spinge a credere che questo riscatto sia a portata di mano. Simone Feder, invece, data anche la sua esperienza nelle strutture della comunità Casa del Giovane di Pavia dove è coordinatore dell’Area Giovani e dipendenze, si è detto preoccupato per le nuove generazioni, “non tanto perché siano giocatori”, anche se c’è un aumento preoccupante del fenomeno tra gli adolescenti, “ma perché li stiamo abituando a diventare tali”. Slot e videopocker ormai “hanno occupato il nostro quotidiano e non c’è più differenza fra l’azzardo e il non azzardo”, “ci hanno tolto gli spazi aggregativi”.
Entrambi quindi sottolineano la necessità che alle iniziative legislative si affianchi una battaglia culturale che deve passare per l’educazione e l’informazione di tutti i cittadini: ognuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo “accorgerci di ciò che ci sta intorno”, conclude Luisa Garofani.

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