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Basta tacere, basta voltarsi dall’altra parte

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La narrazione sulla tipologia di cambiamento (o piuttosto di non – cambiamento) della nostra condizione sociale e politica, ci porta a constatare che il mancato appuntamento con la storia, con ciò che è già stato e ha segnato elevati gradi di responsabilizzazione civile, sta immiserendo e mettendo in crisi tutte le democrazie liberali, a cominciare dalla nostra… Tanti e tali sono ormai gli esempi di arroganza, malaffare e violenza che viviamo ogni giorno, talora nell’indifferenza più completa della comunità, che viene spontaneo chiedersi cos’altro possa accadere.
Qualche riflessione su cosa sta succedendo a Ferrara, vorrei comunque farla, perché vivo con una certa sofferenza e indignazione questo clima, anche se non vorrei soffermarmi troppo su considerazioni e analisi sulla situazione sociale, politica e culturale della nostra città, già chiaramente espresse, per esempio, da Giovanni Fioravanti e Federico Varese in alcuni articoli pubblicati proprio su Ferraritalia qualche giorno fa .
Non posso fare a meno di riscontrare, infatti, l’assordante silenzio che ruota attorno alla politica di sinistra a Ferrara, che sembra aver disperso non solo la propria voce, ma anche la propria anima, la sua mission, in fondo, dello stare con la gente e fra la gente. La sensazione è un po’ quella di trovarsi ad un bivio dove la direzione precisa non si conosce: siamo soli e non c’è alcuna precisa indicazione per procedere. Come cittadina devo dire che questo clima sta diventando insopportabile e mi auguro che vi sia quanto prima una seria reazione della gente a questa mediocrità quotidiana, fatta di beghe di mercato, piuttosto che di gestione della vita e dei problemi di ogni giorno.
Per restare su situazioni concrete, forse l’ultima spinta a reagire mi è giunta quando ho letto notizie come quella della esternalizzazione di due scuole dell’infanzia comunali, già data per effettuata, senza che ne fossero al corrente le famiglie, il personale scolastico e i sindacati, fatto salvo che due giorni dopo il Sindaco ne smentiva la decisione per riparlarne più avanti.

Ebbene so cosa comportano queste decisioni, perché ho diretto i servizi educativi e scolastici Comune di Ferrara per anni, cercando di sostenerne il valore sul piano sociale, culturale e politico. E’ da tempo dimostrato anche sul piano scientifico, che una società che investe e agisce precocemente con programmi di intervento educativo sulla popolazione, promuovendo educazione e istruzione, ne ricavi benefici sia sul piano della crescita dei propri cittadini, che del sistema sociale e lavorativo generale, in termini di crescita della comunità intera. Non è un caso che i bambini che frequentano scuole e servizi educativi fin dai primissimi anni di vita, come statisticamente dimostrato, abbiano minore probabilità di insuccesso scolastico.
Nel corso di questi decenni, diverse amministrazioni succedutesi nel governo della città, hanno dimostrato grande lungimiranza, promuovendo importanti politiche di investimento delle risorse pubbliche nella realizzazione di servizi per l’infanzia destinati a tutta la cittadinanza. Fin dall’immediato dopoguerra, infatti, grazie anche allo straordinario supporto offerto da importanti associazioni femminili come l’Udi, l’attenzione al mondo educativo e scolastico è stato prioritario. Ho avuto modo recentemente di scrivere e documentare alcuni testi, in collaborazione con il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia e la Regione Emilia Romagna, la storia di questo lungo cammino che ha segnato la stessa qualità di vita della nostra città.

Non si tratta quindi solo di non esternalizzare le scuole comunali, né tantomeno di favorire il privato a danno del pubblico, perché abbiamo creato e sostenuto da anni la gestione integrata dei servizi e della formazione comune del personale pubblico e privato. Si tratta piuttosto della conservazione della qualità raggiunta in anni di duro lavoro e di grandi risultati peraltro riconosciuti anche a livello nazionale ed europeo. Grazie al sostegno di politiche regionali mirate e investimenti in questa direzione, si è consolidato anche a Ferrara un sistema di offerta educativo scolastica davvero eccellente, che per decenni ha prodotto una sorta di nuovo tessuto culturale, specchio di una città che cresceva insieme alle nuove generazioni.

Allora perché esternalizzare? L’ex Sindaco Tagliani in un suo recente intervento non si stupiva tanto della possibilità di esternalizzare qualche scuola o nido d’infanzia comunale, giacché proprio la sua giunta poco tempo fa aveva proceduto ad effettuare questa scelta affrontando però un confronto serrato con la gente … dopo innumerevoli infuocati incontri con il personale, i genitori, le rappresentanze sindacali, si sono spiegate le ragioni e raccolti i suggerimenti a difesa del sistema pubblico… e si stupisce che oggi si esternalizzi “a freddo” il lunedì e poi si faccia dietro front il martedì. E’ sicuramente discutibile la modalità di agire da parte della nuova giunta, ma devo purtroppo dissentire sul fatto che si possa difendere il sistema pubblico dei servizi, esternalizzandoli, sia pure nelle condizioni di maggiore accortezza possibile.
Tutto il lavoro fatto per qualificare la scuola sul territorio, e non solo quella rivolta all’infanzia, ha sortito anche forme di intervento istituzionale più vicine alle trasformazioni del tessuto sociale cittadino, accompagnandone il percorso diretto a tutto il sistema scolastico territoriale.

Perché allora procedere ad esternalizzare? Perché i servizi costano? Perché non si vuole assumere personale? Ma cosa ne pensano le famiglie di tutto questo? E il personale cosa ne pensa?
Mi chiedo dov’è la politica vera della città basata sul confronto? E i partiti dove sono?
Certo non c’è solo la scuola, ci sono anche le mille altre problematiche connesse al lavoro, al sistema economico, all’integrazione, ma non possono certo ridursi a ricette estemporanee come ci è capitato di assistere in questi mesi e non certo solo per l’emergenza Covid.

Credo sia giunto il momento di chiedere ai nostri concittadini, ai nostri giovani se intendono lasciarsi fagocitare da questa mediocrità, nella quale ognuno oggi pare sentirsi autorizzato a fare ciò che vuole e nessun altro può avere il diritto di obiettare in una sorta di isolazionismo padronale, costituito da stereotipi e massificazione di luoghi comuni, che trovano il loro sfogo esplosivo in insulti, provocazioni o violente invettive contro tutto e tutti, a cominciare dal dilagare su ogni tipo di social, di esempi di grossolana meschinità e vigliaccheria.

Ma dove si è nascosto quel modo di fare politico, quel coraggio di difendere le proprie idee in relazione e confronto diretto con i cittadini? E’ piuttosto ridicolo il modo con cui in consiglio comunale maggioranza e opposizione si confrontano. Osiamo chiamarlo vero confronto?
E’ pur vero che il sistema politico partitico così come si è evoluto negli ultimi anni, non è riuscito a fare alcun tentativo serio per arginare l’indifferenza della gente o per capire i sintomi della patologica trasformazione comunicativa fra la gente e la vita di ogni giorno, fra la gente e i propri amministratori. Non ha aiutato certo il dominio pressoché illimitato della rete e dei social, della tecnologia de’ noantri che, se mal utilizzata, può davvero minacciare la nostra stessa democrazia, soprattutto perché utilizzata come fine e non come strumento, laddove il virtuale diventa l’unica realtà. Sono convinta che a nulla valga la potenza di questi nuovi invasori della comunicazione, se vengono a mancare il senso del vivere, la tensione verso uno scopo e la conoscenza, infatti credo che la prima difesa della democrazia stia proprio nella difesa della conoscenza, dell’intelligenza che danno senso alla dignità umana in continuo confronto con gli altri. Mi son chiesta perché la gente non partecipa più, non si relaziona, non chiede di essere presente nelle decisioni se non per interessi prevalentemente di carattere individuale o di piccoli gruppi e non di carattere generale? Perché i partiti di sinistra in particolare quelli che hanno governato la città negli ultimi decenni non hanno saputo leggere fino in fondo queste trasformazioni sociali?
Stanti così le cose, con le ultime amministrative potevamo almeno aspettarci una capacità della destra di proporre un nuovo senso di cittadinanza, ma ai cittadini sono bastate una serie di manifestazioni più o meno estemporanee di qualche figura locale che, erigendosi a salvatore della patria, si è esibito in uno spettacolo che se non fosse stato (e sia ancora) deprimente, ricordava quantomeno uno spettacolo circense. A questo livello l’attenzione della gente è stata catturata su aspetti concreti come quelli dei neri sotto casa, dello spaccio nei giardini, della prostituzione (fenomeni tuttora nemmeno scalfiti e che hanno solo cambiato qualche postazione) come se l’emigrazione fosse l’unico problema dei ferraresi. Una vera e propria sequela di spettacolarizzazioni a livello di armata Brancaleone. Qualcosa di vero per fare opposizione alla staticità del governo cittadino di centro sinistra c’era e possiamo dire che non è stato cavalcato con metodologie di politica attiva, ma col metodo della provocazione continua da avanspettacolo e non certo con vere proposte di risoluzione dei problemi concreti che la gente in una situazione generale di crisi, stava realmente vivendo.
Qualche azione roboante e poi siamo ancora al «Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”, così scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne ‘Il Gattopardo’ ed è ciò che sta esattamente avvenendo nel nostro contesto e non solo.

Ebbene, un tempo si diceva “ogni lasciato è perduto” e a distanza di poco più di un anno non si è ancora provato a recuperare né confronto, né ricerca di soluzioni alternative a questa mediocre stagione della politica locale. Nel corso di questi mesi ho conosciuto e seguito l’attività espressa da un buon numero di cittadini inseriti nelle diverse liste civiche, ma ancora una volta, nonostante la buona volontà dei tanti, la frammentarietà, la mancanza di una visione prospettica comune, seppur sostenuta finalmente anche da giovani che da tempo non si vedevano così impegnati, non ha saputo ancora produrre una vera alternativa, con un Pd che non ha tentato di unirsi alle altre forze laiche, né nel percorso elettorale, né ora, per un piano programmatico e organizzativo comune.
Se donne e uomini di questa città non riescono a capire che solo unendosi, relazionandosi, possono costruire e dare senso a quel futuro assai incerto che spetta in ogni caso alle nuove generazioni, evidentemente non hanno capito che vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede, come diceva Antonio Gramsci. “Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia”
Dinnanzi alle grandi trasformazioni tecnologiche soprattutto a livello di comunicazione, la forza del mercato globale nel quale siamo immersi, ha sicuramente preso il sopravvento per allontanarci gli uni dagli altri, favorendo il distacco e l’indifferenza per la politica attiva, ma sono convinta che la difesa della conoscenza e dell’educazione possono ancora salvarci dalla miseria morale e intellettuale. Per non riferirmi solo al problema politico locale mi sovvengono pensieri che non riguardano solo la situazione locale o nazionale , ma un po’ tutte le società cosiddette democratiche. Ritengo siano vere le parole che un grande filosofo come Habermass sostiene a proposito delle nostre istituzioni democratiche. In effetti le trasformazioni cui stiamo assistendo dipendono da vere e proprie trasformazioni sociali dovute anche al potere dei mercati di una globalizzazione spinta e ormai potentemente irrinunciabile, che lascia spazio a problemi di mancata relazione e confronto fra individui, fra paesi e una loro autonoma gestione politica dei territori. In una siffatta società politicamente frammentata, ma altamente integrata sul piano economico, non disponiamo di organizzazioni che possono compensare questo divario e dunque combinare questo divario e la capacità di azione democratica e di controllo democratico.

Forse sarebbe proprio il caso di ricostruire tutti insieme, organizzando dal basso, le premesse minime per la formazione di una cultura politica protesa più al benessere comune e all’eliminazione delle disuguaglianze sociali.

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