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Roberto Pazzi, la Parola neodannunziana
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Il romanzo di Roberto Pazzi “Domani sarò Re” (Longanesi, 1997) è emblematico della nuova
narrativa italiana di fine secolo e primo Duemila: Pazzi, scrittore virtuoso, suggerisce un modernismo nobile ed aristocratico: la cifra del libro – un giovane re che comunica soprattutto con il telefono – evoca la nuova tradizione italiana che viene da certo futuristico decadentismo e che poi viene elaborata con colpi di coda salutari nel cosiddetto fantastico di Italo Calvino. Pazzi è innovatore nella cifra, ma semioticamente in certo senso dribbla il XX secolo, quello rivoluzionario e tecnologico.
“Domani sarò Re” risulta invece innovatore laddove la penna felice di Pazzi reinventa piuttosto in chiave postmoderna il mito senza mitologia, con Hillman, seguace di Jung, magari sullo sfondo. In tal senso, Pazzi dribbla anche quelle ascendenze eterne nazionali di derivazione pseudo gramsciana – e crociana – che inquinano tutt’oggi la Parola e la Scrittura italiane.
Tale cifra pazziana, in sintonia con certo immaginario tecnologico neoumanistico, non solo
letterario, è apparsa ad esempio trasparente soprattutto nelle sue prime opere: “Cercando
l’Imperatore” (Marietti, 2004) e “La malattia del Tempo” (Marietti, 1987) con i vertici, infine, del
Convegno dell’immaginario contemporaneo (Ferrara, 1999).
Ulteriormente e più di recente, spicca “Dopo Primavera“, bellissimo titolo, ritorno di Roberto Pazzi a
vertici letterari eretici (Frassinelli editore, 2008) sulla scia della primordiale produzione, quando
apparve sulle scene delle poetiche italiane del secondo Novecento, tra gli innovatori cosiddetti
Fantastici, sulla scia di Borges e Calvino.
Tale lettura possibile di Pazzi, dall’Immaginario al nuovo Immaginario o Immaginale scientifico
suggerisce forse link inediti. Dopo Primavera, ad esempio, rilancia certa visionarietà, al di là di certa godibilissima logica narrativa ed estetica del Senso: cela la speranza possibile di un al di là di certa crisi contemporanea. Dopo la Malattia dell’Inverno russo e occidentale, il ritorno della Primavera, da
Botticelli al Futuro, nel gioco dei significanti, l’artista e il Poeta, nuovamente messaggeri dello Spirito, anche postmoderno.
Diversi altri lavori in seguito, ristampe incluse, produzioni varie anche come mentore, segnalano sempre un Pazzi gran diversamente versificatore comunque, anche nella parola lunga dilatante espansiva del romanzo; se certo paradosso strutturale e de-strutturale, nato come poeta, poeta nella narratologia, meno potente nel verso puro, conferma certa altitudine tuttavia, ma ovvio, dopo una carriera sempre verticistica, la penna appare anche relativamente manieristica. Certo slancio visionario, spesso evidenziato altrove solo da certo bordo apocalittico ambivalente, anziché diversamente e originalmente futuribile (secondo noi le sue vette blu), sembra incompiuto, cristallizzato (per quanto sempre Cristallo) in arroccamenti paleoumanistici, postdannunziani e postdecadenti.

Per saperne di più sulla produzione completa di Roberto Pazzi [vedi].

* da Roby Guerra, “Dizionario della letteratura ferrarese contemporanea”, Este Ediiton-La Carmelina ebook 2012 [vedi]

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