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Il salto era impressionante da quel ponte di pietra a mezzaluna, perfetto, elegante e di un fascino immediato: quei ragazzini l’avevano fatto decine e decine di volte per poche monete mentre i turisti appena arrivati a Mostar applaudivano ad ogni tuffo riuscito e sghignazzavano paonazzi dal sole e dallo slivovitz abbondante, come se si trovassero davanti ad un inatteso spettacolo di scimmie acrobate o orsi ballerini. Tutto sapeva di cattivo gusto e di ridicolo. I ragazzi sparivano in quei gorghi di acqua verde per un istante e riemergevano trionfanti a reclamare il riconoscimento con grida di trionfo verso gli spettatori. Sarah osservava seria la scena e si chiedeva se qualcuno ci avesse lasciato la vita, una volta o l’altra. Quel viaggio fatto di numerose tappe le stava insegnando che ogni passaggio da un posto all’altro era un entrare ed uscire da mondi diversi, piccoli cosmi così estranei tra loro, da stentare a credere che le brevi distanze potessero segnare confini così profondi. Moschee e minareti accanto a chiese cattoliche e bizantine, perfino una sinagoga, in quei posti in cui popoli e relazioni, guerre e incroci avevano intessuto la loro storia insieme o divisi. Ricordò che qualcuno le aveva raccontato la leggenda di Skocijan, Slovenia: narrava di un gruppo di monaci armeni in fuga dalle persecuzioni turche che, approdati in quel paesino misconosciuto tra i boschi di pini e larici, fore ed avallamenti, si erano fermati definitivamente proprio là, catturati dalla bellezza delle donne di quel posto e là avevano dato inizio alla loro progenie.
Era passata dalla Slovenia alla Bosnia lungo quella costa dalmata, serpente inanellato tra piccole baie, macchie di roveri, zone brulle e sassose, dirupi e litorali irregolari, meravigliandosi ogni volta dei cambiamenti improvvisi del paesaggio e della gente. In Croazia, a Spalato, aveva notato, e non se ne poteva fare a meno, una massiccia presenza di uomini e donne incredibilmente alti, biondi, modernissimi giganti rumorosi che si spostavano dal porto ai quartieri più alti e viceversa, veloci, corpulenti, decisi, gesticolando e ridendo a squarciagola. Qualche ora dopo, in Bosnia, lungo il ciglio della strada bollente l’avevano fermata delle donne per offrirle dell’uva con acini esageratamente grossi, impossibile rifiutare. Le aveva osservate, piccole e rugose, carnagione scura, cotta dal sole, capelli neri lunghi e lisci sotto quel fazzoletto floreale che lasciava intravvedere orecchini a cerchio di filigrana luccicante, sedute con le gambe acciambellate, immobili come sculture di legno appena abbozzate. Era sbucato un uomo minuto ed avvizzito come loro per controllare che Sarah pagasse. Morlacchi, aveva sorriso lei, o forse montenegrini… Luoghi, mondi, culture. Era questo che la affascinava. I pensieri andavano veloci a ciò che aveva visto e conosciuto, i ristorantini di Senj, quell’incendio nei pressi di Sibenik che l’aveva costretta a viaggiare col cuore in gola, respirando da un fazzoletto bagnato, e poi le isole Kornati su quel barcone col mare mosso e ancora Makarska, quella Rimini dalmata che non ti aspetteresti di incontrare dopo calette solitarie in cui l’unico segno di presenza umana è testimoniato da qualche allevamento di aragoste ed astici. Aveva ancora davanti agli occhi la figura di una ragazza ubriaca sfatta che tentava di raggiungere la strada di casa sbandando pericolosamente sul limite del molo con una bicicletta in mano. Si sentivano solo lo sciacquio dell’acqua e le probabili oscenità che alcuni uomini, non meno ubriachi le gridavano, accompagnate da gesti eloquenti. Era buio pesto in quel posto di cui non ricordava il nome: solo tre quattro case, una bettola ed un mare strepitoso.
Riprese improvvisamente ad osservare con attenzione le piccole onde della Neretva sotto il ponte a mezzaluna, acque calme, regolari, riposanti, che avevano assunto, in quell’ora di pomeriggio, un colore indefinibile fatto di tante sfumature. I ragazzini se n’erano tornati a riva per asciugarsi e tornare a casa con i loro guadagni della giornata, chissà quanti tuffi corrispondevano a quella manciata di monetine! I turisti, svuotati dall’eccitazione, avevano smesso di parlare sguaiatamente, come se si fosse esaurita di colpo la carica di energia che li animava. Tutto sembrava rallentare.
Si avviò per attraversare il ponte a passi lenti, era stanca, sfibrata dai 40° all’ombra e dal digiuno forzato in quella giornata di spostamenti e sorprese. Aveva deciso quel viaggio per lasciarsi alle spalle almeno per un po’ il fallimento del suo rapporto con Andrea. Erano stati 10 anni travolgenti, ogni giorno diverso, eccitante, vitale, sorprendente. O così le sembrava ora, perchè è sempre dopo che si tende a mitizzare per salvare almeno un po’ di qualcosa dalle macerie, per non rimanere senza nulla. Lo aveva amato visceralmente, quell’uomo bello e un po’ ombroso, la cui scontrosità diventava un pregio, un motivo di fascino. E lei che era meno bella e più estroversa e comunicativa aveva deciso che quel rapporto era la perfezione. Forse l’aveva amata anche lui, anzi, ne era sicura, ma certi uomini e certe donne hanno il timer, spiegava alle amiche ridendo.
Avrebbe dovuto capirlo già dall’inizio che se lui non le permetteva di andare nel suo ufficio o anche solo nei paraggi, un motivo c’era. Come doveva aver capito che i loro appuntamenti rigorosamente lontani da certi luoghi che lui frequentava abitualmente erano perlomeno sospetti. Ma quando non si vuole prendere coscienza non c’è niente da fare.
Finchè non arriva il giorno in cui trova le lettere, lettere vere, di carta, lunghe lettere scritte fittamente, intense, quelle lettere che ogni donna vorrebbe ricevere al posto delle email, degli sms o dei post così banali, comuni e standard, per quanto possano parlare d’amore. Lettere in cui ogni sillaba è un movimento particolare della sua mano diretto a lei e non un clic dell’indice che si sposta saltellando ridicolmente sulla tastiera. Erano per Laura, bella, giovane, arrivata nel suo ufficio da poco. E Laura era l’ultima di una lunga serie di conquiste di cui si era saputo poi. Un passaggio incredibile di donne con cui condivideva una parte consistente della sua vita, del suo lavoro, delle sue passioni, alberghi, mostre e musei, convegni e feste, appuntamenti musicali. Relazioni parallele
durature fintanto che qualcosa non si inceppava inevitabilmente e di solito era la presenza di Sarah a cui lui non avrebbe mai rinunciato.
Era rimasta anestetizzata, incapace di provare immediato dolore come sarebbe giusto e sano. Riusciva a comportarsi come sempre, avvolta in una bolla che la proteggeva. Tutte le cose di Andrea erano sparite in borsoni che lui si era portato via ma qualche traccia era visibilmente rimasta, qualche libro, i cd, la frase accuratamente intagliata col temperino sull’anta di un armadietto: faber est suae quisque fortunae, ciascuno è artefice della propria fortuna.
Sarah si trovò dall’altra parte del ponte, voleva visitare quella casa turca rimasta intatta da secoli. La padrona di casa, una donna grassissima sdraiata su un’ottomana di damasco, salutò e non si mosse. Sembrava un personaggio di Botero, pensò Sarah, una di quelle languide immense donnone adagiate mollemente sul prato a guardare e farsi guardare da un uomo un po’ più in là, massiccio, languido e famelico come loro. Corpi e gioco di seduzione.
Girò la casa a piedi scalzi, su tappeti in toni caldi, usurati ma ancora belli. Segni del tempo, odore di sudore, di passaggi, di presenze. Nausea. Non vedeva l’ora di uscire e respirare. La donna sul divano aveva in mano gli enormi pantaloni di qualche antenato e ne vantava la larghezza e il prestigio: aveva avuto diverse mogli, pesava 200 kg e questo aumentava il valore e la reputazione della famiglia.
Tappa successiva Sarajevo, ma per Sarajevo ci sarebbero state altre occasioni ancora, pensò Sarah; in realtà non vedeva l’ora di lasciare Mostar per una visita veloce a Medjugorje. Non era fede, non era impulso religioso, lei poi era ebrea e nemmeno praticante, era curiosità e tante altre cose, forse l’aggrapparsi a qualcosa dal sapore mistico o semplicemente era capitata là.
C’era arrivata verso sera e le luci di quelle poche case erano tutte accese. Un po’ di fresco, finalmente.
Strano posto, strane case non rifinite, non compiute, in attesa che i pilastri che si elevavano nudi e solitari, continuassero a salire per definire altri piani superiori in un probabile futuro di sviluppo e benessere, quando mai niente e nessuno avrebbe ipotizzato una guerra, una sporca guerra che si sarebbe scatenata di lì a pochi mesi. Un frate camminava per strada a testa bassa e una donna sulla soglia di casa era in attesa di vendere rosari che le penzolavano dal polso, mentre sgridava un bambino per chissà cosa. E poi vide la chiesa bianca, con quei due campanili ai lati. Uscivano le note di un coro, pellegrini irlandesi, le dissero. Sarah non entrò, si sedette in un gazebo sul retro dell’edificio e sentì improvviso e prepotente, violento, il pianto che saliva, saliva. Pianse per la prima volta da allora, da quando era successo, tutte le lacrime che aveva in corpo, pianse per tutte le volte che non l’aveva fatto, pianse per lei, per tutti e tutto, incapace di fermarsi fino allo sfinimento. Sentiva che qualcosa si scioglieva e se ne stava andando irrevocabilmente.
Dio conta le lacrime delle donne, era scritto nel Talmud.
Non aveva la cognizione del tempo trascorso in quell’angolo di solitudine e non le importava di niente. Si accorse appena che era ormai notte e in tutto il tempo aveva allineato davanti a sè una serie di sassolini tondi levigati, formando un elaborato mosaico che guardò con meraviglia.
Si asciugò accuratamente gli occhi, cercò il cellulare nello zaino e chiamò Fabio, l’uomo sorridente, l’amico di sempre, la presenza che le era stata accanto nei momenti di crisi, discretamente, senza invadere, senza chiedere, amandola, semplicemente.
“Ciao Fabio, sono io…”

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