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Breve e triste storia di un calciatore

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La mia carriera calcistica, è presto detto, fu sicuramente tutt’altro che epica e avvincente, dai piccoli azzurri, agli under 18, ogni anno un campionato diverso, Etrusca, Porta Mare e Ugo Costa. Poi in quinta superiore smisi di giocare.
Troppo presto, avrei potuto divertirmi ancora. Ma la testa a quell’età non era il mio forte, neppure dopo a dire la verità.
Anni difficili introno ai venti, poi qualche campionato amatori, Confesercenti, Lo Scoglio e Sporting. Ennesima distorsione alla caviglia e basta col calcio a undici, senza nessun titolo sulla gazzetta.
Sei divertenti campionati di calcetto C.S.I., grezzo e rude libero anche in quello sport per piedi fini, rigorista, qualche goal su punizione, pochissimi su azione, un goal da metà, campo e uno dalla mia area, fino all’ultima partita ufficiale. Dieci minuti da subentrante, sul dieci a zero (per gli avversari), entrata alla vigliàcc al treno e mi rompo una spalla. Fine, the end, pronto soccorso e telefonata alla moglie in attesa delle gemelle e gioco finito.
Ma pure nella mediocrità della mia sedicente carriera agonistica ho avuto dei rimpianti, degli sliding doors che se avessi una bacchetta magica avrei voluto cambiare, sarebbero stati delle perle di memoria che oggi a cinquantuno anni mi avrebbero reso ancor più dolce il ricordo di quegli anni eroici.

  • Porta Mare – Laghese, partita di qualificazione del torneo Paolo Mazza sul campo della Libertas in via Canapa, categoria Giovanissimi. Risultato finale quattro a zero per noi, poi vincemmo pure il torneo, ma questo l’ho già raccontato mille volte. Non ricordo su quale punteggio, ma Paolino, il nostro portiere mi appoggia il pallone poco fuori dall’area, nessuno mi fronteggia mi allungo in eleganza sulla trequarti, come cervo che esce di foresta (cit.), la mediana avversaria, forse avvilita dal punteggio mi oppone poca resistenza, scarto e mi allungo scavallando la schiena d’asino del centro campo, i compagni sulla fascia mi insultano affinché io gli ceda il pallone. Ma no, proseguo. Sono sulla loro trequarti, mi fumo due centrocampisti che mi vogliono togliere il pallone, entro in area e via, anche il libero mi bacia le terga. Mi defilo un po’ sulla destra, non ho più fiato, non respiro, la vista mi si appanna, nella nebbia vedo uno con una casacca diversa dagli altri che mi viene incontro. Con le ultime cellule celebrali ancora non in apnea deduco sia il loro portiere, mi allargo ancora d’esterno alla sua sinistra, carico il destro e boom, tiro la bomba. Credo io. Ma calcio talmente male e talmente piano che lo sbruffo di terra colpita con la punta delle mie Benazzi si alza in un fungo nucleare di polvere, il Mitre rotola stanco e placido contro la rete. Di recinzione. A poco più di due metri dalla porta. A poco più di due metri dalla gloria e dalla gioia di avere francobollato, nel torneo più importante della mia vita, sotto lo sguardo di alcune decine di parenti tra cui mio nonno. Mi accascio a braccia aperte sull’erba. Forse qualcuno ride, forse qualcuno applaude, forse qualche compagno mi rincuora, dopo avermi nuovamente insultato per non avergli passato il pallone. Ma quel goal poteva entrare nella storia. La mia. Qualche anno dopo George Whea, attuale presidente della Liberia, mi copiò il gesto, con un risultato nettamente diverso. Ma pure io ho rischiato di segnare in un coast to coast in quella lontanissima primavera di metà degli anni ’80. Sarebbe stato bello, ma così non fu.
  • Categoria allievi credo, torneo notturno di Reno Centese, ancora col Porta Mare. Bellissimo impianto, fondo perfetto. Il torneo è a eliminazione diretta. Gran partita, dalle mie parti non passano neppure le mosche, anche grazie al mio compagno di reparto Fefo Rizzioli. Normalmente lui era la mente e io il braccio della coppia di centrali difensivi, un lusso per le giovanili dell’epoca, ma quella sera baciato dalla dea Eupalla, oltre ai mie compiti di marcatore puro azzecco pure diverse uscite e molti lanci sui piedi dei mie compagni più offensivi. Insomma sembro un ottimo regista difensivo, i miei piedi quella sera guadagnarono punti. La partita è tatticamente perfetta, le difese vincono nei confronti dei rispettivi attacchi avversari, 0 a 0 bello e combattuto sotto i fari. Praticamente da sempre sono stato un buon rigorista. Spesso nell’ultimo allenamento prima della partita finivo come rigorista designato, quella sera ero nei cinque. Non ricordo più l’ordine dei rigori, credo che prima di me avesse sbagliato Fefo, fatto sta che dal cerchio del centrocampo dove tutte e due le squadre sono assembrate (termine moderno e tristemente noto) mi accingo, tenendo a bada l’ansia (penso io), a percorrere i quaranta metri che mi separano dal dischetto del rigore. Chi non l’ha mai provato, non sa quanto pesa un cuoio a undici metri da un portiere, a me sembrava un macigno. Piccola nota di cronaca, io tutti i rigori che ho tirato, calcio a 11 (1) calcio a 7 (1) calcetto (tanti) amichevoli e partite tra amici (pure tanti) li ho tirati sempre tutti allo stesso modo, alla destra del portiere in basso cercando il palo e colpendo pallone di taglio interno. Quella volta invece cosa pensai, o così mi venne al momento del tiro, di tenere la sfera a mezza altezza. Il portiere mi guardava, io guardavo lui, c’erano le luci, c’era il pubblico, c’era mio padre e il Dottore suo amico e prof. di matematica, l’arbitro da l’assenso al tiro, il portiere si muove, io prendo la rincorsa saltello come Van Basten, il numero uno si tuffa alla sua sinistra, spiazzato, tiro a destra. Palla sopra l’incrocio di due dita, ma il quasi goal non esiste. Sbaglia poi anche Franchino, siamo fuori e per un terzo ne sono responsabile. Un rigore spagliato per un calciatore di quindici anni è un trauma, da cui non ci si riprende più.
  • Siamo in trasferta, anno forse 1986, forse l’anno prima categoria Giovanissimi o Allievi. Partita più che in discesa, San Bartolomeo – Porta Mare. Durante il match vedo la loro ala destra vomitare sulla linea laterale antistante le panchine. E non è una metafora, forse la tensione, più probabilmente la serataccia del sabato. Insomma per farla corta, dopo pochi minuti siamo uno a zero per noi, scorrono i secondi e due e tre e… la partita volge alla fine in un bagno di sangue per il San Bartolomeo, dieci a uno a pochi minuti dal 90°. In difesa abbiamo giocato con la sigaretta in bocca. Dimenticavo, la loro marcatura è  frutto di un autogoal del nostri libero. Il loro povero portierino non ne ha vista una sembra Sumbu Kalambay dopo dieci riprese contro Marvin (the Marvelus) Hagler è frastornato e quasi in lacrime. Beh io che decido di fare? Col mio 5 sulla schiena mi propongo in avanti, forse un calcio d’angolo, forte dei miei tre goal in quattro campionati. La palla dopo un rimpallo fuori area mi si ferma tra i piedi, nessuno mi fronteggia. E niente, carico il destro la rincorsa è perfetta, il piede d’appoggio si piazza a mezza spanna dal pallone, il collo pieno colpisce la valvola del Mitre. Mai calciato così bene e forte in tutta la trafila delle giovanili e neppure dopo. La palla tesa, ferma nell’aere saetta verso l’incrocio. E’ fatta vado a referto. Ma che succede, il portierino si flette sulle gambe e spicca il volo, con la mano di riporto sembra Clark Joseph Kent che si è appena dismesso la cravatta e l’abito elegante ed è rimasto con la tuta da supereroe. Vola il portierino, la madonnina della traversa lo prende per le spalle e con la punta del mignolino, dei sui bei guati Reusch la devia di millesimo di micron oltre l’incrocio. Allibiti i ventidue in campo, più le panchine, più il pubblico. Un boato fra i sui compagni, lo festeggiano come se avesse parato un rigore. Io allargo le braccia e sorrido. A fine partita sono andato ad abbracciare il portierino e gli ho detto: “Ma perché proprio a me? Come hai fatto?” e lui sorridendo mi disse. “Boh?.”
  • L’ultimo dei mie rimpianti risale sempre a tantissimo tempo fa, ma già oltre quindici anni dopo gli anni dell’adolescenza. Siamo agli inizi dell’ XXI° secolo, il mondo si è trasformato, l’irreversibile scorrere del tempo mi aveva già fatto diventare un ultra trentenne. Le scarpette chiodate erano già da mò relegate nel sotto tetto, ma il loro posto era stato preso dalle suole lisce idonee al calcetto in palestra. E lì, non eravamo neppure in palestra, era la Coppa don Bosco di calcio a sette, presso il campo di san Benedetto. Ero rigorista, come ricordavo primo, un killer implacabile da dodici goal su dodici tiri nelle portine piccole del calcio a 5. Il lavoro di suola del futsal non mi si addiceva, ma io continuavo a giocare da libero pure in un campo ridotto. Il calcio a sette è per atleti veri, il campo più lungo, le porte più grandi ma nella velocità del calcio a cinque, un massacro insomma. A bordo campo mia moglie, assieme ad amici e la mia bimba Valentina, le gemelline non erano ancora nate e sforzando la memoria la bimba avrà avuto forse tre o quattro anni. La squadra avversaria è più forte di noi, ma noi teniamo abbastanza bene. Sullo 0 a 0 l’arbitro fischia il rigore e io in qualità di vice capitano e killer dal dischetto strappo quasi il cuoio dalle mani di un compagno. D’altronde non ne sbaglio uno con la porta piccola. Peccato che quella fosse una porta grande. Sbaglio tutto dall’inizio, metto a terra il pallone troppo presto, non cerco la valvola, mi faccio intimorire dagli avversari che tra loro sussurrano: “tanto la sbaglia”, in più errore madornale, guardo l’arbitro e non il portiere. Il fischietto trilla, cambio lo sguardo dalla casacca nera a quella multicolor del portiere, dietro le luci, il pubblico, il rumore della gente sembra un frastuono. Portiere fermo immobile, una mummia, rincorsa, portiere ancora fermo, impatto, portiere fermo. La palla un po’ strozzata sfiora il palo, ma esce. E il portiere è ancora lì, maledettamente fermo. Avevo già sognato di correre ed abbracciare la mia bimba, ma il tutto sfuma in quella rincorsa e in quella profezia dei fottuti avversari che gufano e esultano: “te l’avevo detto io che lo sbagliava”. Delusione, amara e profonda delusione.

Il calcio passa come l’adolescenza, ma chiunque abbia indossato una maglia con un numero sulla schiena, chiunque abbia pestato l’acqua stagnante di uno spogliatoio ingorgato, si sia allacciato le scarpe coi tacchetti e utilizzato il nastro da pacchi come fasciatura è e rimarrà per sempre un calciatore. Tutta la vita, anche dopo i cinquanta anni e oltre.

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