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Oggi è di nuovo festa, nuovamente, almeno per me.
Perchè il 21 aprile è il cumple di uno dei miei archetipi americani preferiti.
Giusto il giorno dopo Adolf Hitler poteva nascere il mio attore teatrale preferito: Jim Osterberg.
Nato nel 1947 e formatosi alla scuola bergmaniana negli anni… ok, basta stronzate: auguri Iggy!
Il disco nuovo non è neanche male, anzi!
Nessuno c’avrebbe scommesso una lira ma invece è ancora vivo, in forma e sempre nudo e grinzoso.

Brano: “Jealousy” di Iggy Pop

Brano: “Jealousy” di Iggy Pop

Ci sono tanti Iggy.
Iggy pischello e batterista con gli Iguanas.
Iggy non più pischello con i primi Stooges, là a suonare il frullatore e le scarpe da tip-tap sull’asse da bucato microfonata.
Iggy giovane con gli Stooges che conosciamo e ringraziamo sempre per i motivi sbagliati.
Iggy messo da culo, dormiente sulle panchine di Los Angeles che quando si ricorda va a fare le prove con Ray Manzarek.
Iggy idiota-dostoevskijano, occhialuto, con camicina e maglioncino, robotizzato dal suo amico Bowie.
Iggy che un paio d’anni dopo torna a puzzare un po’ di hamburger ma comunque con classe.
Iggy che torna a farsi robotizzare ma stavolta da Chris Stein, macchina infernale dei Blondie.
Iggy che dopo aver lasciato un’altra manata di denti su qualche palco, si fa salvare ancora le chiappe da Bowie e poi arranca ancora.
Iggy che si ripiglia nei ’90 e viene giustamente santificato sui primi 2000 quando richiama i fratelli Asheton, riforma quegli altri Santi degli Stooges e nel tempo libero si spara anche un paio di dischi da corner.
Iggy che PETA per le foche (cit.) perché le ammazzano, l’Iggy che parla di cucina con Anthony Bourdain, l’Iggy che sbrocca contro la techno e i fuckin’ techno dogs (cit.) regalandoci una performance che per me sta al pari con quella del burro d’arachidi del 1970, quella volta che si buttò dal palco e inventò lo stage diving.
Lo stesso Iggy che nel 2010 si fa di nuovo male e dice che ormai è troppo vecchio per lo stage diving ma una settimana dopo lo rifà perché è più forte di lui.
E adesso abbiamo questo Iggy rimembrante, sempre più pieno di rughe bellissime in faccia, apparentemente saggissimo e meditabondo che si spara uno dei suoi migliori album solisti di sempre, a 68 anni.
Si sarà capito.
A me Iggy va sempre bene.
E ognuno avrà un suo Iggy preferito.
Magari anche chi non ascolta musica perché abbiamo pure l’Iggy attore.
Mio ruolo del cuore: il finocchietto nuovamente proto-punk che cucina i fagioli e legge la Bibbia in Dead Man di Jarmusch.
Piaccia o no, quando si parla di quest’uomo, almeno su una cosa occorre essere oggettivi.
Jim-Osterberg-da-Muskegon-Mchigan, ha polverizzato per sempre l’idea di white nigger individuata da Mailer, sostituendola con una cosa che io chiamo albino nigger.
Perchè quest’Imbecille ha capito in fretta – secondo me anche prima di immatricolarsi come tirocinante dai bluesman a Chicago – che, ok-il-blues ma non ti devi colorare la faccia di nero come in quel film sul cantante jazz.
Dovevo fare il mio blues, racconta in “Please Kill Me”.
E questo è il più grande e il più vero omaggio che si possa tributare al blues e a quel popolo sradicato.
Mica Clapton e/o le statutte africane del mercato in casa, dio santo.
Mica quest’etno-farlocchismo da Bertinotti mancati che va tanto adesso.

Sacra Trinità con gli Stooges e Sacro Dittico berlinese a parte, la sua carriera solista è un casino, un casino com’è sempre stato lui.
Dischi bellissimi e dischi di merda alternati secondo uno schema matematico che manda a cagare la matematica.
Ma chi può mandare a cagare la matematica se non Iggy?
Iggy l’ex secchione, porca vacca.
Il più secchione dei tre in quella foto famosa, il più secchione anche se a detta di tutti era sempre stato lo stupido, anzi, l’Idiota.
Troppo avanti agli esordi, ingestibile per quei tempi e ingestibile anche per un altro po’.
Scaricato dopo due album giganteschi dalla casa discografica più illuminata dei ’60, quella che si era tenuta comunque Morrison e i Doors nonostante il casino del pisello, la strage evitata per un soffio e il boicottaggio di un intero paese contro quell’ubriacone e i suoi compari.
Ma Iggy no.
Ciao ciao a te e a quei tuoi amichetti con quel loro estremismo ancora incomprensibile.
Gente che magari, dopo aver commesso questo crimine contro l’Umanità, era anche capace di sciacquarsi la bocca con Artaud.
Ma vabbè, il mondo è ancora in mano ai Bertinotti mancati.
E mentre sto scrivendo, là fuori un namedropper ti ama.

Iggy è il più grande monumento all’Uomo come Essere Vivente Stupido e Nobilmente Idiota che si sia visto nella musica pop e non solo.
Iggy è tutto quello che dovrebbe sempre essere la mia branca preferita della musica pop, quella branca che da Elvis, passando per Morrison e figliocci, ha fatto saltare per aria questa palla di fango.
Una roba che purtroppo adesso è sepolta.
Sepolta da quelle cose che il più grande Evangelista di Iggy – Evangelista da tempi non sospetti – aveva individuato davvero bene: mode e pubblicità.
Mode e pubblicità che Iggy è stato a modo suo abile a schivare, trollare, fottere e cavalcare, nonostante il suo casino perpetuo.
E quindi eccolo ancora qua, performance vivente e ben deambulante in barba a quelle gambe asimmetriche.
Quindi dopo tutta questa menata, butto la maschera io e via con uno dei miei Iggy preferiti perché non ne posso avere solo uno.
Iggy è come il mio armadio e questo è l’Iggy che mi va oggi.
Buon 69, vecchio Jim.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

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