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“Burn” ieri e oggi, rock e pop a confronto a quarant’anni di distanza

burn
Tempo di lettura: 4 minuti

di Stefano Gueresi

Un titolo come Burn, la hit di Ellie Goulding che ha spopolato nella programmazione di tutti i network, ci riporta nel passato rievocando uno dei brani più travolgenti della discografia dei Deep Purple. Burn! è infatti il primo brano dell’omonimo lavoro del 1974 con il quale la grande band inglese si rilanciò nel panorama rock mondiale, dopo il cambio di formazione che aveva visto David Coverdale e Glenn Hughes subentrare a due elementi “storici” come Ian Gillan e Roger Glover. E’ un brano paradigmatico rispetto al modo di concepire musica dell’epoca, in relazione alla struttura di una canzone destinata al grande pubblico, con ambizioni da hit radiofonica. Così come la Burn dei nostri giorni rispetta tutti i canoni estetici di forma e di arrangiamento, per avere lo stesso effetto sul pubblico attuale.

Cos’è cambiato in quarant’anni? Lo scopo, vale a dire la capacità e la possibilità di entrare nelle orecchie dell’ascoltatore e possibilmente di restarci il più a lungo possibile, è sempre lo stesso.
Ma le modalità sono senz’altro differenti, a partire proprio dalla lunghezza del brano. Da parecchi anni a questa parte, nelle radio, o perlomeno nella maggior parte delle emittenti commerciali, imperversa la tirannia dei “tre minuti”, oltre i quali spesso scatta lo spot pubblicitario o la messa in onda del brano successivo. E, a dire il vero, questa pratica risale agli anni ’50-’60, quando le canzoni erano tutte più o meno della stessa lunghezza. La forma breve e concisa veniva raccomandata da produttori e operatori del settore, con qualche clamorosa eccezione rappresentata da brani insolitamente lunghi e articolati, che però raggiunsero ugualmente le vette delle classifiche: Eloise di Barry Ryan e Music di John Miles gli esempi più eclatanti.

La canzone della Goulding rispetta in pieno i criteri radiofonici del momento, per quanto riguarda il minutaggio e tutta una serie di escamotage che fanno parte della dotazione di una produzione di sicuro successo: il ricorso a suoni sofisticati, il ritmo sinuoso e accattivante, la melodia-filastrocca
il cui loop si imprime rapidamente nella memoria.
Il brano dei Deep Purple ha invece una struttura anche più dilatata rispetto alle consuetudini del tempo, e gioca in modo diverso con la reiterazione del tema, che viene riproposto innumerevoli volte, ma con il sublime bilanciamento di tutti gli elementi portanti della canzone: il riff principale, le parti vocali dei due cantanti, l’assolo di organo Hammond, l’assolo di chitarra. Questo porta la canzone ad assumere una struttura più complessa, ma anche più sorprendente, e il gioco della riproposizione dei temi e della loro alternanza riesce a mantenere “fresco” l’ascolto fino al finale, travolgente e perentorio.

Cosa ci può suggerire il paragone fra due brani così lontani nel tempo e così diversi nel loro impatto stilistico? Alla fine, qual è la differenza più evidente? Le canzoni del nostro tempo sono spesso un gioco, un’idea curiosa, una scommessa. Un episodio. Le canzoni dell’epoca d’oro del pop-rock sono nate per restare a lungo, create per essere ricordate e per attraversare le generazioni. E molte di loro questo scopo l’hanno raggiunto, ce l’hanno fatta.

Stefano Gueresi, pianista e compositore, è nato a Mantova il 21 aprile 1960. Compone musica evocativa di luoghi e tempi immaginari, che affonda le sue radici sia nella tradizione classica sia nel filone pop romantico-sinfonico degli anni Settanta. E’ autore – tra le altre cose – della colonna sonora della campagna di sensibilizzazione sulla Sindrome dell’X-Fragile, lo spot in onda dal 20 al 28 febbraio sulle reti Rai.

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