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Di Eleonora Rossi

Il nostro taxi sperona passanti e risciò e ci scarica in Sudder Street, quartier generale dei volontari. Appena ci si infila nelle strade infangate, la miseria e la sporcizia ti scivolano addosso: gente che vive sui marciapiedi e che, nel primo mattino, si lava e si insapona per strada.

Melma, odori nauseabondi, latrine, topi.

L’incenso che si infila nelle narici impastandosi all’odore pungente delle spezie, i clacson che ti pugnalano senza tregua. È un assalto ai sensi. Mi sento in trappola.

Ci infiliamo in un “hotel” all’apparenza confortevole, ma la stanza è nera e squallida e dal bagno fuoriesce odore di fogna. Chiudiamo con il mondo e dormiamo due ore, di sasso: il volo dall’Italia è durato tutta la notte. Una doccia e ci rituffiamo nell’afa e nel traffico di Calcutta.

Alcuni ragazzi ci indicano la via per la casa di madre Teresa, dove si registrano i volontari.

L’atmosfera qui è confortante, incredibilmente distesa: si apre un’oasi nel deserto delirante di Calcutta. Ci sono ragazzi e ragazze da tutto il mondo, ci dividono in gruppi a seconda della lingua. Scegliamo lo spagnolo e una ragazza ci racconta la sua esperienza: si può restare anche per pochi giorni, ma c’è chi ha davanti sei mesi o un anno di tempo. C’è addirittura chi ha lasciato il lavoro e non ha una data per il ritorno.

Io sono agitata: come reagirò alla sofferenza? Ci parlano di precauzioni igieniche, di mascherine per la tubercolosi, di shampoo per i pidocchi. Consigliano di fare la doccia più volte al giorno, di bere abbondantemente e di sforzarci di mangiare. Già, è necessario sforzarsi. Da quando siamo arrivati siamo riusciti solo a mandar giù una banana: il caldo, gli odori e le immagini impressionanti ci hanno tolto l’appetito.

Oggi è giovedì. Il giovedì i volontari non lavorano. Cominciamo bene…almeno proviamo ad ambientarci un po’. Andiamo al ristorantino “Blue Sky”, a pochi metri dal nostro hotel: qui si ritrovano i volontari a fare colazione. Incontriamo due ragazze italiane: Francesca, in città da due mesi e Lucia, ex giornalista innamorata dell’India che ha lasciato il suo posto in redazione per ritornare a Calcutta. Questo è il suo terzo soggiorno e le è stato chiesto di dedicarsi ad uno dei lavori più ingrati: individuare e soccorrere, nella stazione di Howrah, le persone che sembrano essere maggiormente sofferenti. Quelle in condizioni disperate. A lei e ad altri volontari tocca riconoscere chi si trova allo stremo delle forze per ricoverarlo a Kalighat, il “primo amore di madre Teresa”, la struttura di accoglienza dei “più poveri dei poveri”.

Lì è cominciato tutto. In quel luogo la piccola suora albanese ottenne di iniziare la sua missione. Era il 1952: Madre Teresa raccolse dalla strada una povera donna agonizzante, non voleva lasciarla morire sola su un marciapiede. Ottenne la vecchia casa per i pellegrini indù attigua al tempio della dea Kali e si trovò a fronteggiare, assieme alle sorelle della Carità, gli ortodossi induisti, che le consideravano intruse, accusate di voler convertire al Cristianesimo gli agonizzanti. Ma giorno dopo giorno si accorsero del servizio di quella donna  e il suo operato caritatevole le valse  la stima dell’India e del mondo intero.

A Kalighat andremo anche noi, per affiancarci ai volontari. Camminando per Sudder Street conosciamo Antonio, per tutti “Antò”, un ventenne di Vasto dalla simpatia irresistibile, e poi Isabelle, dal Belgio, una ragazza esile, ma sicuramente coraggiosa. È qui da sola, come del resto la maggior parte dei volontari e delle volontarie. Cristian, il sosia cileno di Teo Teocoli, con i suoi 50 anni è lo “zio” del gruppo: è partito da Santiago con sei mesi in tasca da spendere a Calcutta.

Sveglia alle 5.20. Attraversiamo a piedi una fetta della città: circa venti minuti di cammino ci separano infatti dalla “casa madre” delle sorelle della Carità.

Fuori dall’albergo, montagne di spazzatura: non ci sono bidoni per gettare i rifiuti, che si accumulano ovunque. Tra l’immondizia alcune cornacchie stanno smembrando le carogne dei topi: immagine nefasta per iniziare la giornata. La luce dell’alba ha già sorpreso chi dorme sui marciapiedi, sotto un telo di nylon: c’è un fervore ancora silenzioso tra quelle decine e decine di uomini che si lavano i denti e si insaponano intorno a un getto d’acqua. Hanno i capelli arruffati, sono magri e curvi come figure stilizzate, schizzi appena abbozzati nella foschia del mattino.

La messa, in inglese, è alle 6 e la partecipazione è libera: si entra scalzi, ci si siede o ci si inginocchia a terra, accanto a una schiera composta di suore con il sari bianco bordato di azzurro. Un rito raccolto e autentico per trarre forza dalla preghiera e dal canto, per entrare nella giornata con uno sguardo nuovo. Al termine si legge la “preghiera semplice” di San Francesco e si intona il canto “love thee  daily more and more”.

Con gli altri volontari ci si dirige poi a “Shishu Bavan”, la casa che accoglie i piccoli indiani orfani o abbandonati, per una colazione a base di pane, banane e tè al latte, secondo l’uso inglese. Quindi ci si divide nei diversi centri di Madre Teresa: si raggiungono in bus, nel traffico infernale della città.

Ancora un tratto a piedi ed eccoci a Kalighat.

L’odore di disinfettante mi sale fino al cervello e mi annebbia lo sguardo mentre salgo i brevi gradini che introducono nel ricovero.

Il mio corpo si è irrigidito per la tensione; l’odore sterile della formalina mi anestetizza i pensieri e come un automa seguo gli altri volontari.

Io ancora non so come potrò rendermi utile.

Decine di brandine sono allineate su gradoni, cinquanta per la sezione maschile e altrettante per quella femminile. Attraversiamo rapidamente la sezione maschile, infiliamo grembiule, guanti e mascherina ed entriamo nel settore femminile.

Le donne hanno i capelli rasati e sembrano deportate di guerra. Alcune sono pelle e ossa, teschi con gli occhi vivissimi. Un’anziana paziente è rannicchiata accanto alla branda, esile e spaurita: un uccellino caduto dal nido.

Le altre volontarie sanno come muoversi, io sono disorientata: le donne indi non parlano inglese, se non poche parole. Sono silenziose, raccolte in un atteggiamento grave. Ho il timore di disturbarle, di essere invadente. Aiuto Lo, una ragazza francese bella e dolce, a sollevare una donna e insieme andiamo in bagno a lavarla. Altre ragazze tengono la mano alle pazienti: c’è chi le aiuta a mangiare, chi le massaggia con olii profumati.

Molte delle volontarie hanno abbassato la mascherina; c’è il rischio tubercolosi, è vero, ma quando non ci si comprende a parole,  il sorriso diventa l’unico canale per comunicare.

È molto faticoso, soprattutto dal punto di vista psicologico, riuscire a “dare”. Ma a Kalighat c’è la possibilità  di essere utili anche in modo più immediato: lavando i panni degli ammalati. La “lavatrice” è una singolare catena umana di volontari disseminati in alcune vasche: nelle prime due i ragazzi, con i pantaloni arrotolati al ginocchio e i piedi nudi, calpestano i panni  vigorosamente per insaponarli e passarli al primo risciacquo. Sono abiti imbrattati e devono essere disinfettati con cura, l’acqua è quindi satura di formalina: le nostre mani, al primo contatto si irritano, poi ci si abitua e con gran lena si immergono e si strizzano i panni di vasca in vasca, poi si raccolgono in ceste e si stendono al piano di sopra, sulla terrazza.

Dalla terrazza si scorge il tempio della dea Kali, una cupola variopinta che si staglia sul cielo grigio di umidità. Da qui si riesce a sbirciare dall’alto la vita di Calcutta: il groviglio di uomini, mucche, taxi e risciò. Il brulicare colorato di una vita che sembra scorrere incontrollabile. Come in un affresco espressionista, a tinte forti. Un urlo prolungato, che rimbomba in milioni di vite.

La giornata a Kalighat prosegue con una breve pausa e uno spuntino per i volontari: pochi minuti in cui ci si conosce, si scherza,  in un ineguagliabile “effetto squadra” di parole e sorrisi. Soprattutto i medici e gli infermieri hanno bisogno di rilassarsi un po’ dopo aver lavorato ininterrottamente e affrontato infezioni e medicazioni indescrivibili, muovendosi con i pochi mezzi a disposizione tra le brande dei pazienti. Non tutti i volontari dediti alle medicazioni sono infermieri o medici, molti hanno appreso alcune tecniche rudimentali e aiutano i pochi operatori sanitari disponibili. Nel reparto femminile osservo una ragazza che con fare esperto legge le cartelle cliniche e distribuisce farmaci; mi avvicino per aiutarla. “Sei medico?”, le chiedo. “No – mi sorride –… avvocato!”.

Ci si prepara quindi all’ultimo servizio della mattinata: il pranzo per gli ammalati. Lo preparano le donne indiane insieme alle sorelle della Carità, ma alcune ragazze collaborano pelando patate (centinaia di piccole patate!).

Aiutare le anziane pazienti che non riescono a nutrirsi da sole è la mia prima esperienza di autentica condivisione: in quel momento, seduti al capezzale, reggendo la testa delle signore e imboccandole come fossero bambine, ho la sensazione di essere gradita. Il sorriso si distende allora sul viso di entrambe, boccone dopo boccone: il contatto si fa più umano, più vero. Tanto che al termine del pasto una paziente mi prende la mano e la accosta al suo viso, per chiedermi una carezza.

Io la accarezzo, e lei tende le braccia esili per cingermi in un abbraccio.

Ha gli occhi lucidi, ad un passo dalla commozione, proprio come i miei: mi specchio in quello sguardo buono.

Al pomeriggio, dopo una doccia, chi vuole può lavorare ancora: ci si riunisce in Sudder Street alle 14.30. Noi seguiamo Jordy, un ragazzo spagnolo straordinario per spirito e impegno – è a Calcutta da nove mesi, e instancabilmente, quasi ogni giorno, spiega ai nuovi volontari cosa fare e come muoversi – , e in metropolitana raggiungiamo  DAIA DAM, il centro per i bambini “speciali”.

Al piano terra, in un salone spazioso e colorato, decine di piccoli giocano, corrono, reclamano attenzione. Un piccolino – avrà forse due anni – sbatte ripetutamente la testa contro un banco. Lo prendo in braccio e lui mi stringe fortissimo.

Ci spiegano in questo settore sono ospitati i piccoli con disturbi lievi, che comunque vengono abbandonati dalle famiglie; sono diverse le patologie, ma non sempre è possibile intervenire in modo mirato sui singoli casi, eppure ogni bambino è seguito con affetto. Da alcuni anni un giovane  frate italiano opera a Daia Dan. Mi chiede di non scrivere di lui. “Non siamo eroi”, dice, “quello che facciamo è normale”. Ma non posso assecondarlo del tutto. Il sacerdote vive a Calcutta con questi bambini, e già questa scelta, almeno per me, costa sacrificio. Con i piccini – nonostante le difficoltà di comunicazione – è riuscito a realizzare uno spettacolo natalizio facendoli esprimere al meglio delle loro potenzialità. Tre mesi di lavoro che ancora danno i propri frutti: riguardando la videocassetta dello spettacolo, i bambini si riconoscono, battono le mani e cantano.

“Con questo spettacolo sono riusciti a trasmettere gioia”, osserva il frate francescano.

È innegabile: quello spettacolo un po’ impacciato nei movimenti o nel canto non suscita compassione, ma ineffabile felicità. I bambini ridono, si divertono, esprimono se stessi.

Piccoli mondi si intersecano in un’emozione condivisa: le diversità si annullano in quella tenerezza.

“Sono bambini”, sorride il sacerdote.

Al primo piano sono ospitati i casi più gravi. Qui vivono bambini e ragazzini, fino a 12-13 anni: non sono autosufficienti e devono essere imboccati, cambiati, trasportati. Interagire con loro sembra molto difficile. Ma è ancora una volta la naturalezza dei ragazzi volontari a guidarmi: la bellezza di gesti semplici ma coraggiosi suscita tutta la mia ammirazione.

I ragazzini richiedono un rapporto “uno a uno”, non hanno il controllo  e spesso, mentre li imbocchiamo, risputano il cibo. Impiego quasi un’ora per imboccare una piccola ospite e svuotare il piatto (carico di una montagna di riso e verdure cotte), poi Jordy mi affida un ragazzino colpito da malaria celebrale. È magrissimo, la testa sproporzionata sul corpo esile e inerte: non può parlare, non riesce a muovere gli arti, ma, mi spiega Jordy, comprende tutto e comunica con lo sguardo, con due immensi occhi neri. Mentre lo aiuto a mangiare un piatto di semolino gli parlo in inglese, gli racconto della mia vita, del mio lavoro a scuola con i bambini. Lui lentamente deglutisce e mi osserva, ci guardiamo continuamente negli occhi. E intanto mangia.

Una “sister” mi dice che negli ultimi giorni non ha mangiato quasi nulla e che è buon segno se riesce a finire il piatto. Io allora continuo a raccontare, a imboccarlo, e a intonare qualche canzone in inglese. Non canto bene (anzi!), ma mi sembra che gli faccia piacere ascoltarmi. Come del resto a me vederlo mangiare.

Ritorniamo in Sudder street appiccicosi e quasi esausti. La strada come sempre è affollata di persone che chiedono la carità, qualcuno è mutilato, qualcun altro ci insegue per vendere la sua merce. Ci sono interi gruppi familiari che si avvicinano agli stranieri per truffarli: chiedono latte per i loro piccoli, ti convincono a seguirli nei negozi per acquistarlo a prezzi esagerati, ma poi, in un secondo momento, ripassano dal negoziante restituendo il latte e ottenendo una percentuale di denaro.

Lungo la strada, verso sera, incontriamo gli altri volontari ed è una presenza rassicurante, che fa sentire a “casa”: si avvertono un rispetto ed un incoraggiamento reciproci davvero rari.

Nella nostra stanza modesta ci concediamo una doccia. Il ventilatore gira vorticosamente sul letto e insieme a lui i frammenti e i volti di ogni lunga giornata a Calcutta.

“Calcutta tiene algo” – mi ha confidato questa mattina Carmen, una volontaria spagnola – “Calcutta ha qualcosa”.

È come se possedesse un segreto: è il posto in cui si incontra Cristo che porta la croce, insieme ai suoi fratelli più piccoli.

Il miracolo di un luogo in cui riesci a pensare un po’ di più agli altri.

E a dimenticarti di te.

(Tutte le foto sono di Eleonora Rossi)

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