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Ormai mancano pochi giorni al Natale e la frenesia dei regali – qualsiasi cosa, tanto “basta il pensiero” – e dei cenoni sta crescendo sempre più. Fra luci, carte da regalo, ninnoli sfavillanti e tanta stucchevole dolcezza da rischiare di cariare l’animo, c’è ancora spazio per la narrazione e per l’ascolto di vite e storie vere di gente di frontiera, di pescatori di umanità e di persone “che si portano dentro un intero camposanto”?

Davide Enia, la sera del 14 dicembre, ha aperto la stagione del Teatro Comunale di Occhiobello con ‘L’abisso‘, trasposizione teatrale dei suoi ‘Appunti per un naufragio‘ (Sellerio).
Un racconto che più natalizio non si può perché narra di come l’impulso all’accoglienza può superare l’impulso di sopravvivenza, della sacralità della vita e delle radici, che si possono ritrovare e riscoprire più salde su un’isola in mezzo al Mar Mediterraneo.
Un’ora e mezza di racconto di Lampedusa, questo scoglio piatto in mezzo al mare dove “il cielo ti frana addosso” e i venti ti sferzano sul viso, dove l’Africa incontra l’Europa, crocevia umano di destini, non sempre facili a intrecciarsi. E mai una volta la parola ‘migranti’. Perché le parole, sempre più svilite e “schiaffeggiate”, contano e per gli abitanti dell’isola quella parola, proveniente ‘dal continente’, è troppo moderna ed estranea per esprimere ciò che vivono. Serve il dialetto, lingua arcaica e masticata da generazioni, per dire esperienze e leggi universali: “In mare ogni vita è sacra” e salvare vite diventa “atto di devozione”.

Storie di vite e di corpi che si accumulano e si affastellano, che si intrecciano al vissuto personale di Enia: storie di padri e di figli, di rapporti riallacciati e ritrovati, o spezzati per sempre con (in)umana brutalità, vicende di morti e, perciò stesso, di disperata lotta per la vita.
Il padre “muto”, “la montagna che ascolta”, insieme al quale Enia assiste al suo primo sbarco: 523 persone, età medi tra i 15 e i 20 anni, su tre motovedette diverse. Zio Beppe, “una delle stelle più luminose nella costellazione della mia vita”. Il sommozzatore fascista, grande come un gigante, che piange raccontando del suo lavoro, e il suo collega rescue swimmer che “fa a calci e pugni con il mare” pur di salvare una vita in più. Vincenzo, custode del camposanto dell’isola, che lava, profuma e dà sepoltura a chi non ce l’ha fatta: a ognuno una tomba e una pianta perché, come dice guardando il mare, “le ossa di tutti saranno bianche”.

Enia, affiancato dal bravissimo chitarrista palermitano Giulio Barocchieri, racconta a mezza voce oppure usando il ritmo e l’arte del cunto, non più epopea antica da paladini, ma pulsione vitale, indignazione e riscatto, eppure docile strumento popolare per la rappresentazione del dolore. E poi c’è il silenzio, “bello e potente”, “vibrante e sospeso”: al cospetto di quella gente di frontiera “non riesco a dire nessuna parola”. Prima deve arrivare il pianto, che le lava e le pulisce le parole, le rende chiare, per poterle scrivere, dire, udire.
Prima che le azzurre luci si spengano e sul palco cali il buio dell’abisso, un’ultima storia, a proposito di “cerchi che si chiudono”, di “fine che coincide con l’inizio”: quella delle nostre origini, di una ragazza fenicia che attraversa il mar Mediterraneo sul dorso di un toro bianco. “Quella ragazza si chiamava Europa: noi siamo figli di una traversata”.

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