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I figli di Babbo Natale
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“In magazzino, il bene – materiale e spirituale – passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancor di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra «tredicesima mensilità» e «ore straordinarie». Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.”

Siamo nel 1963, ma potremmo benissimo essere nel 1983 come nel 2013. “I figli di Babbo Natale” è l’ultimo racconto contenuto nella raccolta “Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città” di Italo Calvino. Marcovaldo, kafkiano manovale-antieroe in una ditta di fantozziana memoria (dall’onomatopeico nome “Sbav”), è l’agnello sacrificale di un sistema più grande di lui, eternamente in competizione con altri sistemi affini, con la stessa mancanza di valori e la stessa insana passione per il capitale. Alla comicità delle scene cui fa da sfondo la città, si uniscono la malinconia e lo stupore, molto poco natalizi, che crescono via via che la sua avventura cittadina e familiare si evolve.
Marcovaldo non è dentro – è semplicemente l’ultimo anello di una malsana catena che dispensa consumismo – e non è fuori – viene alla fine scelto come Babbo Natale aziendale, subendone parrucca e costume. Lui, eterno ingenuo, Candido voltairiano, è il Natale. Ma quale?
È il Natale consumistico, pieno di luci e attenzioni false, volte a creare legami esclusivamente di profitto. È il Natale alla rovescia, in cui chi ha troppo non apprezza (il bambino triste e annoiato) e chi ha molto poco (il figlio Michelino) si preoccupa di dare a chi è povero, trovando nel bambino ricco e annoiato un ideale destinatario. È anche il Natale profetico del commercio e dei rapporti umani, che esalta oggetti e modi di comportamento distruttivi – purché si venda – e che riduce ogni piccola meraviglia e orgoglio a una alzata di spalle, quasi indifferente.
E Marcovaldo per un attimo si spera unico e irripetibile, scoprendosi poi microscopico ingranaggio del magico periodo natalizio, come un chapliniano movimento alla catena di montaggio delle festività.

“Per le vie della città Marcovaldo non faceva altro che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.”

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