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“Cambiare radicalmente la politica economica” con il ministro Guidi: la ‘mission impossible’ di Renzi

matteo-renzi

Quando Matteo Renzi, neo primo ministro, declama nel suo discorso di investitura che la situazione “richiede un cambio radicale delle politiche economiche”, verrebbe voglia non solo di applaudire, ma di alzarsi in piedi.
Finalmente, caspita! Possibile che nessuno prima abbia ancora avuto il coraggio di dire chiaramente questa verità così palese?
Poi, però, compare nella mente l’immagine della nuova ministra allo Sviluppo economico, Federica Guidi, cioè colei che dovrebbe dare gambe e concretezza a questo cambiamento radicale, nota esponente della parte più retriva del padronato industriale italiano, e l’entusiasmo si affievolisce rapidamente.
Stessa cosa quando viene indicato uno dei pochi impegni chiari e precisi di tutto il discorso: ridurre di 10 punti il cuneo fiscale sul lavoro. Prima reazione: sarebbe bellissimo! Ma, dopo qualche secondo: dove cavolo si prendono i 34 miliardi di euro necessari ad ottenere questo risultato?
Alla fine, prevale la sensazione di aver ascoltato un abile esercizio oratorio, che però risulta difficile catalogare come un vero discorso programmatico, essendo i pochi punti chiari enunciati in proposito (edilizia scolastica, pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, fondo di garanzia per le piccole e medie imprese) già presenti nel programma del governo Letta, appena destituito.
A proposito, continuano a rimanere senza risposta un paio di interrogativi non banali: perché questa repentina sostituzione, dopo averla tanto a lungo negata? Perché, e in base a che cosa il governo Renzi dovrebbe riuscire, pur con la stessa maggioranza che lo sostiene, là dove Letta ha fallito? Chi aveva pensato (sperato) che la risposta stesse in qualche geniale trovata o innovazione programmatica, è rimasto deluso, almeno fino ad ora.
L’unico fatto concreto consiste per il momento in una conquista del governo, avvenuta calpestando il proprio rivale e infischiandosene della coerenza con le proprie dichiarazioni rese appena poche ore prima.
Un fatto non marginale, perché quando, come oggi, ogni forma di rappresentanza, sociale o politica che sia, vive una crisi profonda, la coerenza dei comportamenti e quella tra le dichiarazioni e i fatti diventa assolutamente fondamentale, per la tenuta e la residua credibilità delle istituzioni democratiche.

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