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Caso GKN: avvocati perdenti, ma di successo

IL “PREMIATO” STUDIO LEGALE LABLAW.
Caso GKN: avvocati perdenti, ma di successo

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Ci sono gaffes che potrebbero assurgere ad icone dello ‘spirito del tempo’.  Lo studio legale Lablaw mena vanto, sulla propria pagina Facebook, di avere ricevuto un premio come “Studio legale dell’anno” nella categoria “lavoro”.
La rivista specializzata che ha conferito il riconoscimento lo commenta con le seguenti parole (riportate testualmente sulla pagina social dei vincitori): “Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti” .

La prima curiosità che balza all’occhio è che lo studio Lablaw ha ricevuto questo premio dopo aver sonoramente perso la causa contro la Fiom, proprio per la vicenda Gkn. Ricordiamolo: 430 lavoratori licenziati con “preavviso” via whatsapp e senza rispettare alcuna regola di legge e di contratto. La Fiom CGIL fa causa, il giudice revoca i licenziamenti e condanna l’azienda per comportamento antisindacale. Se questa è la tacca che ti fa vincere un premio, viene da chiedersi cosa avrebbe meritato lo Studio Legale di Fenomeni se l’avesse vinta, la causa. Il Nobel? il Disco d’Oro? L’Oscar?

Andando oltre l’ironia, appare chiaro che certe riviste specializzate in “diritto del lavoro” circoscrivono la platea dei candidati alla vittoria agli studi legali che hanno deciso di stare dalla parte dei più forti. Se così non fosse, lo studio che ha assistito la Fiom avrebbe dovuto vincere a mani basse. Però evidentemente non era ammesso tra i partecipanti alla gara.

Non so su quali testi debbano studiare diritto del lavoro gli universitari di oggi. So che io ho studiato sul Ghezzi-Romagnoli, che parlava dei lavoratori nel concreto e non del ‘lavoro’ come entità astratta, deprivata della carne e del sangue delle persone. So che adesso nel gergo delle relazioni industriali, si parla di “risorse umane”, e chi usa più spesso questo termine concentra la propria attenzione sul sostantivo (risorse), mentre l’aggettivo (umane) non è che un fastidioso grattacapo da gestire nel momento in cui il più forte decide che gli umani in questione non sono più risorse, ma zavorre da scaricare.

Sotto questo profilo, i responsabili delle relazioni industriali e i loro brillanti consulenti come Lablaw (perdenti di successo, verrebbe da dire) fanno un mestiere che non differisce molto da quello dei capi della logistica. Spostare, riallocare o eliminare merci come persone, persone come merci. Del resto, le norme glielo consentono. Gli unici granelli di sabbia che ingrippano ogni tanto l’ingranaggio derivano dalle regole degli anni settanta sopravvissute allo tsunami che, da trent’anni a questa parte, ha liberalizzato contratti, somministrazioni, appalti di manodopera, licenziamenti e chiusure arbitrarie di fabbrica. Più qualche giudice impazzito, o cresciuto coi principi della Costituzione, che ancora rema in direzione ostinata e contraria.

Quando l’avvocato Francesco Rotondi, dominus dello Studio Lablaw (nel cui curriculum si legge: “artefice dell’implementazione del lavoro interinale in Italia”: complimenti), tuona dalle colonne de Il Giornale contro “il nulla dello Stato e il trionfo dell’ipocrisia” (qui), ha ragione. Lo Stato non fa nulla per orientare le decisioni di politica industriale.
Peccato che l’ipocrisia sia anzitutto sua, di Rotondi, che di questo nulla approfitta per farsi lautamente pagare l’assistenza a quei padroni che di questo vuoto beneficiano. Il suo ragionamento assomiglia a quello di un sicario che finge di lamentarsi perché i mandanti degli omicidi la fanno sempre franca.

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