9 Settembre 2022

C’è qualcosa di nuovo… anzi d’antico:
Una Regina che muore e il Razionamento che ritorna

Francesco Monini

Tempo di lettura: 4 minuti

Va bene, ho capito, è morta la povera vecchia regina Elisabetta, rimasta eroicamente al timone del Regno Unito (e mica tanto unito) e del Commonwealth (ammesso e non concesso che conti ancora qualcosa) per più di Settant’anni.  Una tempra di ferro, un attaccamento alle tradizioni che non ha pari. Ho sentito anche la salve infinita dei cannoni. Elisabetta II: in televisione non si parla d’altro.

Ma chi come me – e non mi pare siano tanti –  senza venir meno al rispetto dovuto ad ogni morte, prematura o tardiva che sia, dichiara che “della regina Elisabetta non mi importa poi molto”, chi dice una cosa assolutamente ovvia: che “il suo peso politico era pari a zero”, essendo stata, la sua, “una guida puramente simbolica”. Chi osserva che “il mondo, con Elisabetta o senza Elisabetta,  rimane esattamente quello che era, con tutti i suoi drammi irrisolti”.
Ma chi (e anche questa volta mi iscrivo al piccolo gruppo) osserva come tutto il grande squadrone corazzato dell’informazione mainstream (i grandi giornali, tutte le televisioni, le inspiegabili lacrimucce sui social,  and so on) ci sta propinando vita, morte e miracoli di Elisabetta e della Real Casa, tralasciando le cattive nuove di un’Italia ‘alla canna del gas’ (letteralmente) e di un’ Europa divisa su tutto, comprese le sanzioni, le contro-sanzioni, il tetto ai prezzi del gas, le tasse sugli extraprofitti…
Chi, insomma, prova a dire che sarebbe ora di abbandonare i fatti e misfatti, gossip incluso, di Casa Reale e di parlare di cose serie, di raccontare l’inverno da incubo che aspetta gli italiani, di indicare magari qualche responsabile. Tutti questi, e spero che col tempo aumentino di numero, vanno incontro a una selva di reprimende: se non son proprio duri di cuore, sono i  soliti bastian contrario.

Bene, sfida accettata: da incallito bastian contrario a me interessa parlare del Razionamento.
E si badi, il termine Razionamento (riapparso da poco nel vocabolario corrente) ha una storia ancora più vecchia del lunghissimo regno di Elisabetta II.

Per capire cos’è il razionamento, per guardarlo in faccia, non basta andare indietro di 50 anni. Allora, eravamo agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, c’era la cosiddetta ‘crisi petrolifera’: ci dicevano che il petrolio stava finendo (macché!), in realtà c’era il braccio di ferro con i paesi del cartello OPEC e le speculazioni conseguenti dei grandi operatori industriali e finanziari. Ma l’Austerity non era Razionamento.  Ero piccolo ma un po’ me la ricordo l’austerity: non si imponevano  agli italiani regole, orari, temperature, chiusura di fabbriche  e negozi. L’austerity era la gran invenzione dell’ ora legale per catturare un’ora in più di luce. E poco altro: spegnere un po’ prima le luci di piazza; un po’ di austerità sociale, e alla fine ne saremmo usciti fuori.

Il razionamento, quello vero, è molto più antico. Bisogna tornare alle foto in bianco nero del 1943-45. Agli anni  di ‘molte lacrime e altrettanto sangue’, agli anni della fame, delle lunghe code con in mano la tessera annonaria. Il “batrace stivaluto” (Carlo Emilio Gadda) ci aveva  infilato in una guerra assurda e persa in partenza, con un esercito con le pezze al culo e le scarpe di cartone. Che ci potevamo fare? Dopo la disfatta dovevamo pagare tutti. Non avevamo scelta.

Non siamo ancora a questo. Vedremo cosa sarà, all’inizio e mese dopo mese, il razionamento del prossimo autunno inverno. Quello che è certo è che morderà la carne viva degli italiani. Porterà disoccupazione e disperazione, negozi e piccole imprese fallite e chiuse per sempre.
Gli Italiani – siamo o non siamo ‘brava gente’? – aspetteranno ad accendere il riscaldamento e abbasseranno di uno o due gradi la temperatura; poi vedremo se basterà: un sacrificio tira l’altro. Ma avremo o no il diritto di sapere chi e perché ha messo l’Italia e gli italiani in questo vicolo cieco?

Per chiedere, anzi, per imporre sacrifici (mi par di ricordare che Giulio Andreotti fosse un esperto in materia) al governo e ai partiti  sembra bastare puntare il dito su un unico capro espiatorio: la Russia brutta e cattiva.
Ma chi pagherà per la fallimentare politica delle sanzioni, che ha messo in ginocchio mezza Europa e invece ha arricchito (parlo di svariato miliardi,  l’impero di Putin?
Chi chiederà conto alle grandi aziende energetiche nazionali degli extraprofitti miliardari, ottenuti vendendo il gas al prezzo della borsa di Amsterdam?

La storia si ripete. E questa vota è storia recente: prima dei giganti dell’energia, erano state le big pharma a vendere a peso d’oro i loro vaccini, fissando il prezzo a loro piacimento. Prezzi gonfiati e pagati dall’Europa e dagli Stati Nazionali senza battere ciglio. Ovviamente i soldi venivano sempre dalla stessa sacca, le tasche dei contribuenti.

Forse l’italiano medio dovrebbe opporsi a sacrifici dovuti a una situazione di cui nessun italiano medio è responsabile. Ma siamo ‘brava gente’, un po’ troppo abituata a ubbidir tacendo. Guarderemo in su, un cielo sempre più minaccioso. Fino a quando, si vedrà.

Cover: ritratto di Elisabetta II,  foto Wikimedia Commons


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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “ferraraitalia”, ora “periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.
Francesco Monini

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