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In “Intervista a Il mondo” del 10 maggio 1975, Simone de Beauvoir affermò che “Essere donna non è un dato naturale ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà e per ogni donna la storia della sua vita”.
La storia della civiltà trova le sue tracce nella cultura dei popoli, ossia quel “complesso di conoscenze e credenze proprie di un’età, di una classe o categoria sociale, di un ambiente o dell’intera umanità”. La parola cultura viene dal latino ‘colĕre’, coltivare: come si coltiva la terra così si coltiva la mente dell’uomo e della donna. La storia della civiltà deriva quindi dall’arte di coltivare le menti, di condensare la conoscenza e l’esperienza mettendole a frutto della crescita sociale di una comunità.

Il ruolo delle donne in questa crescita è spesso sottovalutato, marginalizzato, per un’atavica abitudine a considerare la donna inferiore, meno capace, meno importante rispetto all’uomo. A indagare sulle ragioni di queste valutazioni sono impegnati sociologi, antropologi, storici; anni di lotte e conquiste hanno fatto sì che venisse sollevata nel tempo una ‘questione femminile’, della quale si dibatte ininterrottamente dal tempo delle suffragette, passando per gli incendi dei reggiseni negli anni Settanta fino alla recente problematica della ‘machizzazione’ del genere femminile. La lotta per l’eguaglianza di genere è un capitolo aperto per le organizzazioni femministe, i governi di tutti i Paesi del mondo, l’Unesco, il mondo politico, le associazioni, dovrebbe riguardare i cittadini tutti e tutte le istituzioni: le considerazioni per la Giornata internazionale delle donna, che si celebra oggi, 8 marzo 2016, le lasciamo quindi a tutti loro.

Noi oggi vi raccontiamo alcune storie, le storie della vita di donne alle quali riconosciamo il merito di aver contribuito alla storia della civiltà.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, nata nel 1646, è la prima donna ad aver conseguito una laurea, in un’epoca in cui non era nemmeno preso in considerazione l’ingresso di una donna presso la comunità universitaria. Ed era italiana, di Venezia. Quinta di sette figli, fin da bambina dimostrò di avere delle capacità di apprendimento strabilianti, oggi l’avremmo definita un piccolo genio. Figlia di un mercante, ebbe la fortuna di essere incoraggiata agli studi dal padre e all’età di 19 anni prese i voti come oblata benedettina, il che le permise di proseguire i suoi studi in filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo. In breve tempo il suo nome divenne noto fra gli uomini di cultura italiani e venne accolta in numerose accademie italiane, dall’Accademia dei Ricoverati di Padova a quella degli Infecondi di Roma, mentre la sua fama arrivò anche all’estero. Il padre Giovan Battista, quando Elena tenne una disputa filosofica pubblica a Venezia in greco e latino, chiese allo Studio di Padova – così si chiamava allora l’università – di assegnarle una laurea in teologia. Questa richiesta scandalizzò il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dello Studio, che sostenne fosse «uno sproposito dottorar una donna» e che sarebbe stato un «renderci ridicoli a tutto il mondo». Da queste affermazioni nacque una disputa fra lo stesso Barbarigo e il padre di Elena, che alla fine ebbe la meglio: il 25 giugno del 1678 Elena sostenne la sua dissertazione di fronte a una folla di studiosi e curiosi (si dice che persino Luigi XVI avesse mandato degli informatori a seguire la vicenda), si laureò in filosofia e non in teologia come richiesto, ed entrò a far parte del Collegio dei medici e dei filosofi dello Studio di Padova. Non poté mai insegnare perché donna.

Harriet Beecher Stowe è l’autrice di “La capanna dello Zio Tom”. Vissuta fra il 1811 e il 1896, passò i primi 12 anni della sua vita a Litchfield, nel Connecticut. Poi fu mandata a vivere a Hartford, dove la sorella Catrine aveva aperto una scuola. Qui venne inquadrata come una ragazza volubile e poco presente a se stessa, dai modi poco consoni, mentre in realtà era una studentessa capace e brillante, versata soprattutto nella composizione scritta. Nel 1832, il padre fondò un Seminario Teologico a Cincinnati e lei dovette seguire la famiglia in Ohio. Qui, 4 anni più tardi, Harriet sposò un professore universitario e cominciò a lavorare ai suoi primi scritti. Nel 1850 Harriet tornò in New England e fu mossa da una missiva della sorella a scrivere un’opera che raccontasse la condizione degli schiavi: “La Capanna dello zio Tom”. Il racconto fu pubblicato nel 1852 a puntate su un giornale di Washington, “National Era”, ed ebbe un successo tale che si ritiene abbia avuto un ruolo importante nel promuovere la causa abolizionista. Secondo un noto aneddoto, il presidente statunitense Abramo Lincoln, incontrando l’autrice, le avrebbe detto: “So, you are the little lady who caused this big war” (Quindi tu saresti la piccola donna che avrebbe causato questa grande guerra).

Marta Graham è stata una ballerina e coreografa statunitense (1894 – 1991). Considerata la “madre” della danza moderna, sosteneva che il movimento fosse la massima forma di espressione, atto a comunicare le più profonde emozioni dell’animo umano. Dopo aver studiato e danzato in importanti compagnie americane, nel 1927 aprì la “Martha Graham School of Contemoprary Dance” e qui ebbe modo di sperimentare le sue idee sulle potenzialità del corpo e della sua espressività. In principio le sue coreografie erano legate a temi sociali (ricordiamo i titoli “Immigrant”, “Revolt”), finché nel 1929 manifestò tutta la sua creatività e maturità artistica in “Heretic”, una composizione che aprì definitivamente la strada alla danza contemporanea per l’uso del corpo dei ballerini come uno strumento.

Palma Bucarelli è stata la prima direttrice donna di un museo pubblico in Italia e, più in generale, una delle più importanti direttrici di museo italiane del Novecento. Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fra il 1941 e il 1975, in un panorama prevalentemente maschile e in un momento storico, il secondo dopoguerra, in cui la direzione di un museo assumeva caratteristiche del tutto nuove.
Forte, colta, volitiva, la Bucarelli si affidò nel suo operato alla grande apertura culturale e all’indipendenza che la contraddistingueva. In particolare si impegnò per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea, che ancora trovava resistenza negli ambienti elitari della cultura italiana, e volle fortemente aprire le sale del suo museo a queste forme nuove e stimolanti per l’immaginario del suo tempo. Capì quanto fosse importante favorirne la comprensione da parte del pubblico attraverso mostre didattiche e cicli di conferenze, scardinò il ruolo della galleria come ‘contenitore d’arte’, aprendolo al pubblico e alle contaminazioni, rese le sale – un tempo ritenute intoccabili – un punto di incontro e di informazione per gli addetti ai lavori, ma anche per il pubblico, grazie a mostre temporanee, manifestazioni ed eventi.

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