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il new deal dei musulmani bolognesi

Cittadinanza attiva e dialogo,
il new deal dei musulmani bolognesi

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Tempo di lettura: 8 minuti

di Angela Cammarota

Dopo un silenzio durato sei anni la comunità islamica di Bologna si presenta alla città con un volto nuovo, quello di Yassine Lafram 28 anni, e tante idee per abbattere il muro

Di moschee a Bologna ce ne sono almeno dieci e sono sale di preghiera riconosciute formalmente come associazioni. Non ci sono cupole o minareti a segnalare la loro presenza, perché questi centri di culto hanno sede in ex garage, capannoni, appartamenti affittati e gestiti a spese della comunità di fedeli. Stando alle stime di Palazzo d’Accursio sono circa 25mila i musulmani bolognesi. Varcata la soglia di quella che dall’esterno sembra essere soltanto la porta di una vecchia autorimessa si entra a piedi nudi in un luogo sacro a tutti gli effetti. Disseminate sul territorio, queste piccole moschee prendono il nome di “centro culturale islamico”, e sono lo specchio di una comunità multietnica, dove accanto a bangladesi, africani, magrebini, kosovari ci sono anche italiani convertiti alla religione del Profeta, o meglio, secondo l’espressione che loro preferiscono essere chiamati, “ritornati” all’Islam.
Nel 2007 volevano permutare il loro terreno in viale Felsina con uno di proprietà del Comune per costruirci quella che allora fu definita “la grande moschea”, un centro islamico con una serie di servizi annessi. Accantonato quel progetto, la loro sfida oggi è la cittadinanza attiva, la partecipazione diretta alla vita della città partendo dai quartieri nei quali risiedono. Così il centro culturale islamico “Nurul Hidaya”, a due passi da porta San Vitale, contribuisce al decoro urbano di via Torleone; e quello di via Pallavicini aderisce, insieme con altre associazioni, al progetto partecipativo “Bella fuori”, che intende riqualificare il quartiere, partendo dalle richieste dei suoi abitanti.
A parlarne è Yassine Lafram coordinatore della Cib, comunità islamica bolognese, il coordinamento che raggruppa sette delle dieci moschee presenti in città, nato lo scorso giugno per “abbattere il muro di silenzio, superare le divisioni interne e presentarsi difronte alla cittadinanza e alle istituzioni come un corpo unico”. Marocchino d’origine, 28 anni e due figli, ex mediatore culturale al Cie di Bologna e voce del pubblico del programma di La7, “Anno Uno”, Lafram oggi rappresenta la realtà islamica bolognese.

Yassine, perché la Cib ha il tuo volto?

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Yassine Lafram rappresentante della comunità islamica di Bologna

Faccio parte del mondo dell’associazionismo dall’età di 15 anni. Ho iniziato con l’associazione Giovani musulmani d’Italia, dove sono cresciuto, poi un anno fa l’idea del coordinamento. Incontrai tutti i responsabili delle moschee per presentare loro la mia idea. Quindi decidemmo di esporci mediaticamente attraverso un coordinatore invece che di un presidente perché non volevamo che una moschea capeggiasse la altre. Hanno avuto fiducia in me.

Da dove nasce la necessità di un coordinamento tra i centri di cultura islamica bolognesi?
Nasce da una considerazione: è il momento di aprire una nuova pagina con la città. Dopo il fallimento del progetto della “grande moschea” ci siamo chiamati fuori e chiusi in noi stessi. Allora ci furono errori di comunicazione che generarono fraintendimenti, malintesi, tra la comunità musulmana, la cittadinanza e le istituzioni.  I cittadini bolognesi non si sentivano coinvolti in questo progetto. Sembrava quasi che questa moschea fosse calata dall’alto. In quell’occasione la comunità islamica non è stata capace di preparare il terreno per un eventuale dibattito, dimostrando alla città di essere già parte integrante di essa. La richiesta era semplice: pregare in un luogo dignitoso per loro e per la città, non in uno scantinato, un ex appartamento, un capannone, come è la maggior parte dei luoghi di culto dei musulmani oggi. Per questo vogliamo aprire un nuovo canale di comunicazione, capace di essere un punto di riferimento per i musulmani, i cittadini bolognesi, e le istituzioni locali. Vogliamo rivolgerci alla città intera: alla società civile bolognese, ai quartieri, alle associazioni, ai comitati cittadini: ci vogliamo rivolgere veramente a tutti.

In che modo?
Per esempio attraverso incontri di quartiere che possono riavvicinare i musulmani bolognesi ai loro concittadini nativi.

Per esempio?
La moschea di via Torleone contribuisce al mantenimento del decoro della strada, ridipingendo i muri e i portici da scritte e tag. Mentre la moschea di via Pallavicini è stata coinvolta nel progetto di riqualificazione urbana “Bella Fuori” del quartiere San Vitale. Quindi vogliamo raccogliere queste buone prassi e condividerle con le nostre altre realtà. Cercare di far tesoro di queste esperienze, esaltarle, metterle alla luce del sole. Sui mezzi d’informazione le buone notizie fanno fatica a circolare, ci impegniamo noi a farlo, a informare direttamente i cittadini perché le nostre moschee non restino isolate e percepite come fonte di disagio o degrado per il quartiere, al contrario vogliamo farne un faro.

Quindi il progetto della “grande moschea” è abbandonato o accantonato?
Se vuoi creare una moschea, ma hai dalla tua parte solo il Comune e il resto della città è contro di te, non ha senso che tu vada avanti. Per questo noi oggi non vogliamo costruire dei muri ma formare persone, una comunità islamica sempre più integrata sempre più bolognese, sempre più cittadina, che abbia un forte senso civico, e abbia a cuore il bene comune, il benessere di questa città. Questo è il punto cruciale su cui poggia la Cib. Il coordinamento nasce appunto per ricucire i rapporti con la città, riaprire quella pagina che è stata chiusa sette anni fa. La moschea non ci interessa, è un discorso passato.

Su questo punto siete tutti d’accordo?
Sì. Certo sarebbe ipocrita dire che le condizioni dei nostri luoghi di preghiera siano perfette. Nessuno di noi è contento di pregare in uno scantinato, ma questa è la situazione attuale, il dato di fatto. Tutti noi vorremmo incontrarci in un ambiente dignitoso, non chiediamo la moschea con il minareto e la cupola, ma luoghi alla luce del sole, non nascosti, o relegati in zone industriali. Potrebbe essere un discorso che si riaprirà, ma non adesso, più avanti, ora non rappresenta la nostra priorità. La mia intenzione come coordinatore è quella di aiutare almeno le moschee esistenti a sistemare le proprie carte: gli statuti, l’atto costitutivo, quindi migliorare la loro situazione attuale.

Quanto costa a un’associazione la gestione dei locali?
La moschea di via Pallavicini, per esempio, ci costa mensilmente 5mila euro circa. L’ultima ristrutturazione, invece circa 8mila euro: abbiamo dovuto acquistare tappeti nuovi, imbiancare le pareti esterne, sistemare un po’ di buche. Poi lì abbiamo un problema di risparmio energetico, per cui abbiamo dovuto mettere un parquet in laminato con tre strati di isolante termico. Noi siamo una comunità operaia, gente che lavora nelle fabbriche con uno stipendio che rasenta i 1200 euro al mese, tutto quello che abbiamo realizzato è stato grazie al contributo economico e professionale dei nostri lavoratori.

Il vostro terreno di via Felsina è stato da poco bonificato proprio con un progetto di cittadinanza attiva. Pensate di utilizzarlo in qualche modo?
Stiamo ragionando su che cosa se ne potrebbe fare in futuro, di certo non ci costruiremo una moschea, perché non ne ha le condizioni. Ci siamo detti: “intanto sistemiamolo, rendiamolo decoroso”.

Yassine, qual è la tua sfida per l’integrazione?
Bisogna ripartire dai nuovi cittadini perché fra noi ci sono italiani e bolognesi perchè pagano le tasse, ma stranieri di fatto perché non viene riconosciuta la loro appartenenza al territorio che vivono. Gli immigrati non sono ospiti. I ragazzi di seconda generazione, per esempio, sono cittadini a pieno titolo, che vanno riconosciuti come tali. Quando si parla di giovani bisogna pensare anche a loro, come quando si parla della popolazione bolognese bisogna considerare anche quelle migliaia di immigrati che hanno scelto Bologna come città.
Considera che mia madre è cittadina italiana perché lavora, versa i contributi. Io che
ho scelto di studiare, che ho frequentato l’università e ho iniziato a lavorare tardi, sono stato penalizzato, di fatto sono meno cittadino italiano di lei. Ma mia madre non parla italiano come me, non conosce l’Italia come la conosco io, non ha le chiavi della città, come noi di seconda generazione, che però non abbiamo diritto neanche al voto amministrativo. È da qui che Bologna deve ripartire.

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