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Come l’austerità ha impoverito l’Italia in nome del debito pubblico

Negli ultimi dieci giorni il Sole24ore ha dedicato almeno una trentina di articoli al debito pubblico, con utilizzo di titolone allarmistico oppure collegando l’argomento al deficit o alla mancata crescita. L’Ansa, ripresa da Repubblica, rilancia e titola “Bankitalia, allarme sul debito, nuovo record a febbraio scorso”.
Anche il Ministro Tria ne parla spesso e pone espliciti limiti alla sua manovra di politica economica proprio perché ha ben presente che l’Italia è uno di quei paesi ad “alto debito pubblico”. Ci tiene a rassicurare l’Europa sulla tenuta dei conti pubblici ovvero che vigilerà affinché sui fogli di bilancio statali alcuni più corrispondano ad altrettanti meno. Contabilità dunque, quella che viene prima della vita reale, dei rimborsi CariFe e dei pensionati.
Del resto l’allarme Debito Pubblico non ha senso macroeconomico, ma serve proprio per giustificare le politiche di austerità che sono alla base delle disuguaglianze e dell’arricchimento di pochi ma che, senza il consenso popolare basato sulla paura del mostro, non sarebbe possibile attuare.
E proprio questo consenso popolare che si è sviluppato intorno al tema non fa altro che ingigantire il problema piuttosto che risolverlo. Le politiche economiche degli ultimi 25 anni legate all’austerità attraverso il contenimento della spesa pubblica, dei salari e della domanda aggregata hanno creato i problemi che adesso si cerca di risolvere con le stesse politiche con le quali sono stati creati. Cioè con più austerità, contenimento della spesa pubblica e dei salari, distruzione della domanda aggregata… e la ruota gira!
Di questo tipo di politiche ne parla Servaas Storm, noto economista olandese, che dedica un paper alla lunga crisi italiana con questa conclusione: “Nello studio, dimostro empiricamente come la recessione italiana debba considerarsi una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht adottato dall’Italia a partire dai primi anni ’90”. In pratica il problema non è il debito pubblico ma le politiche economiche messe in campo per abbassarlo, in particolare, sotto accusa, i vincoli imposti dai trattati europei.
Scrive: “fino agli inizi degli anni ’90, l’Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante la quale è riuscita a raggiungere il reddito (per persona) delle altre nazioni della zona euro. Nel 1960, il Pil pro capite dell’Italia (a prezzi costanti del 2010) era l’85% del Pil pro capite francese e il 74% (in media ponderata) del Pil pro capite in Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi. A metà degli anni ’90, l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il Pil italiano pro capite era pari al 97% del reddito pro capite francese)”.
Quindi la strada intrapresa sembrava buona, ma dagli anni ’90 inizia (o si inasprisce) l’austerità. Tra gli anni ’60 e i primi anni ’90 il divario tra i salari reali italiani e quelli degli altri principali paesi europei si riduce al lumicino ma poi ricomincia a crescere ed oggi è persino più ampio che negli anni ’60. Tutto sacrificato sull’altare di Maastricht e delle politiche austere.
Nel 1992 l’uscita dallo Sme dell’Italia riporta in alto le esportazioni e la competitività italiana, ma già da allora i politici italiani vanno in senso contrario alla crescita. Basti pensare a Giuliano Amato e alle sue finanziarie lacrime e sangue e al loro impatto recessivo, fino a Prodi che lavorò per riportare l’Italia in un sistema di cambi fissi, quindi in un sistema che scarica le tensioni economiche sui lavoratori piuttosto che sul cambio.
Continua Storm: “seguendo pedissequamente le regole macroeconomiche europee, l’Italia ha determinato una carenza cronica di domanda interna. Questa è il risultato (a) dell’austerità fiscale permanente, (b) del persistente contenimento dei salari e (c) della mancanza di competitività tecnologica delle imprese italiane, che, in combinazione con un tasso di cambio sopravvalutato, riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato a fronte della concorrenza dei paesi a basso reddito. Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda; riducendo l’utilizzazione degli impianti e danneggiando gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività, bloccando dunque il paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento costante della matrice produttiva dell’economia italiana e della qualità dei suoi flussi commerciali”
Insomma, le politiche economiche degli ultimi venticinque anni hanno di fatto abbassato e contenuto i salari il che ovviamente ha depresso la domanda interna a favore di quella estera che, come misura isolata, non produce grandi effetti sul pil che non crescendo fa aumentare la forbice con il debito e dà fiato agli articoli del Sole24ore. Per invertire il processo bisognerebbe fare in modo che il lavoratore italiano avesse gli strumenti monetari e la tranquillità psicologica di poter spendere, il contrario di quanto fatto finora.
Quello che l’economia richiede è la spesa, non l’attenzione ai bilanci. Ma in costanza di debito, la spesa è diventata un tabù e grazie alla propaganda mediatica l’austerità viene persino accettata di buon grado, anche se nell’ultimo anno l’ondata populista sembra voler dare una svolta al pensiero comune. Il prof. Storm fa un simpatico parallelo tra l’accondiscendenza italiana alle politiche austere e il sentimento popolare francese “I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a gestire significativi avanzi di bilancio primari (di oltre l’1,3% del Pil in media all’anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. Mostrare una disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un’intervista del 2012 con la Cnn, anche se ciò significava “distruggere la domanda interna” e spingere l’economia in declino. L’impegno quasi “svevo” dell’Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con quanto fatto dalla Francia che ha registrato disavanzi primari in media del 2% del Pil nel periodo 2008-2018 e ha permesso al suo rapporto debito pubblico/Pil di salire a quasi il 100% nel 2018. La Francia ha dunque fornito stimoli fiscali (speso) per 461 miliardi mentre l’Italia ha drenato 227 miliardi dall’economia attraverso gli avanzi di bilancio. I tagli al budget italiano si manifestano in diminuzioni non banali nella spesa pubblica per la spesa sociale pro capite …. Non si osa speculare su quale sarebbe stata la protesta dei “Gilets Jaunes” (gilet gialli) se la Francia avesse attuato un consolidamento fiscale in stile italiano dopo il 2008.”
Insomma, in Francia la “società civile” non sarebbe stata, probabilmente, così tollerante. Da noi ci viene detto, nonostante dati e ricerche lo contestino, che siamo i colpevoli della nostra bassa crescita e del debito pubblico, dei nostri bassi stipendi e della nostra dipendenza politica dall’Europa che conta. La colpa è nostra, gli errori del sistema non c’entrano niente e non ci assolvono.
E invece non esiste un paese normale senza un debito pubblico e non c’è uno Stato che sia stato costretto a ripagarlo. Quando si racconta questo si sta parlando di Titoli di Stato venduti in valuta straniera e quindi non di una situazione normale. Il debito pubblico deve essere semplicemente sostenibile ovvero rinnovabile a scadenza.
Ogni debito è un credito in mano a qualcun altro. Se si annullassero i debiti non ci sarebbero più crediti e anche la moneta circolante che utilizziamo tutti i giorni è un credito per noi ma un debito per chi la emette, quindi solo un fatto contabile (voce in contabilità pubblica: monete e depositi pari a fine 2018 a 180 miliardi e 140 milioni di euro che sono contabilizzati come parte del debito pubblico). Se scomparisse avremmo dei problemi peggiori rispetto alla sua circolazione.
Attualmente il debito pubblico è pari circa a 2.350 miliardi di cui 1.995 miliardi (31 marzo 2019) sono Titoli di Stato di cui la Banca d’Italia ne ha comprato per 295 miliardi di euro, passando dal 5,5% al 20,2% del totale (sostanzialmente debito ricomprato da chi lo ha emesso). La quota posseduta dagli istituti di credito corrisponde al 19,6%; altre istituzioni finanziarie ne possiedono per il 22,7%; investitori esteri scendono al 28,6% (potrebbe essere un bene stimolare l’acquisto dei Titoli da parte delle famiglie italiane sull’esempio giapponese, Paese che se crollerà sarà per invecchiamento della popolazione e non certo per problemi di bilancio) che tra aprile e dicembre 2018 hanno disinvestito 88 miliardi di euro; anche i privati scendono al 5,1%, ma qui bisogna ricordare che quando fu emesso il Btp Italia banche e persino Poste Italiane ne sconsigliava l’acquisto a favore delle “più sicure” obbligazioni degli istituti di credito. Strani consigli visto che le banche ultimamente falliscono un po’ troppo spesso mentre il Paese Italia ha sempre onorato le scadenze.
A fine anni ’80 il debito pubblico in mano agli italiani superava il 50% e nessuno si sognava di sconsigliarne l’acquisto o di ritenerlo “poco sicuro”.
Nell’ambito del Quantitative Easing la Banca d’Italia ha anche acquistato circa 40 miliardi di euro di obbligazioni di Cassa Depositi e Prestiti e di altre società a partecipazione statale, il che vuol dire altro debito per la contabilità ma che assomiglia molto al debito creato quando la moglie e il marito si “prestano” 200 euro per pagare la gita scolastica al figlio.
In sostanza l’austerità è invocata per abbassare il debito pubblico ma le politiche di austerità per abbassarlo peggiorano il livello di vita della società e ci riportano indietro nel tempo perché il blocco della spesa contrae la crescita e lo sviluppo. La contrazione della spesa dello Stato contrae anche la capacità di risparmio dei privati peggiorando le previsioni per il futuro, la contrazione dei salari impedisce la spesa dei cittadini il che diminuisce la domanda aggregata mentre la riduzione del credito alle imprese ne favorisce il fallimento il che aumenta la disoccupazione e… la ruota gira di nuovo.
Il debito pubblico non ha bisogno di essere ripagato ma semplicemente di essere sostenibile e rinnovabile. E se si comprende che uno Stato non è uguale ad una famiglia, diventa più facile accettare che tali qualità non sono necessariamente correlate alla sua grandezza.

Alcune fonti:
Institute for New Economic Thinking
(curioso: la foto in primo piano suonerà familiare ai ferraresi)
Composizione dei Titoli di Stato

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