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Come stiamo ‘più o meno’ con l’Europa

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Si è pensato di offrire alcuni dei risultati di una recente ricerca del Censis intitolata “Il Dare e l’avere con l’Europa”, fatta affinché i cittadini delle nazioni chiamati al recente voto possano intravedere la bontà della loro scelta, oppure la delusione o l’indifferenza.
La stampa, i giornali, i media, internet, le tv e altri strumenti di comunicazione necessari ed utili per la divulgazione dei tanti saperi, non sono sempre sufficienti per approfondire temi complessi, anche perché sovente sull’Europa si dicono delle mezze verità, per non andare oltre.
Ecco, quindi, un primo bilancio “del più e del meno” con l’Europa, per poter ritrovare un nuovo protagonismo dell’Italia (anche per un Renzi andato oltre il 40% dei consensi) tratto e dal “47° Rapporto sulla situazione sociale del Paese” (Censis, dicembre 2013) e dai successivi comunicati stampa.

“[…] siamo il terzo contribuente netto dell’Ue, pur essendo al 12° posto per Pil pro-capite: nel 2012 versati 16,4 miliardi di euro e ricevuti indietro 10,7 miliardi, con un saldo negativo di 5,7 miliardi. Restiamo un mercato molto appetibile e diamo un forte contributo alla competitività europea.
L’Italia è il terzo contribuente netto dell’Ue. Il budget annuale dell’Unione europea è di circa 140 miliardi di euro, ovvero poco più dell’1% del Pil complessivo degli Stati membri. Il contributo italiano alla formazione del bilancio comunitario è pari a circa il 12% del totale.
Le risorse versate dall’Italia all’Ue sono aumentate dai 14 miliardi di euro del 2007 ai 16,4 miliardi del 2012, mentre gli accrediti effettuati dall’Unione nel periodo si sono aggirati intorno ai 9-11 miliardi all’anno, determinando così un consistente saldo a nostro svantaggio: 6,6 miliardi nel 2011, 5,7 miliardi nel 2012.
Sono 12 i Paesi che versano più di quanto ricevono. Il maggiore contribuente netto è la Germania, con un valore cumulato nel periodo 2007-2012 di 52,7 miliardi di euro e un saldo medio annuo negativo per quasi 9 miliardi. Al secondo posto c’è la Francia, con un valore negativo cumulato pari a 33 miliardi di euro e un saldo medio annuo negativo di 5,5 miliardi.
L’Italia è il terzo contribuente netto, con 26,7 miliardi di euro cumulati nel periodo e in media 4,5 miliardi all’anno, nonostante noi occupiamo il 12° posto in Europa in termini di Pil pro-capite (25.600 euro per abitante rispetto ai 31.500 euro dei tedeschi e ai 27.700 dei francesi). Nel 2012, in particolare, abbiamo versato 16,4 miliardi di euro e abbiamo ricevuto indietro 10,7 miliardi, con un saldo negativo di 5,7 miliardi.
Fra i percettori netti si collocano ai primi posti la Polonia (con 47 miliardi di saldi cumulati nel periodo 2007-2012 e una media di 8 miliardi all’anno), la Grecia (con 27,6 miliardi complessivi e un dato medio annuo di 4,6 miliardi), la Spagna (18,7 miliardi in totale e 3,1 miliardi in media all’anno).
Speso il 52,7% dei fondi comunitari a noi italiani destinati. La dinamica degli accrediti risente anche della capacità progettuale e gestionale dei fondi europei da parte delle autorità italiane. Attraverso i diversi fondi strutturali di derivazione comunitaria e nazionale, nel periodo 2007-2013 l’Italia ha finanziato 52 programmi, per un volume iniziale di risorse pari a 59 miliardi di euro nei 7 anni di riferimento. Oggi l’importo complessivo risulta pari a 47,7 miliardi e il contributo proveniente dall’Unione europea si attesta sui 28 miliardi. Considerando la spesa certificata a partire dal 2009, a fine 2013 risulta assorbita una quota del 52,7%.
In termini di Prodotto interno lordo siamo la quarta economia europea, l’Italia rappresenta il 12,6% dei consumi finali delle famiglie nei 27 Paesi membri, per un ammontare di circa 1.000 miliardi di euro. E siamo al quinto posto per numero di passeggeri del traffico aereo, con una quota sul totale europeo pari all’11,3% e un valore assoluto che supera i 116 milioni di passeggeri.
L’Italia si colloca al secondo posto in Europa per sottoscrizione di contratti di telefonia mobile, con un valore pari a 98 milioni e una quota del 14,8% sul totale dei contratti sottoscritti all’interno dei 27 Paesi. Siamo quarti per numero di linee telefoniche principali (21,6 milioni di linee) e per numero di abbonamenti alla banda larga fissa (13,6 milioni di contratti), preceduti in entrambi i casi solo da Germania, Francia e Regno Unito. Nel 2012 il settore delle telecomunicazioni ha generato ricavi superiori a 43 miliardi di euro (quarta posizione in classifica). La società italiana è solida. La quota sul Pil del valore degli immobili di proprietà in Italia è pari al 9,1%: questo dato ci pone in cima alla classifica europea. Sul piano della ricchezza finanziaria netta, gli italiani presentano un valore che è più di due volte e mezzo il reddito disponibile (quinto posto in Europa).

Formazione e riqualificazione del personale.Si registra anche una discreta attenzione per la formazione e l’aggiornamento professionale. Un quarto delle aziende (26,9%) è ricorso a interventi di riconversione del personale, due terzi (66,4%) hanno promosso attività interne di aggiornamento e formazione: il 36,2% tramite formatori o consulenti che hanno organizzato attività interne, il 23,8% con la partecipazione a fiere, il 20% tramite scambi con fornitori e clienti. Ma la «manutenzione del capitale umano» in tempi di crisi resta difficile. Se si esclude infatti un terzo delle imprese (il 36,7%, per lo più di grandi dimensioni) che considerano l’aggiornamento del personale un fattore centrale, la maggioranza sa che l’impegno su questo fronte non è adeguato: per il 28,4% l’azienda dovrebbe fare di più, il 34,9% è cosciente di non fare nulla su questo fronte. La riforma dell’apprendistato permette oggi alle aziende di fruire di un ventaglio più esteso di profili da acquisire: pur prevalendo i giudizi positivi (77,7%), permangono però forti resistenze all’utilizzo (solo il 14,6% delle imprese interpellate ha utilizzato tale strumento).

La ristrutturazione nascosta. Solo il 21,4% delle aziende con oltre 20 addetti è rimasto inerte, ma la maggioranza, pari al 78,6%, ha cercato di intervenire con iniziative di innovazione strutturale, con la creazione di nuovi prodotti e servizi (49,1%) o l’introduzione di nuove tecnologie funzionali al miglioramento dei processi di lavoro (45,1%). Il 38,9% si è concentrato sul miglioramento dei canali di vendita e di comunicazione, il 34,3% sull’ingresso in nuovi mercati territoriali, il 32,4% sul miglioramento della funzione finanziaria.

Innovare il portafoglio di competenze. I tentativi di innovazione si sono accompagnati in molti casi all’avvio di un processo di ristrutturazione aziendale, spesso doloroso. Il 37,3% delle imprese ha espresso l’esigenza di adeguare il proprio portafoglio di competenze al cambiamento. Si tratta di una minoranza di aziende che hanno dovuto ricercare sul mercato competenze nuove, che prima non esistevano (nel 20,8% dei casi) o che negli anni erano diventate obsolete (17,4%). Tra i nuovi profili richiesti dalle aziende spiccano i commerciali (dagli export manager agli agenti di commercio, ricercati dal 36,4% di queste imprese), i tecnici (32,4%), gli amministrativi (31,4%) e gli ingegneri (25,4%). Da segnalare anche l’elevata richiesta di esperti di comunicazione e nuovi media (ricercati dal 12,2%) e di informatici, sistemisti e programmatori (10,1%).

Valorizzare le competenze anche tramite una nuova organizzazione. L’inserimento di nuove risorse in sostituzione delle vecchie o il ricorso a competenze esterne più specialistiche, utili a supportare il cambiamento, si sono accompagnati all’ottimizzazione dell’organizzazione, con il reengineering dei processi lavorativi (38%), la riorganizzazione dei gruppi di lavoro (31,7%), la revisione dei turni e degli orari (26,5%), la ridefinizione del sistema di valutazione e dei meccanismi premiali (28%). Le resistenze interne del personale hanno condizionato in molti casi (54%) l’avvio dei nuovi processi. E le valutazioni dei risultati finora raggiunti non sono del tutto positive: solo il 25,6% degli imprenditori è pienamente soddisfatto, mentre la maggioranza (52,1%) dà un giudizio di sufficienza e il 22,3% non si ritiene ancora contento.

Le molteplici facce della ristrutturazione. Da un lato, emerge una logica di tipo difensivo da parte di quelle aziende che vivono una fase di ridimensionamento e per le quali la riorganizzazione rappresenta l’ultima chance di sopravvivenza. In questo caso l’intervento sul fronte organizzativo è drastico, con tagli al personale (48,7%), riduzione di orari, riqualificazione e riconversione delle figure professionali esistenti (30,9%). Sono quelle aziende in cui gli esiti appaiono al momento più incerti, a detta degli stessi imprenditori: il 37,4% giudica i risultati ancora non soddisfacenti, se non deludenti. All’estremo opposto, vi è invece un modello di riorganizzazione aziendale che segue una logica molto più spinta e aggressiva, che riguarda però solo l’8% delle aziende.
In questo caso la riorganizzazione segue un percorso di forte innovazione nel rapporto con il mercato, nella definizione dei prodotti e dei processi, nell’applicazione delle tecnologie. In queste realtà l’occupazione cresce. Il 75% di esse ha inserito nuove professionalità in azienda negli ultimi tre anni e il 53% ha dovuto acquisire nuove competenze di cui prima non disponeva. Emerge con chiarezza la forte spinta data all’innovazione dall’avvio dei processi di internazionalizzazione. Le aziende presenti all’estero con propri prodotti, stabilimenti e punti vendita (il 43,7% delle imprese interpellate) sono quelle che presentano i più alti livelli di innovazione. L’inserimento di nuove professionalità (46,5%), la riqualificazione del personale (34,6%), ma anche l’esternalizzazione di funzioni che prima venivano svolte internamente (20,3%) e l’uscita di professionalità non più utili (39,7%), sono stati i cardini del loro intervento […]”

Come si legge, non ci sono solo evidenze di macroeconomia (le cosiddette grandezze economiche) ma anche di politiche aziendali, e questo è un bene per il nostro Paese, in quanto dimostra la capacità del sistema produttivo di guardare lontano e di poter investire, soprattutto in innovazione, riorganizzazione, qualità del prodotto. Solo in questo modo si potrà occupare uno spazio indispensabile per il futuro del sistema delle aziende italiane ed europee in generale.
Restiamo un Paese forte nell’esportazione, dobbiamo esserlo anche per il sostegno dei consumi interni, ne abbiamo le capacità imprenditoriali e del lavoro. Ma due cose sono urgenti per sostenere questo nuovo processo: un diverso sistema fiscale e un mercato del lavoro certamente flessibile ma dignitoso.

Per ora ci fermiamo qui.

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