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28 aprile 1971, cinquant’anni giusti. Mezzo secolo, o molto di più, se scorrete la prima pagina del neonato “quotidiano comunista” il manifesto.  Perché nel nostro presente certe parole sono sparite: e senza le parole, senza il loro nome (come insegna Garcia Marquez) anche le cose spariscono dalla nostra vista. Continuano ad esistere, ma non le vediamo più.
E’ il gioco di prestigio dell’informazione mainstream: parole e cose che nessuno nomina più, cancellate dalle pagine dei giornali dei ‘padroni’ e dai canali televisivi, pubblici e privati. In realtà, anche se invisibili ai nostri occhi, ‘i padroni’ ci sono ancora, eccome, così come ‘gli operai’, ‘le lotte operaie’, ‘ Il capitale’, ‘Il capitalismo’, ‘sfruttati’ e sfruttatori”… A ben guardare, anche ‘il comunismo’ – o almeno la sua grande utopia – esiste ancora. Sotto terra però. Coperto da molti chilometri di silenzio.

Mercoledì 28 aprile 1971: la prima pagina del quotidiano il manifesto

Per rompere l’incantesimo, per svelare l’inganno, per raccontare quello che gli altri non raccontano, per fare ‘controinformazione’ (un’altra parola sparita) è nato cinquant’anni fa il manifesto, quotidiano comunista.
Dopo cinquant’anni, salvato cento volte dalla sottoscrizione dei suoi lettori, il manifesto esce ancora regolarmente. Da un punto di vista giornalistico ha fatto scuola (famosi, micidiali e bellissimi i suoi titoli d’apertura), ma è rimasto sempre più solo. La concentrazione in pochissime mani dell’informazione è andata ancora più avanti. La libertà di stampa e di informazione sempre più indietro.
Anche ‘la sinistra’ – la parola e la cosa – pare sparita dalla circolazione. Alcuni l’hanno definitivamente abbandonata (Renzi), per altri la parola va usata solo ed esclusivamente coniugata con la parola ‘centro’, fino a formare un ‘centrosinistra’ talmente diluito che di sinistra ha perso quasi ogni traccia (Veltroni, Zingaretti, Letta). Ci sono infine i resistenti, magari con qualche buona intenzione, ma che coltivano sinistra e comunismo in tanti piccolissimi orti, ognuno geloso della propria unicità.

E pensare che il manifesto, prima di essere un giornale, era un gruppo (Rossanda, Pintor, Magri Castellina…), espulso dal grande Partito Comunista Italiano e che, nonostante questo, predicava e praticava ‘l’unità della sinistra’. Senza quell’unità, scrivevano, la sinistra sarebbe stata sconfitta. Avevano ragione. O forse erano troppo ottimisti: la sinistra si è sconfitta da sola. Ed è scomparsa.

“quotidiano comunista”
(sottotitolo del quotidiano italiano il manifesto)

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