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Da Roma a Varsavia
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Nella pletora delle iniziative dei centenari spiccava per qualità e interesse l’invito dell’Istituto di cultura italiano e dell’Università di Varsavia al convegno internazionale su ‘Giorgio Bassani: ‘sostanzialmente un poeta’.
Così dalla tre giorni romana si passa alla due giorni nella capitale polacca. Ma prima di prendere l’aereo val la pena di ritornare al resoconto delle giornate romane per sottolineare una visita che il capogabinetto del ministro Franceschini, il ferrarese dottor Daniele Ravenna ci ha voluto offrire: una visita di straordinario interesse alla Crociera del Collegio Romano sede del Ministero dei Beni culturali. Qui è custodita parte della Biblioteca di Archeologia e storia dell’arte e qui attraverso i libri è possibile viaggiare, come è stato sottolineato, ‘nel luogo della memoria scritta’. Un’opportunità unica concessa da un ferrarese ai ferraresi. E’ un importante segno di quanto il Ministero tenga alla buona riuscita dei centenari ‘ferraresi’.
Mi si rimprovera inoltre di non avere menzionato la visita alla Domus aurea, luogo un po’, come dire, funesto per la sua solennità e sotterraneità, ma immagini immortali ci consegnano l’ingresso degli intrepidi visitatori ferraresi muniti di una specie di cuffia da bagno e dal caschetto giallo che fa molto radical chic.
Varsavia ci accoglie sotto un diluvio di acqua e di vento con i quali si doveva lottare per arrivare attraverso sconcertanti passaggi dall’aereo (ovviamente low cost) all’uscita. Poi il sole spunta e i curiosi relatori ammirano i bellissimi colori dell’autunno polacco. Sempre per rendere le cose facili l’albergo universitario e rigorosamente essenziale (!) in cui alloggiamo è solo a sei chilometri dalla sede del convegno che si tiene in pieno centro storico. Comincia una straordinaria caccia al taxi che se non è contattato telefonicamente ti sfugge, si nasconde, s’infratta e a seconda delle compagnie può richiederti una somma assolutamente spropositata per gli standard di laggiù oppure ridicolmente bassa, e alla fine, con il sole che ritorna, ecco dispiegarsi la Varsavia che non conoscevo: elegante, mondana, ridipinta. Una capitale che niente ha da invidiare alle altre capitali europee. Ci si aggira per i luoghi deputati accompagnati da una giovane storica dell’arte che parla perfettamente l’italiano. E tra il cuore di Chopin e il ghetto ebraico è tutto un susseguirsi di Oh! Oh! Un po’ come gli scolari in gita premio. Già sogno un giretto in carrozzella, ma sono immediatamente sconfitto. Anna Dolfi, mai sazia e instancabile camminatrice, continua a proporre cose nuove e lunghe, lunghissime passeggiate mentre, il dolente Venturi ad ogni piè sospinto invoca ‘taxi, taxi…’
Il laborioso pomeriggio si conclude in un ristorante ebraico dove squisite specialità vengono imbandite senza soluzioni di continuità e per le quali secondo l’esigenza di chi scrive tocca l’onore di un assaggio, per cui l’immediato soprannome affibiatomi ‘mezza porzione’. Il giorno seguente, le visite canoniche al Castello che custodisce due straordinari Rembrandt e nove Bernardo Bellotto, che solo lì viene chiamato Canaletto in quanto lo zio, il vero Antonio Canal, concede a lui, autore delle vedute di Varsavia, di potersi fregiare del suo nome. Nelle innumeri sale, tutte rifatte dopo la guerra, schiere di bimbi con in testa corone di carta sfilano vocianti, e con loro intrattengo interessantissimi colloqui a base di smorfie e gesti. E di nuovo il Ghetto ci accoglie con le sue accoglienti latterie che altro non sono che trattorie mentre, ispirato, il poeta e critico Alberto Bertoni tra le voci più interessanti intervenute nel convegno così racconta la visita al Castello nel suo prosimetro in viaggio:
“E in effetti muoversi senza capir nulla della lingua né parlata né scritta del luogo in cui ci si trova, crea molto spesso effetti distorti, scene di aperto straniamento. Varsavia è stata quasi integralmente rasa al suolo dai tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale, e quindi tutti gli edifici “antichi” che ne popolano il centro storico sono ricostruiti pietra su pietra, talvolta coi materiali originali, molto più spesso no. Il centro è dunque un falso, per chi pretende l’autenticità originaria del reperto: tuttavia, la ricostruzione è riuscita, quasi mai kitsch, e le scolaresche di ogni ordine e grado partecipano in massa, e non poco interessate, a questo loro teatro della Patria Inautentica. A ciò pensavo, osservando una figura sbilenca e grottesca che attraversava un salone del Palazzo Reale ondeggiando verso di me e il mio amico Gianni Venturi, per scomparire subito dietro una porticina proibita ai visitatori. Viene avanti, oscilla en travesti vigile urbano o commodoro dal fondo del pavimento a scacchi suo centro e tutto il berretto con gli alamari d’oro che gli avvolge la testa, nuca compresa, viene avanti e imbocca una porta altamente proibita ai non polacchi, facendo ciao con la mano a scolari incoronati di cartoni multicolori alle segrete dei nostri cuori.”
E Varsavia ci regala sorprese inaudite come lo sbalorditivo Polin Museum, il museo dell’Ebraismo, giustamente premiato come il più importante Museo del 2016.
Aggirarsi tra quelle sale, nella ricostruzione di una via del Ghetto con la sala cinematografica dei film ebraici degli anni trenta o un pavimento in cui, seguendo i passi dipinti sulla superficie in legno e al ritmo della musica, s’impara a ballare o aggirarsi tra le sale infinite della Shoah, dove una moderna tecnica fa muovere le celebri fotografie dell’esodo del Ghetto, è un’esperienza sconvolgente. Si muovono pure deliziosi e umoristici disegni di rabbini che entrano ed escono dalla sinagoga rifatta e completamente decorata e come bambini ci si perde a stampare su torchi lignei alcune litografie. Un viaggio a Varsavia val la pena farlo solo per visitare questo museo. Poi si esce e si ritorna nella grande piazza del Castello attratti da eleganti panchine in marmo nero. Ci si siede, ed ecco: premendo un bottone sulla seduta si diffonde una mazurka o una polonnaise di Chopin. Non sono né scherzi né adesioni alla tecnologia imperante ma un modo intelligente e nuovo di adeguarsi al proprio tempo e alle nuove conoscenze.
E finalmente giunge il primo giorno del convegno impeccabilmente organizzato dall’amico e collega Alessandro Baldacci e sostenuto dalla direttrice del Dipartimento Hanna Serkowska a cui mi lega la passione per Elsa Morante. Arriva l’ambasciatore, arriva il direttore dell’istituto di cultura, persone affabili e che ‘non se la tirano’ poi, dopo il bellissimo discorso di Anna Dolfi, il mio intervento che è una testimonianza affidata alla voce di Bassani che legge Rolls Royce e Le leggi razziali. Gli occhi dei giovani dottorandi si accendono di luce nuova e la giornata trascorre nel tentativo riuscito di riportare proprio lì nella citta martire la poesia di un ebreo ‘sostanzialmente poeta’.
Forza della poesia, forza della memoria, e nemmeno ci pesa, pur con il rimpianto di lasciare una nuova patria dell’animo, di trascinare i nostri bagagliucci nell’abitacolo dell’aereo che ci riporta a casa sotto lo sguardo annoiato di una hostess severa e leggermente fanée.

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