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Dario Fo e Franca Rame: giullari al servizio della gente

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STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
Dario Fo e Franca rame, Teatro Comunale di Ferrara, dal 5 al 10 marzo 2002

Vanno in scena al Teatro Comunale due appuntamenti con il teatro di Dario Fo: “Lu Santo jullare Francesco”, cui faranno prossimamente seguito gli atti unici “Una giornata qualunque”, “Grasso è bello”, “Sesso? Grazie, tanto per gradire” e il lancinante “Lo stupro”, con l’interpretazione di Franca Rame. Dario Fo (Varese, 1926): autore, attore e regista, nonché Nobel per la Letteratura, è balzato alla ribalta nel 1953 con la rivista satirica “Il dito nell’occhio”. Successivamente, fondata la compagnia teatrale con la moglie Franca Rame, ha creato e allestito fino ad oggi numerosissime opere con taglio prevalentemente socio-politico: da “Settimo: ruba un po’ meno” (1964) a “La signora è da buttare” (1967), da “Mistero buffo” (1969) a “Morte accidentale di un anarchico” (1971), sino ai più recenti “Fabulazzo osceno” (1982) e “Il papa e la strega” (1989).
Riguardo allo spettacolo di stasera, va ricordato che fu proprio il futuro Santo ad autodefinirsi giullare: infatti, ripudiando il canonico sermone, egli amava predicare ai fedeli con lo strumento della giullarata, di cui conosceva e applicava la tecnica e le regole. «Al tempo di Francesco – spiega lo stesso Dario Fo – definirsi giullare, seppure “al servizio di Dio”, era una vera e propria provocazione al limite della blasfemia. Francesco era dotato di una mimica e di una comunicativa davvero eccezionali! E riusciva a farsi capire, davanti alle folle straripanti di tutti i borghi e di tutte le città d’Italia, grazie appunto al particolare linguaggio dei giullari, un linguaggio fatto di termini pescati qua e là in tutti i dialetti, con iterazioni continue, termini latini, spagnoli, provenzali e perfino napoletani e siciliani». La rappresentazione prende le mosse dall’orazione che Francesco, trovandosi a Bologna il 15 agosto del 1222, era stato invitato a tenere sul tema in quel periodo più caro ai felsinei: la guerra riesplosa contro gli ‘storici’ nemici imolesi. Occasione in cui egli preferì sostituire alla canonica omelia in latino l’amata “concione giullaresca” in lingua volgare.
Franca Rame, dal canto suo, indaga l’universo femminile affrontando due tematiche privilegiate: il rapporto di coppia e il rapporto con i figli, interpretando sulla scena due personaggi-prototipo: Giulia e Mattea. «“Una giornata qualunque” e “Grasso è bello” sono due testi cattivi come pochi altri. La comicità qui è data dai paradossi, ma la cattiveria è quella che l’interprete esercita sul suo pubblico per informarlo, per educarlo, per metterlo violentemente di fronte ai propri difetti, ai propri limiti. E, in ultima analisi, per aiutarlo a cambiare se stesso e il mondo».

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