Giorno: 3 Dicembre 2013

calendario

Giorni bui, sui calendari trionfano gli ‘eroi’ dei tempi moderni

L’edicola dei giornali è luogo affascinante, è lì che impari a conoscere i tuoi simili, giornali di destra (tanti), di sinistra (pochissimi), settimanali-bestiario, quelli destinati a un pubblico femminile alla perenne ricerca di un gadget qualunque purché gratis, e, poi, libri, giocattoli, modellini di auto, pupazzetti, penne, matite, block-notes, di tutto vendono oggi i giornalai. Purtroppo anche i calendari. Quando l’anno si avvicina alla sua morte, l’edicola si riempie di ebdomadari di ogni genere, fino a qualche anno fa soprattutto impreziositi da immagini di donne bellissime e semi nude, quando non nude del tutto. Ma da qualche anno le donnine, che un tempo ti venivano regalate dal barbiere in plaquettes luccicanti e profumate di violetta, vanno diminuendo: gli italiani hanno perduto forse la loro caratteristica di guardoni inguaribili? Non è questo il punto, come direbbe il baffetto D’Alema. Il punto è che le immagini stereotipate delle ragazze copertina vengono sostituite da altre icone. Ed eccoli lì, appesi alla parete , in grande evidenza, i simulacri dell’italiano medio di oggi: in ordine, vedo da sinistra a destra l’immancabile calendario di Padre Pio, quindi della Madonna di Medjugorje, entrambi destinati a rendere sana e ricca la famiglia, come scriveva Sandor Marai in un suo bellissimo romanzo, insomma usati per fare i miracoli di cui siamo sempre in credito. Fin qui nulla di strano. Il grottesco viene subito dopo la parata di santi, quando sulla parete compaiono due immagini patinate di Berlusconi, una intitolata Mussolini e una seconda dedicata al Duce. Nudi?, chiedo all’amico giornalaio. No, no, risponde, sono in divisa, cioè in doppiopetto il primo e in orbace il secondo. Da un punto di vista sociale penso subito che questi calendari siano stupidi, non informati e moralmente censurabili. Ma come! Mussolini, oltre ad aver tolto pensiero e parola a chi non faceva il saluto romano, è stato la causa di una tragedia senza pari, milioni di giovani, di donne e di bambini immolati sull’inesistente altare della sua personalissima gloria; gli italiani sono riusciti con coraggio a disfarsi di un borioso cialtrone ed eccolo qui, il dittatore senza scrupoli, ritornare a colori su carta patinata con la mano alzata a salutare i suoi fedeli sudditi, come se nulla fosse stato, come se non ci fossero state le leggi speciali, le leggi razziali, la guerra, l’odio insegnato perfino ai ragazzini a scuola: “Ferrarizzare l’Italia!”, gridavano i fascisti dopo la lunga notte del ‘43, che significava ammazzare tutti gli antifascisti, un ordine preciso che diede luogo a una cruenta guerra civile. E Berlusconi? Beh, qui si cadrebbe nel comico, se il cavaliere in quasi vent’anni non avesse mortificato le coscienze degli italiani e impoverito le loro tasche. Siamo alla frutta, dico al giornalaio, mi dia la Settimana enigmistica.

angelino-alfano

Il lavoro secondo l’ineffabile compagno Alfano

Ho un attimo di smarrimento. La noia lineare che accompagna la lettura dell’intervista di ieri resa dal vicepresidente del Consiglio Alfano al quotidiano “La Repubblica” è improvvisamente turbata da un’affermazione che non m’aspetto. Alla domanda “quali sono i vostri punti irrinunciabili?” l’ineffabile Angelino replica inaspettatamente: “La parola chiave sarà lavoro: aumentare il numero degli occupati e dare una speranza ai nostri ragazzi”.
Gulp! Che succede? L’occupazione al primo posto! Alfano come la Cgil?!? Fatta questa premessa, adesso seguirà certamente un attacco frontale alla Merkel e alle dottrine neoliberiste: il classico scavalcamento a sinistra, degno della migliore tradizione democristiana, anche se è persino troppo facile con l’attuale Pd.
Ma poi purtroppo Alfano spiega meglio in cosa consiste la sua idea di centralità del lavoro.
Prima di tutto: “tagli robusti alla spesa pubblica improduttiva”. Vabbé, ci può stare, anche se temo non avremmo le stesse idee nel definire qual è quella improduttiva e rimane piuttosto oscuro come questi tagli possano creare nuova occupazione.
E poi: “riforma elettorale, fine del bicameralismo perfetto”: ok, titoli condivisibili, non facciamo gli schizzinosi, ma che c’entrano col lavoro e l’occupazione?
E ancora: “detassazione per le imprese”. Ecco, questa mi sembra d’averla già sentita. Quando è stata fatta non ha mai prodotto occupazione, ma che ci importa? Intanto detassiamo le imprese con la scusa del lavoro e poi magari per compensare facciamo pagare più tasse ai lavoratori! Semplice e già sperimentato. E’ vero che così l’economia va a rotoli, ma poi possiamo sempre far cassa alzando l’età pensionabile.
E infine, la perla: “determinazione del salario di produttività”. Ma che vuol dire? Il salario di produttività c’è già, fa parte di tutti i contratti nazionali di lavoro, si contratta generalmente in azienda, quando le condizioni economiche della stessa lo consentono. Chi lo deve determinare? Il governo? Ma soprattutto cosa c’entra con l’occupazione?
Letto questo, giro la pagina, anzi chiudo il giornale: è troppo!
E’ vero che ormai in questi anni ci siamo dovuti assuefare al peggio, ma queste fumoserie, queste affermazioni furbette e insensate, questo misto di studiata superficialità e incongruenza resta una delle eredità più devastanti della politica dell’ultimo ventennio.

violenza-sulle-donne

Violenza di genere. Non solo ‘bruti’ e non solo ‘fate’

Edoardo Bennato, nel 1977, cantava La Fata. «E forse è per vendetta e forse è per paura o solo per pazzia ma da sempre tu sei quella che paga di più. Se vuoi volare ti tirano giù. E se comincia la caccia alle streghe, la strega sei tu. E insegui sogni da bambina e chiedi amore e sei sincera. Non fai magie, né trucchi, ma nessuno ormai ci crederà. Chi ti urla che sei bella, che sei una fata, sei una stella. Poi ti fa schiava, però no, chiamarlo amore non si può». Sono passati 36 anni eppure, queste parole, sono tutt’oggi di grande attualità. Chi scrive avrebbe voluto leggerle, ieri, al seminario Comunicazione e violenza di genere, organizzato da Comune, Provincia, Centro Donna Giustizia e Udi, alla Sala Musica del Chiostro San Paolo, nell’ambito delle iniziative legate alla Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ricorsa lo scorso 25 novembre. Ma non c’è stato il tempo, perché gli spunti emersi sono stati davvero tanti e tenere il filo era difficile. Questo a significare che il ragionamento sul tema è talmente complesso e articolato che le angolature dal quale afferrarlo sono molteplici. Giovanna Pezzuoli, autrice del blog del Corriere della Sera La 27esima ora, ha preso le distanze dall’utilizzo del termine ‘vittima’, cui preferirebbe ‘condizione temporanea’ di fragilità’, meno impattante, diciamo così, ai fini dell’elaborazione interiore della riconquista del proprio futuro. Serena Bersani, della rete Giulia (Giornaliste Unite Libere e Autonome), ha rimarcato come ancor oggi si utilizzi il maschile nell’identificazione dei ruoli – il Presidente invece che la Presidente – e come certi titoli di giornali siano profondamente e volutamente equivoci. «Baby Squillo – ha spiegato a mo’ di esempio con riferimento alle tristi vicende romane di prostituzione giovanile – o sono baby o sono squillo». Francesca Barzini, de Il Fatto Quotidiano e già coautrice del programma Rai, Presa Diretta, ha rilevato come ogni passaggio di un dramma andrebbe capito e messo in relazione al precedente. Troppo spesso invece si arriva soltanto alla fine e si parte di lì. «Quello è l’epilogo, prima ci sono stati segnali. Bisogna chiedersi se sono stati individuati». Tutti punti di vista, quelli delle relatrici – legati l’uno all’altro dagli interventi di Paola Castagnotto, responsabile del Centro Donna Giustizia, e introdotti dall’assessore comunale, Deanna Marescotti – che avrebbero meritato un convegno a parte tanto è vasta la materia. Materia che attiene all’educazione, alla socialità, alla cultura. E che subisce gli effetti della crisi economica, laddove la realizzazione personale femminile diventa più difficile e i ruoli, in casa, tornano spesso ad essere ‘impari’. Ma la sintesi, dicevamo, serve. Anche questo è emerso ieri. Come serve una soluzione. Che non può limitarsi al sollievo per la ratifica, da parte dell’Italia, della Convenzione di Istanbul, la cui lettura attenta rivela certamente un impegno, e notevoli passi avanti, ma anche i limiti di una cultura che troppo spesso si ferma agli intenti e al tentativo di dare definizioni, come nel caso della violenza domestica, che finalmente non viene più sminuita. Alla responsabile del Tg di Telestense, la giornalista Dalia Bighinati, che ha moderato il dibattito, va riconosciuto il merito di avere chiesto l’intervento dei colleghi del territorio: tanto dei quotidiani quanto degli uffici stampa. Un aspetto affatto scontato, perché la comunicazione si compie a vari livelli e quel che si legge o si ascolta al tg, è spesso il prodotto finito. Prima, al lavoro, ci sono altre professionalità, altre sensibilità. Come ha ben rimarcato Alessandro Zangara, responsabile dell’Ufficio Stampa del Comune di Ferrara, che ha sottolineato l’impegno suo e delle colleghe nello studio e nella divulgazione di un linguaggio anche di genere. E se l’atmosfera si è animata un po’ quando il collega de Il Resto del Carlino, Daniele Modica, ha rivelato di aver chiesto a un’associazione femminile di poter fare un servizio ‘sul campo’, e di avere ricevuto un rifiuto in quanto uomo, è innegabile che il suo contributo è stato fondamentale per rilevare che una sensibilità maschile c’è. E che non tutti gli uomini sono dei ‘bruti’ – come poi ha confermato Michele Poli, del Centro d’ascolto Uomini Maltrattanti, che ha insistito sulla necessità di sviscerare il punto di vista maschile – come non tutte le donne sono delle ‘fate’. Noi riteniamo, e questo abbiamo detto, che accanto alle vulnerabilità della condizione femminile, vadano evidenziati i punti di forza, che ci sono. Che lottare è giusto e doveroso, ma non solo per contrastare una cultura che permette a un uomo di perseguitarci o alzare le mani contro di noi perché incapace di accettare un rifiuto o un abbandono. Ma per affermare la nostra identità, le nostre prerogative. C’è una generazione, quella delle quarantenni di oggi, cui la sottoscritta appartiene, che gli strumenti per raggiungere una certa consapevolezza li ha avuti. Non tutti nella stessa misura, ci mancherebbe, ma in buona parte. Certo non generalizziamo. Poi c’è la generazione precedente, che ha dovuto conquistare ogni spazio, ogni diritto. Ma il vero problema sono le giovani e i giovani di oggi, depauperati o privati di valori cui aggrapparsi. Che spesso dimostrano di non capire o di non sapere che il corpo è quanto di più sacro abbiamo e se non impariamo a rispettarlo, non sapremo mai né rispettare gli altri né noi stessi. O noi stesse. Ecco perché in una società che ancora troppo spesso ammanta di romanticismo delitti efferati, che definisce ‘raptus’ un’azione premeditata, che giustifica con la locuzione ‘lato oscuro’ la convinzione di essere impuniti e impunibili, la sensibilizzazione va fatta a più livelli, a cominciare dalla scuola, la prima agenzia formativa. A noi l’argomento ha appassionato e ringraziamo gli organizzatori per l’invito. Sarebbe bello continuare su questa strada, quella del confronto tra i media e le istituzioni. Intanto per questa settimana, FerraraItalia ha deciso di accogliere gli interventi di chi vorrà dire la sua sull’argomento. Un argomento su cui, Bennato ci insegna, le cose da dire non si esauriscono mai.
Per inviare, è andare nella sezione “contatti”.

museo-spina

“Museo di Spina e Pinacoteca esempi virtuosi per uscire dalle secche”

Il potere taumaturgico della bellezza riesce a superare anche le secche in cui s’è incagliato il sistema Italia nella sua affannosa ricerca di darsi un volto politico possibilmente senza le rughe del passato ma anche con una parvenza di eticità che sembra scontrarsi, anche nei migliori, con il sistema politico stesso. Così mentre si leggono notizie che potrebbero solo renderci orgogliosi (vedi il reportage di Francesco Erbani su “Repubblica” di qualche giorno fa) quali quelle che riferisce che in Italia vi sono più di cinquemila luoghi museali, rispetto ai quasi millecinquecento che può vantare la Francia, seconda in questa classifica mondiale, luoghi dislocati nelle città di provincia piccole o medie che non riescono a gestire questo patrimonio per mancanza di personale o di una decente catalogazione. L’aiuto potrebbe venire dalle benemerite associazioni che, come accade in città “oberate” dal peso di una immensa offerta museale quali Venezia, Firenze o Roma, affidano l’apertura dei musei minori ad associazioni quali gli Amici dei Musei che però sono presenti solo in 261 realtà. Qual è l’origine prima di questa difficoltà? Probabilmente la resistenza che i lavoratori addetti a questa bisogna oppongono a una prestazione del tutto gratuita, spalleggiati in questo diritto dai sindacati. Non è che una delle tante difficoltà burocratiche che impediscono ai musei di aprire con regolarità. Un’altra causa che Salvatore Settis commenta nel suo articolo apparso su “Repubblica del 1 dicembre (“Ai cittadini spetta la sovranità sui nostri territori”) è l’uso commerciale che a siti naturali, musei, luoghi d’arte vengono affidati come set di ambientazione di qualche prodotto: dal prosciutto toscano appeso alle spalle del David di Michelangelo per reclamizzare il prodotto (“Perfetto equilibrio del gusto”) alle modelle occhieggianti tra i gessi canoviani della gipsoteca di Possagno a una celebre fattoria della Val d’Orcia location per la più famosa marca di pasta e biscotti. Oppure allo sfruttamento del celebre Corridoio vasariano che unisce con una via aerea Palazzo Vecchio a Firenze fino a Palazzo Pitti affidato a una impresa privata che richiede “solo” 16 euro per percorrerlo nonostante che i lavoratori dei musei fiorentini fossero disponibili a tenerlo aperto gratuitamente. Settis, approvando la decisione del ministro Bray che attesta come i lavoratori della Soprintendenza fiorentina sono “impegnati nella difesa della Costituzione” conclude che “su paesaggi e opere d’arte non ci sono copyright. Che i sovrani sono i cittadini”. La situazione ferrarese non è tanto diversa. I piccoli musei sono praticamente chiusi perché non sufficientemente tutelati data la crisi economica, la disponibilità di monumenti famosi quali il Castello a ospitare eventi di natura commerciale resta modesta e comunque non sempre all’altezza con un luogo così famoso come il palazzo degli Este. Solo poche realtà locali sono riuscite a vincere la sfida con la crisi e il terremoto attraverso un’intelligente amministrazione. Il Museo Archeologico di Spina che rimane un esempio brillantissimo delle possibilità di rendere stimolante l’offerta museale con una serie di manifestazioni calibrate che esulano dalla sola esposizione di reperti che, pur di fondamentale importanza nel panorama mondiale, non riescono da soli ad attirare un pubblico “motivato” o la Pinacoteca Nazionale del Palazzo dei Diamanti. Entrambe le istituzioni sanno offrire a gran parte dei cittadini o dei visitatori stimolanti proposte programmando manifestazioni che pur rimanendo nell’ambito di un’offerta culturale alta sanno coniugare il primo compito del museo (casa di tutti i cittadini “ che ne sono sovrani” secondo Settis) che è quello di esporre i reperti della nostra storia e della nostra civiltà con altre scelte quasi sempre azzeccate. Ad esempio quelle che ho potuto sperimentare tra ieri e oggi: l’inaugurazione dell’anno sociale degli Amici dei Musei con una conferenza lezione su Verdi e la poesia tenuta da un giovane studioso ferrarese Michele Borsatti che ha incantato il folto pubblico. Di seguito ha proposto un concerto di memories tra Beatles e pezzi classici interpretati da un giovanissimo pianista quindicenne di grande bravura per i bambini in emergenza. O domenica l’esecuzione dello Stabat Mater di Pergolesi con l’Ensemble Barocco del Conservatorio ferrarese, altra straordinaria realtà culturale della città, e con due stupefacenti e giovanissimi cantanti. Allora sì che, riprendendo l’inizio di questa riflessione, il potere taumaturgico della bellezza riesce a superare anche le secche in cui s’è incagliato il sistema Italia. Si pensi anche all’attività della Pinacoteca sempre pronta a spalancare le porte del meraviglioso salone d’onore di Palazzo dei Diamanti a iniziative nobili e raffinate come sarà il 4 dicembre la presentazione del libro brillantissimo di un grande studioso dal nome celebre, Masolino d’Amico, che scrive un divertissement sul più grande “sarto” del paesaggio inglese così come ora lo conosciamo: Lancelot “Capability” Brown che cucì, secondo il modello del cosiddetto giardino inglese, le bellezze della campagna e dei suoi meravigliosi siti. Capisco che l’amministrazione comunale e provinciale deve fare di necessità virtù, capisco anche che il pubblico dei visitatori e cittadino preferisca il festival dei Buskers o quello dei Baloons a una più difficile scelta di cultura falsamente bollata come elitaria in quanto non promuove il turismo o solo un certo tipo di turismo. Capisco anche che le mostre di Ferrara arte o l’attività del Teatro comunale siano di vitale importanza per l’immagine della città. Meno capisco l’ossessione di ricavare comunque un reddito dall’evento. E primo fra tutti la scelta dell’incendio del Castello che mette a repentaglio diversi monumenti della città, che evoca nella sua fase più intensa un mondo di fuoco e fiamme, una Gehenna di cui non capisco il valore ma capisco la simbologia: fuoco, fiamme e boati. Ma alle scelte condivise da tanti non si può che opporre un educato dissenso. Spiace comunque che chi non è in riga con queste scelte e con queste soluzioni sia solo riservato il ruolo di noioso e “vecchio” intellettuale. A una domanda rivolta per interposta persona al guru di Renzi, il celebre Gori, se sembrava corretta la scelta commerciale fatta dal sindaco fiorentino delle bellezze artistiche della città la risposta è stata un secco “La cultura non deve essere elitaria”. Alla grazia!

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi