Giorno: 6 Aprile 2014

Comacchio, l’Amministrazione Comunale al Vinitaly 2014: un’occasione per promuovere il territorio

da: ufficio stampa Comune di Comacchio

Dopo la partecipazione alla Fiera Internazionale del turismo all’aria aperta che si è svolta a Stoccarda dal 14 al 19 gennaio scorso, l’Amministrazione Comunale sarà presente martedì 8 aprile ad un altro prestigioso meeting, dedicato alla promozione del territorio attraverso le sue eccellenze. Stiamo parlando di Vinitaly, la rassegna veronese che da oggi, domenica 6 aprile aprirà il sipario sui migliori vini prodotti in Italia e nel resto del mondo. La delegazione comacchiese che martedì sarà presente nell’Area Eventi – Padiglione 1 riservato all’Emilia Romagna è guidata dal Sindaco Marco Fabbri e dall’Assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione Alice Carli. Insieme a loro parteciperanno una rappresentanza dell’Unione sportiva Volania Calcio, che nei giorni scorsi si è aggiudicata la gestione delle edizioni 2014 e 2015 della Sagra dell’Anguilla, insieme ad un gruppo di studenti dell’Istituto ‘Remo Brindisi’ del Lido degli Estensi, accompagnati dal Prof. Andrea Piccoli. “La partecipazione a Vinitaly, il salone internazionale del vino, ci permette di presentare in anteprima mondiale la sagra dell’anguilla – commenta il Sindaco Marco Fabbri – promuovendo insieme all’evento gastronomico che maggiormente ci caratterizza, anche il territorio comacchiese, sempre più orientato a sviluppare il turismo destagionalizzato, grazie alla gastronomia e agli itinerari ciclo-naturalistici.” Gli studenti dell’indirizzo dei servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera saranno protagonisti di questa grande anteprima, con la quale “l’Amministrazione Comunale consolida la stretta collaborazione già avviata con la scuola – sottolinea l’Assessore alla Pubblica Istruzione Alice Carli -, offrendo agli alunni una nuova opportunità di appassionarsi al loro percorso formativo e professionale. La presenza degli studenti inoltre metterà in luce le attività svolte dall’Istituto, vero fiore all’occhiello per il territorio comacchiese.” Grazie a Vinitaly la Sagra dell’anguilla uscirà dai confini nazionali con una promozione a tutto campo, perché durante la conferenza stampa saranno serviti a tutti gli ospiti alcuni assaggi a base di prodotti tipici locali. Questo lo sfizioso menù riservato dagli organizzatori, coadiuvati dagli alunni dell’Istituto Remo Brindisi: seppie e canocchie alla magnavaccante, ravioli di branzino con vellutata di carote e sapori dell’Adriatico, cous cous con anguilla a becco d’asino, praline di cioccolato servite con rosè, il tutto accompagnato dai Vini del Bosco Eliceo. Vinitaly sarà anche l’occasione per il lancio promozionale della Sagra della Seppia e della Canocchia, giunta alla quarta edizione e che quest’anno allieterà i palati di turisti e visitatori sul portocanale di Porto Garibaldi dal 17 al 18 e dal 24 al 25 maggio. Anche questa sagra ha enormi potenzialità di crescita e a dare man forte alla delegazione comunale si uniranno difatti alcuni rappresentanti dell’associazione L’Alba, gestore dell’evento gastronomico.

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Il buon sapore che lascia l’impasto agrodolce della vita

Bangalore, India. Primo mattino, luci della strada che si spengono piano piano, un traffico ancora silenzioso e rarefatto, il mondo che si risveglia lentamente. Qualche finestra illuminata.
Poche ore, dopo aver salutato la brina, e saremo immersi in uno dei paesi più colorati del mondo, nei clacson fragorosi e sprezzanti che starnazzano come bianche oche impazzite, nello smog che intreccia vite intense e difficili, nei colori e negli odori delle spezie, nei profumi dei cibi più svariati, nelle tradizioni più radicate, in sussurrati cori di allegre voci canterine.
L’acqua calda di una doccia argentata lava via, delicatamente, polvere e pensieri dei più fortunati. Altre anime, più sventurate, non hanno nemmeno un po’ d’acqua fredda e sono alla ricerca di un catino che possa raccogliere qualche goccia di refrigerio. Vocii arrivano da corti impolverate e solitarie, note dolcemente canticchiate attraversano fini merletti appesi a finestre accostate per proteggere dalla notte i lucidi capelli di una ricca e fortunata fanciulla ancora addormentata.
In una terra tanto affascinante quanto ostile, Anand fa, agisce, lavora, fatica, costruisce, porta avanti la sua fabbrica a pieno ritmo e velocità. Come un pioniere, ha scalato montagne di difficoltà, di ostacoli e burocrazie, per far emergere dalla povertà tante famiglie, tanti operai che lo seguono e lo rispettano. I fidati Ananthamurthy, l’amministratore, e la signora Padmavari, del reparto contabilità, lo affiancano da anni e sono pronti alla nuova avventura che si profila all’orizzonte. Ora è arrivato finalmente il momento di decollare sul mercato internazionale: i giapponesi sono interessati a investire nella Cauvery Auto, che Anand guida da tempo, ma per questo servono terreni per espandere i locali. Bisognerà lottare e sopravvivere, nella giungla di proprietari terrieri e mediatori. Accanto a lui una moglie capricciosa, viziata e insicura, Vydia, getta un’ombra sulla sua serenità e sulla certezza rappresentata dai figli che adora, quasi un miracolo in questa terra a volte tanto ostile.
sankaranNella cucina della sua casa avvolta dall’abbondanza, dove si sminuzzano verdure e verdurine, dove si sente il ribollire allegro delle salse sul fuoco, si frantumano riso e lenticchie riducendole in morbida e setosa pastella, si accarezza zenzero e frutta e si chiacchiera fugacemente prima di passare alle pulizie, ecco apparire Kamala, la cui vita si intreccia a quella di Anand, il padrone che l’ha accolta e che, generosamente, l’aiuta nell’educazione del figlio Narayan. Una vita che assomiglia a una fotografia in bianco e nero un po’ sbiadita.

Rimasta vedova, sola e senza nemmeno più poter contare sull’aiuto del fratello rimasto al villaggio, caduto recentemente in disgrazia, Kamala ha finalmente conquistato lo status di domestica presso la famiglia di Anand, dopo anni di duro lavoro fra polveri e rumori dei cantieri, sempre con il figlioletto al collo, dormendo su marciapiedi o in ripari improvvisati. Una donna forte e tenace, che solo raramente si era disegnata un puntino di kajal sulla fronte o aveva decorato la treccia dei suoi lunghi capelli con una ghirlanda di fiori di gelsomino. Oggi, però, la sua minuscola e tiepida casa dove poter rientrare, stanca, ogni sera, e dove sentire il lieve respiro del figlio addormentato, potrebbe non esserci più: l’affitto cresce, i soldi non bastano, la calunnia di un furto mai commesso da Narayan rischiano di distruggere tutto quanto duramente conquistato. Qualcuno l’aiuterà.
Se Kamala si destreggia con miseria, invidia e cattiveria, Anand deve fare i conti con la corruzione, con la dolce Kavika che apre uno spiraglio nella sua vita complicata, con sentimenti contrastanti di odio e rabbia, di voglia di ribellarsi, di urlare, di scappare, di rimanere vicino all’umanità, di mantenersi leale e corretto senza poterlo fare, di lottare comunque, di sfidare i cattivi, di avere una rivincita. Perché il vero culto, per il protagonista, “risiede nell’azione, nel lavorare ogni giorno per tirar fuori dal centro del suo essere il meglio che riusciva a dare”.
Di fronte a politici avidi, rapaci e senza scrupoli, a un mondo di minimi e di massimi, riuscirà a trovare la via per far trionfare la giustizia. Perché qualcosa si può sempre fare. Magari, avrebbe concluso Anand, con un po’ di astuzia, che spesso è la stessa di quei malfattori che cercano di avere la meglio, la stessa arma che, indifferentemente e inesorabilmente, gli si rivolta contro.
A difesa della speranza, sempre, senza perdere di vista la realtà.

Lavanya Sankaran, La fabbrica della speranza, Marcos y Marcos, 2014, 430 p.

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‘La Ferrara dell’ingegner Bellei’, i sogni di un visionario tra passato e presente

La Ferrara di oggi e quella indietro nei secoli collegate dal paranormale. Francesco Scafuri, storico dell’arte e responsabile dell’ufficio ricerche storiche del Comune, ha pubblicato La Ferrara dell’ingegner Bellei, vicende storiche e fatti straordinari vissuti da un sensitivo (Faust edizioni), un romanzo della città, nel senso che appartiene a Ferrara in ogni riferimento testuale e ipertestuale.
Lo sguardo e le conoscenze dello storico dell’arte offrono uno spaccato sociale e culturale della città antica e di quella contemporanea attraverso le vicende dell’ingegner Bellei, dotato di capacità sensitive.

Scafuri, dal poeta cortigiano Ariosto all’ingegner Savonuzzi, come ha scelto i personaggi del passato per parlare della sua città?
“Ho cercato uomini e artisti che facessero luce su aspetti poco noti. Attraverso Ariosto, ad esempio, ci avviciniamo alle incongruenze della corte estense e del suo tempo. Il protagonista Bellei, che è un nostro contemporaneo, può cavalcare con il poeta e cogliere, tramite la telepatia, i suoi pensieri. Fu quello un periodo storico di contraddizioni, perché accanto al bigottismo, troviamo un clima godereccio, il carnevale e una criminalità diffusa. Mi piaceva, insomma, l’idea di guardare la corte estense attraverso gli occhi di Ariosto. Savonuzzi, invece, mi ha dato modo di parlare di altri elementi della ferraresità, quella tipica dei mattoni e del cotto coniugata al razionalismo della pietra grigia”.

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Copertina di La Ferrara dell’ingegner Bellei, vicende storiche e fatti straordinari vissuti da un sensitivo

Il romanzo, ricchissimo di riferimenti all’arte e alla cultura ferrarese, intreccia due piani storici, il presente e il passato, e due approcci, la realtà e il paranormale attraverso cui Bellei avanza nella sua conoscenza. Perché ha deciso di ricorrere a un personaggio sensitivo?
“Perché certe cose capitano anche così. Tante volte mi sono successe coincidenze e fatti curiosi, che non avevano una spiegazione razionale. Ho cominciato a farci caso. La stessa immagine di copertina è un mio quadro del 1987 che custodivo in garage e che un giorno, mentre ero lì che cercavo una cosa con mia moglie, in mezzo a tanti altri, è caduto, il suo titolo era ‘In sogno’. Bellei è un ingegnere, un uomo di scienza e di precisione, eppure ha questo aspetto di sè, se vogliamo opposto, che gli fa vedere oltre, molto oltre, e conoscere. E allora sogni, premonizioni, telepatia e strane coincidenze mi hanno permesso di uscire dalla professione di storico per affrontare un altro tipo di narrazione”.

Dentro l’opera di fantasia, troviamo una preziosa fonte per conoscere la città. Era questo il suo intento?
“In realtà, quando ho scritto il romanzo nel 2007, volevo ricordare mia madre. Poi mi sono lasciato andare alla fantasia e ho arricchito la struttura storica procedendo secondo un doppio binario, la vita di Bellei, a sua volta narrata tra infanzia e maturità, e il passato della città con i suoi personaggi storici”.

Ritornando alle coincidenze, anche l’incontro con Vittorino Andreoli, che ha curato la prefazione, è stato qualcosa di casuale.
“Lo avevo accompagnato a visitare la nostra città e gli consegnai il manoscritto dell’opera chiedendogli una prefazione. Come lui stesso poi ha scritto, stava per rifiutare, ma poi si trovò a dirmi di sì, avverando la premonizione che avevo avuto…”

La Ferrara dell’ingegner Bellei, vicende storiche e fatti straordinari vissuti da un sensitivo, recentemente presentato in biblioteca Ariostea, è già in distribuzione nelle librerie cittadine.

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Osteopatia e colpo di frusta

Sono molte le persone che si rivolgono alle esperte mani dell’osteopata per risolvere i problemi e le conseguenze causate da un colpo di frusta. Il colpo di frusta cervicale è infatti uno degli eventi traumatici statisticamente più frequenti negli incidenti automobilistici ed assume pertanto, all’interno di quella vera e propria malattia sociale che è la patologia traumatica dovuta ai sinistri stradali, una notevole rilevanza epidemiologica.

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Tratto cervicale

Generalmente si chiamano “colpi di frusta” tutti quei traumi che comportano un’iperflessione ed iperestensione, in maniera violenta, del tratto cervicale, sono un meccanismo accelerativo-decelerativo di trasferimento d’energia sul collo che può conseguire a collisioni anteriori o laterali di veicoli a motore, ma non solo. Il trauma può dar luogo a lesioni dello scheletro o dei tessuti che, a loro volta, possono dare inizio a varie fastidiose manifestazioni cliniche, di differente gravità, che perdurano negli anni se non trattate dall’osteopata.
Le conseguenze di un colpo di frusta interessano soprattutto la muscolatura, i legamenti, i dischi intervertebrali, il sistema vascolare, il sistema nervoso simpatico, le vertebre ed il midollo spinale. Nei casi meno gravi si potranno avere danni legamentosi da stiramento e contusione delle strutture articolari, causati dallo scivolamento delle vertebre, con edema locale e contrattura da riflesso protettivo. Nei casi più gravi si possono verificare rotture dei legamenti, ernie discali cervicali, fratture vertebrali.

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Zappata, allievo di Rossini eletto a Urbino Maestro di cappella

MUSICI FERRARESI DELL’OTTOCENTO / FILIPPO ZAPPATA E FEDERICO SARTI

Filippo Zappata – Nativo di Ferrara (1817-1878), fu allievo del grande Gioachino Rossini presso il Liceo di Bologna nel 1841 e solo tre anni più tardi, nell’agosto del 1844, il municipio di Urbino lo elesse Maestro della cappella metropolitana. Il suo estro musicale rifulse nelle opere sacre, come ad esempio la Messa a piena orchestra eseguita nel luglio 1853 a Lugo (Bo), lodata per «la fecondità dei pensieri, la filosofia dell’espressione», o come la tragedia Abderamo o l’Assedio di Granata, eseguita sempre a Lugo nel 1859, o ancora come la Paola Monti rappresentata a Bologna nel 1862. Zappata venne anche nominato Maestro di cappella dal consiglio comunale di Comacchio, la cittadina dov’era nato. La sua opera più celebre e meglio riuscita è forse la Messa funebre a tre voci, definita «un’opera meravigliosa», «un capolavoro di musica liturgica». La lapide onoraria collocata davanti alla sua casa porta questa iscrizione: “Filippo Zappata / Comacchiese / Il suo genio grande / e alla musa rossiniana ispirato / nel teatro e nel tempio / effuse / melodie sublimi / Di merito più che di nome / insigne / onorò / l’arte e la patria”.

Federico Sarti – Nativo di Cento (Fe) e violinista di talento, Federico Sarti (1858-1921) ricevette in eredità dal padre – Leone Sarti, insegnante di violino presso le scuole musicali della città del Guercino – la passione per la musica, che lo portò ad affermarsi nell’attività concertistica nella limitrofa Bologna, oltre che emulare il padre nell’insegnamento. La carriera di Sarti si sviluppò su due piani: come solista e come concertista, in questo secondo caso soprattutto quale componente del famoso “Quartetto bolognese”, insieme a Consolini, Massarenti e Serrato.

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Oppressa da genitori e scartoffie un’inutile scuola sull’orlo di una crisi di nervi

Nella guerra lampo del premier contro il nemico numero uno dei costi della politica (non che l’obiettivo sia fuori luogo, anzi), il treno ad alta velocità, che per l’occasione chiameremo Matteo e non Italo, ha sostato alla fermata “Stipendi dei manager pubblici” e fra i primi se l’è presa col capostazione.

Molti altri casi sono finiti sui giornali, per dare un volto al contrappunto di un’Italia che lavora a testa bassa e che certi compensi non li vede nemmeno col binocolo.

Su “Qn” (domenica 30 marzo), ad esempio, si impara che il preside di un liceo milanese porta a casa 2.280 euro netti al mese, dopo oltre 42 anni di servizio, cui si deve aggiungere la reggenza di altre due scuole professionali e una serale. Un lavoro aggiuntivo che gli è valso un extra di 400 euro mensili netti, andati – dice – tutti in benzina, e con una responsabilità che si estende su 300 dipendenti e migliaia di studenti.

Ma la cosa che colpisce di più è la dichiarazione conclusiva: “Qualsiasi cosa faccia ci sono i genitori pronti a denunciarti. Ho avuto – prosegue – una richiesta danni di 150mila euro per una bocciatura, per danno biologico ed esistenziale ad uno studente”.

I genitori. Anni fa mi è capitato di vedere papà e mamma precipitarsi furenti, a passo di bersagliere, da un preside per protestare contro la bocciatura del figlio.
Insospettito dalla figura del pargolo, uno spilungone con la faccia tipica di quelli che sono accompagnati tutte le mattine in macchina fin davanti alla scuola anche se c’è un sole che spacca le pietre, andai a vedere il cartellone dei voti e dovetti arrendermi ad una monotona sequenza di quattro che ben poco lasciava spazio a impegno, dedizione e studio.

Amici insegnanti mi dicono che ricevono telefonate di avvocati e non mi stupirebbe se prima o poi qualcuno si presentasse in classe con il proprio legale di fiducia per sostenere un’interrogazione.

Nemmeno le gite scolastiche sfuggono all’occhio puntuto di genitori che presentano i disturbi tipici di un tempo di vita poco saturato. Ci sono insegnanti che ricevono mail da mamme che, evidentemente sull’onda di uno spirito critico messo a punto sul modello di “Amici” di Maria De Filippi, pongono il dubbio se quella tale visita guidata sia effettivamente formativa ed educativa, o se non sia meglio deportare la scolaresca ad una mostra più in linea col programma di storia che la classe sta svolgendo.

Ammesso e non concesso che quegli stessi allievi si siano accorti che nel loro orario settimanale c’è una materia che si chiama “Storia”, mi viene in mente mia madre quando arrivava il momento del colloquio coi genitori.

“Io devo lavorare – diceva con un tono di voce assolutamente convincente – per mandarti a scuola” (papà se n’era andato da tempo per un brutto male, come allora si usava dire). “Se sei promosso, bene – seguitava con logica lineare – altrimenti vai a lavorare”.

Nessun professore o preside la videro mai varcare la porta di una scuola che ho frequentato, ad eccezione dell’esame di seconda elementare. In quella circostanza la sua irruzione in classe servì a rendere noto a tutti che doveva portarmi a casa perché l’aspettava il turno pomeridiano sul lavoro. Interruzione provvidenziale che mi evitò la figuraccia della poesia detta a memoria (“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano …”), che non sapevo.

Adesso, invece, un prof deve dare spiegazione ad una mamma in pausa, metti, tra una spesa al supermercato ed un torneo a burraco, del perché decida di accompagnare i ragazzi della propria classe a vedere una mostra d’arte.

Una deriva che pare il prevedibile esito di decenni nei quali le chiavi della scuola sono state consegnate alla pedagogia, che l’ha portata fin sull’orlo del baratro di una completa inutilità. Da qui, anche, il dubbio che tutto non sia successo per caso e il sospetto che una certa sinistra abbagliata dal metodo a scapito dei contenuti sia stata, di fatto, il cavallo di troia per introdurre questo nulla col volto suadente di un’orizzontalità inclusiva, permanentemente e burocraticamente discutente.

Una scuola portata, cioè, lungo una strada che ha scientemente espunto “il cosa” da materie, libri e programmi – fino ad introdurre avvocati e tribunali per coloro che ancora ci provano -, per lasciare spazio al trionfo del “come”, con un’orgia di moduli, unità didattiche, carte di offerte e crediti formativi, in una cultura ridotta a contabilità burocratica.

Salvo poi imbastire su questo nulla cosmico un impossibile “saper fare”.

Il risultato è un’impalcatura sempre più fragile culturalmente, organizzativamente, psicologicamente e umanamente. Una fragilità, del resto, resa plasticamente dalla precarietà estrema nella quale troppi edifici sono stati lasciati regredire.

Qualcuno faccia qualcosa per fermare questo scempio che è la demolizione della scuola italiana. E, se possibile, non continuando a pestare inutilmente sul falso binomio pubblico-privato, perché qui non è più in gioco la forma, bensì la stessa esistenza di un’istituzione creata per misurare la capacità di una società di immaginare, progettare e costruire il proprio futuro.

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Il ministro del lavoro, un monumento all’autoreferenzialità

Giuliano Poletti, il ministro che sta cercando di farci rimpiangere la signora Fornero, argomenta (si fa per dire) sul quotidiano “La Repubblica” il rifiuto di modificare il decreto sul lavoro a termine.
Domanda:«Il governo è disposto a ridurre la durata dei contratti a termine senza causale da 36 mesi a 24 come le chiede una parte del Partito democratico?»
Risposta di Poletti: «No. Ipotizzare questo cambiamento non è assolutamente possibile, dal mio punto di vista. Una modifica di questo tipo non sarebbe coerente con l’impianto del decreto. E poiché abbiamo detto che l’impianto del provvedimento non si tocca, devono restare i 36 mesi».
Come dire: abbiamo deciso di fare così perché sì e basta! Un vero monumento all’autoreferenzialità.
Almeno la signora Fornero cercava di difendere le proprie scelte con qualche ragionamento di merito, per quanto infondato.
Qui siamo oltre. E le molte argomentate critiche, provenienti da più parti, vengono semplicemente ignorate. Magari accompagnando il tutto con affermazioni del tutto immotivate, tipo “così aumenteranno gli occupati”.
E’ la solita ricetta ideologica propinata da vent’anni: “più flessibilità = più occupazione”. Peccato che non funzioni, come ha ampiamente dimostrato l’esperienza di questi anni. Ma chi se ne frega della realtà? L’importante è coprire il motivo vero: la volontà di fare un “regalino” alle imprese.
Quelle imprese che in questi anni, come ha osservato nei giorni scorsi il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, invece di investire per innovare prodotti e processi «hanno rinviato, riducendo il costo del lavoro e sfruttando la flessibilità.»
Come dire che tutta questa precarietà non solo non ha portato più occupazione, ma è stata anche uno degli elementi che hanno fatto perdere competitività al nostro Paese.
Continuiamo pure così – verrebbe da dire, morettianamente – facciamoci del male!

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IMMAGINARIO
la foto di oggi
il parco Bertasi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città e i suoi abitanti.

Il nuovo parco Bertasi, al Barco

E’stato intitolato ieri alla memoria di Luciano Bertasi il parco di via Angelica a Barco. Bertasi, scomparso nel febbraio 2004, fu un apprezzato amministratore pubblico. La cerimonia è avvenuta alla presenza dei familiari, del sindaco Tiziano Tagliani, dell’ex sindaco Radames Costa che lo ha ricordato ai presenti.

Questo è il discorso commemorativo pronunciato, nel giorno delle esequie, dall’allora sindaco Gaetano Sateriale

“Luciano Bertasi lascia in questa città che lui ha amato una traccia profonda del suo passaggio e in tutti coloro che lo hanno conosciuto il ricordo incancellabile di un uomo giusto, coerente con i suoi principi, mai supponente, sempre disponibile all’ascolto e al confronto.
E’ stato un amministratore e un politico: ha saputo esercitare l’arte del governo tenendo ferma all’orizzonte la traccia di ciò che si poteva fare per migliora l’esistente; e ha saputo esercitare l’arte della politica tenendo sempre all’orizzonte i valori dell’etica.
Ha intrapreso giovanissimo il suo cammino di crescita sociale e di impegno politico, in una fase, quella degli anni Sessanta, ricca di avvenimenti e di contrasti, di speranze e di conflitti, di tensioni e rivolgimenti. Ha compiuto una scelta netta, si è schierato con quella parte che propugnava gli ideali di giustizia sociale, di trasformazione, di democrazia e di libertà nei quali si riconosceva pienamente e che hanno guidato ogni suo passo per tutta la vita.
Dalla Federazione giovanile comunista al Pci ha portato avanti con slancio e con rigore il suo impegno. Non ancora trentenne ha assunto il suo primo incarico istituzionale, come primo presidente della Circoscrizione Via Bologna, all’indomani dell’applicazione della legge che dava pratica realizzazione alle disposizioni costituzionali sul decentramento amministrativo. E’ forse paradigmatico questo passaggio, perché Luciano ha continuato a mantenere sempre, in ogni circostanza futura, la stessa attenzione per le minute cose, per le piccole richieste, la stessa disponibilità al contatto diretto e personale che già seppe profondere quando fu chiamato a misurarsi nel ruolo di guida del quartiere nel quale abitava.
La modestia è un tratto riconosciuto della personalità di Luciano Bertasi. La modestia, l’intuito e la tenacia. La gentilezza e la lealtà. Era leale con se stesso, con gli ideale che professa e i principi che ne ispiravano il pensiero e l’azione. Ma era leale anche con gli altri, sincero e schietto con gli interlocutori, sino al punto dal non sottrarsi al confronto anche aspro, se necessario. Ma sempre con garbo e con rispetto per chi gli stava di fronte. Per lui lealtà significava rifiuto dell’ipocrisia e di ogni scorciatoia di comodo.
E’ stato, nella sua lunga e feconda parabola pubblica, anche consigliere comunale e assessore. Già all’epoca dell’impegno in Via Bologna aveva dato testimonianza di un’inedita, per quei tempi, sensibilità ambientalista, che aveva trovato espressione, per esempio, nella sua presa in carico delle preoccupazioni destate dalla messa in opera in zona di un potente ripetitore di telefonia.
Antesignano di una cultura e di una coscienza ambientalista, coniugò questo sentimento con un l’interesse urbanistico, fino a produrre felici intuizioni sostenendo un concetto di sviluppo urbanistico della città permeato dall’esigenza di recupero di contesti ed edifici storici, sempre con grande attenzione alla salvaguardia e alla valorizzazione delle aree verdi. E fu proprio in qualità di assessore all’Urbanistica che, in sintonia con altre importanti personalità ferraresi e nazionali, diede concretezza ai sogni del parco urbani, che oggi porta il nome di Giorgio Bassani, e al recupero delle mura. Grazie anche a Luciano Bertasi quelle intuizioni divennero progetti e quei progetti realtà. Anche il recupero dell’edificio nel quale aveva sede lo zuccherificio Eridania e che oggi ospita la facoltà di Ingegneria si deve in buona parte all’opera di Luciano.
Coniugava questa sua capacità, che come amministratore gli consentiva di prodigarsi con competenza – e esclusivamente al servizio della comunità -, con le passioni e gli interessi più disparati, che ne rendevano la figura a tutto tondo: dalla passione per il calcio, che pratico a discreti livelli, al tifo per la sua Spal, che seguì anche da cronista, alla pratica del giornalismo (era pubblicista e fu collaboratore dell’Unità e capo ufficio stampa dell’Amministrazione provinciale), alla passione per la didattica che esercitò come docente dell’Itip.
Conclusa, e non per suo volere, l’esperienza da assessore e trascorsi anni di battaglie, anche aspre, ma sempre condotte alla luce del sole, all’interno del partito del quale ha continuato a far parte fino all’ultimo giorno, Luciano non ha fatto mancare la sua competenza e si è rimesso a disposizione.
Così ha rivestito dapprima il ruolo di presidente dell’azienda provinciale dei trasporti, in una delicata fase di transizione, poi ha dedicato ogni risorsa alla definizione delle politiche per la casa, come presidente dell’Istituto autonomo case popolari e poi dell’Acer, dopo la trasformazione.
Io posso testimoniare di quanta collaborazione ci sia stata in questi ultimi cinque anni e di come, soprattutto, bastasse convenire su lacune idee per trovare poi i risultati concreti dopo qualche tempo, puntualmente da lui realizzati.
Ma voglio soprattutto ricordare i modi, così umani e coraggiosi insieme, con cui ha combattuto contro quella terribile malattia che doveva strapparlo anzitempo ai suoi familiari, agli amici, alla sua città. Senza mai rinunciare, senza mai abbandonare il suo lavoro, nemmeno nei momenti peggiori.
Caro Luciano, a noi resta il rammarico di non poter lavorare ancora insieme a te per rendere più bella e più civile questa città che hai tanto amato.
Ma non temere, sapremo continuare la tua opera con altrettanta determinazione, rimpiangendo la tua presenza e il tuo stile.
Stai certo della nostra amicizia e del nostro ricordo, riposa in pace”.
Gaetano Sateriale
Sindaco di Ferrara

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