Giorno: 1 Giugno 2014

Soulafa Lababidi agli studenti ferraresi: “Grazie per la vostra curiosità”

da: Responsabile alla Comunicazione Maison des journalistes

Due classi dell’ITI Copernico-Carpeggiani hanno incontrato in diretta Skype due giornalisti siriani rifugiati alla Maison des journalistes di Parigi

PARIGI-FERRARA. Perché avete aspettato così tanto per parlare? Cosa vi ha spinti ad agire nonostante i rischi? Qual è il ruolo delle donne siriane nella rivoluzione? Queste sono solo alcune delle domande che gli studenti dell’ITI Copernico-Carpeggiani di Ferrara hanno rivolto a Soulafa Lababidi e a Iyad Abdallah, giornalisti siriani oggi in esilio in Francia, nel corso della video conferenza avvenuta via Skype sabato 31 maggio, alla presenza degli insegnanti, Annalisa Casalati e Sergio Golinelli, nonché del dirigente scolastico Roberto Giovannetti, con il sostegno di un équipe di interpreti, giovani studenti bilingui, Amin, Idriss e Rania, coordinati da un giovane traduttore siriano, Muauia Alabdulmagid. Dall’altra parte dello schermo, Labibidi e Abdallah, giovani reporter costretti alla fuga dal loro Paese per aver difeso la libertà di espressione, ora accolti alla Maison des journalistes di Parigi (www.maisondesjournalistes.org), struttura unica al mondo che dal 2002 ha accolto oltre 270 giornalisti richiedenti asilo politico.

Un progetto che per la prima volta varca le Alpi, giungendo a Ferrara. L’incontro di sabato rientra nell’ambito del progetto “Renvoyé spécial”, promosso dal 2006 dalla Maison des journalistes in collaborazione col Ministero dell’istruzione francese e Presstalis, società francese che si occupa della distribuzione di quotidiani e periodici, che consente agli studenti d’oltralpe di incontrare i giornalisti della MDJ, professionisti che hanno rischiato la propria vita per raccontare la verità, per denunciare abusi e ingiustizie perpetrate da regimi totalitari o gruppi terroristici.
Ieri, per la prima volta dal lancio del progetto, “Renvoyé spécial” ha varcato i confini della Francia, giungendo a Ferrara, per incontrare due classi dell’Iti Copernico-Carpeggiani.
“Sono molto contenta di questo incontro – ha confidato agli studenti Soulafa Lababidi, al termine della video conferenza –. Solo ieri sera in Siria c’è stata un’altra strage: sono state uccise più di 50 persone, di cui almeno 40 erano giovani, ragazzi come voi. Grazie – ha accennato un sincero e provato sorriso – perché desiderate sapere cosa sta accadendo nel mio Paese”.
CHIEDERE ASILO, UN PASSO DIFFICILE. Lababidi, sollecitata dalle domande degli studenti, ha raccontato di come sia stata costretta a lasciare il suo Paese l’anno scorso, dopo l’arresto di tre dei suoi colleghi e la scomparsa di un quarto: “Ancora oggi – ricorda la reporter – non si sa che cosa gli sia successo”. Giornalista e presentatrice radio, volontaria in aiuto dei profughi siriani in Libano, Lababidi ha ricordato come spinta dal suo dovere professionale abbia denunciato le violazioni perpetrate sui suoi connazionali. “Quando sono arrivata in Francia – ha detto agli studenti – non avevo intenzione di inoltrare richiesta di asilo, perché contavo di rientrare in Siria appena la situazione si fosse calmata. Ma visto come stanno andando le cose, ho preso la decisione di chiedere il riconoscimento dello mio status di rifugiata”. Ora, da qualche mese, Lababidi lavora in Francia, come collaboratrice di radio Rozana di Parigi, che si occupa di politica siriana.
IL RUOLO DELLA DONNA SIRIANA. Giornalista e attivista, Lababidi ha parlato del “ruolo speciale” delle donne nella rivoluzione siriana. “Le donne, anche se non sono spesso colte abbastanza per conoscere le cause profonde della rivolta – ha spiegato la giovane siriana – sono scese in piazza per manifestare, pacificamente; addirittura alcune hanno, purtroppo, imbracciato le armi. Ma il loro ruolo principale è stato quello di prendersi cura dei feriti e svolgere attività umanitarie, denunciando ai media quanto stava accadendo. Ho visto donne, nei villaggi più remoti e conservatori della Siria, uscire in strada, e reclamare il diritto del popolo alla libertà contro il regime di Al Assad”.
Si stima che siano 300mila le persone che sono state arrestate dall’inizio della rivoluzione. Ma è impossibile avere delle cifre più precise, né è dato sapere quante donne siano state uccise dall’inizio della guerra civile: “Quando la polizia segreta arriva in una casa e non trova chi sta cercando, sarà sua madre o sua moglie ad essere arrestata, torturata, uccisa” ha dichiarato Lababidi.
LE RADICI POLITICHE DELLA RIVOLUZIONE. Iyad Abdallah è stato tra i fondatori della cosiddetta “Primavera di Damasco”, un movimento nato nel 2000, undici anni prima della “Primavera araba” e della rivoluzione siriana, grazie ad alcuni intellettuali siriani, decisi a cambiare le sorti di un Paese che dal 1970 è sotto il regime della famiglia Al Assad. Un movimento che dimostra le “radici politiche e democratiche” della rivoluzione siriana, come ha spiegato il giornalista, anche professore di filosofia a Raqqa: una rivolta che è partita da Damasco per diffondersi in tutto il Paese nonostante la repressione violenta e la manipolazione mediatica a livello internazionale attuata da parte del regime.
“Questa rivoluzione – evidenzia Abdallah – nasce da una profonda consapevolezza politica diffusasi nonostante il dispotismo degli Al Assad: la storia politica del nostro Paese e il ruolo dei suoi intellettuali sono stati cruciali nell’innescare questa reazione popolare; due elementi fondamentali e al tempo stesso sottovalutati dall’Occidente, che hanno consentito una reazione davvero sorprendente: il regime è stato sorpreso dal popolo siriano – ha ammesso il giornalista rispondendo alle domande dei ragazzi – : la rivoluzione del popolo, il suo scendere in piazza a manifestare, ha sorpreso tutti, anche gli stessi intellettuali, che in questi anni sono stati capaci di diffondere la consapevolezza nella possibilità di un cambiamento”.
Ora più che mai è dunque fondamentale il ruolo dei media occidentali, nel tenere i riflettori accesi su quanto sta accadendo in Siria: “Le armi chimiche sono tuttora nelle mani di Bachar Al Assad”, ha sottolineato Lababidi, ricordando la strage di agosto 2013.
Gli studenti sono stati infine invitati dalla responsabile del progetto presso la MDJ, Lisa Viola Rossi, a connettersi ai profili sui social network della Maison des journalistes, Facebook e Twitter, per continuare, per quanto possible a distanza, uno scambio proficuo con i reporter della associazione parigina.

A Roma l’8 giugno la conferenza nazionale di tutti i soggetti politici di Democrazia Diretta, Liquida e Partecipata

da: ufficio stampa e Pubbliche Relazioni Democrazia in Movimento

In Democrazia in Movimento avevamo pensato a questa iniziativa molto tempo prima dello smottamento elettorale del MoVimento 5 Stelle, non avendo mai rinunciato a credere che in Italia possa affermarsi un grande movimento nazionale, veramente ispirato alla democrazia partecipata, attuata in varie forme. La presenza nel paese di gruppi e singoli, non collegati tra loro, che con fatica lavorano da anni a progetti politici convergenti, sotto il profilo del metodo democratico, è la prova che tale speranza alberga in molti cuori.

La brusca frenata elettorale del M5S dunque non è la scintilla scatenante la nostra iniziativa, ma oggettivamente essa apre nuovi spazi politici per la prospettiva democratica nel nostro paese, poiché dimostra i limiti di un progetto, il M5S, interamente basato su leadership e comunicazione. E’ ormai chiaro a tutti che i pozzi del consenso di pancia, fonti apparentemente illimitate, sono stati prosciugati dal duo Grillo e Casaleggio. E che un movimento privo di contenuti programmatici, di strategie organizzative e di democrazia effettivamente esercitata dal basso, non può andare oltre i risultati elettorali ottenuti. Non può essere in grado, in altri termini, di incidere davvero nella vita politica del paese. La Democrazia Diretta non morirà con Grillo, perchè il M5S non l’ha mai praticata. L’art. 4 del non statuto è stato ampiamente disatteso e a questo punto, possiamo serenamente affermarlo, tradito.

I primi a rendersi conto del grande bluff sono usciti dal M5S o sono stati espulsi anni fa. Singoli ed intere liste hanno conosciuto delegittimazione del lavoro svolto e discredito immeritato. Altri non si sono mai avvicinati, avvertendo la crescente deriva non democratica, il Fascismo Liquido emergente e l’impronta proprietaria del M5S. Da quasi due anni DiM, il nostro movimento, sta sperimentando un percorso politico che tenta di attuare il metodo democratico, certamente più lento, ma al tempo stesso più solido. I pilastri portanti sono la Carta dei Princìpi e lo Statuto, la piattaforma di discussione e di voto, l’assenza di leader, il rispetto della persona e delle competenze, la visione della politica come servizio civile e non come professionismo (www.democraziainmovimento.it).

Da tempo ci poniamo l’obbiettivo di raccordarci con altri gruppi e singoli animati dalla stessa missione. Ora intendiamo impegnarci direttamente per creare un’occasione di confronto e, in caso di convergenze valoriali, di collaborazione tra tutte le forze disponibili a lavorare per la costruzione di un soggetto politico nazionale, a partire da quanto è stato costruito finora, senza ambizioni egemoniche da parte di chicchessia, nel rispetto delle reciproche esperienze fin qui maturate.

Vogliamo ricercare insieme un percorso comune, trovare sinergie, alleanze e collaborazioni con gruppi e singoli che, come noi, stanno lavorando per restituire il potere decisionale ai cittadini e per rendere la democrazia italiana effettiva, attuata e partecipata. E’ arrivato il momento di superare gli individualismi, di aprirsi ad orizzonti più ampi, di lavorare insieme nell’interesse della collettività nazionale e per il bene comune. Il luogo per confrontarci sarà la Conferenza Nazionale, organizzata per l’8 giugno a Roma. Una opportunità offerta a tutti i partecipanti disposti a contribuire con idee e proposte alla costruzione e condivisione di un percorso comune, da esplicitare il giorno stesso in un documento di intenti, che potrà costituire riferimento futuro per la collaborazione tra singoli e gruppi, basata su più valori e idee, meno demagogia e insulti. Uniamo le forze per incidere concretamente e con maggiore massa critica nella vita politica del paese.

Ferrara, piccolo viaggio
nella geografia del Palio

Il visitatore che in questi giorni attraversa la città di Ferrara trova bandiere di colori diverse appese sui palazzi publici e privati, lungo le vie del centro e in quelle un po’ più periferiche. Sono le bandiere delle contrade del Palio. L’evento – in città molto sentito, ma magari meno celebre di altri analoghi – vanta il primato mondiale storico tra queste antiche gare. La prima corsa di fanti e fantesche, somari e cavalli per le vie della città risale infatti al 1259, mentre quello di Siena ha probabili origini tardo-duecentesche, ma è nel 1656 che viene preso in carico dal Comune senese in maniera sistematica.
Ma perché a Ferrara in piazza del Duomo sventola la bandiera giallo-viola con l’unicorno, mentre nella confinante piazza Municipale è issata la bandiera bianco-nera con l’aquila? Per il Palio, il territorio della città di Ferrara è diviso in otto quadranti: corrispondono ai territori delle contrade e ognuno contiene un pezzettino di storia. I quattro quadranti che si trovano tutti all’interno delle mura della città sono i “rioni”, mentre sono chiamati “borghi” quelli fuori dalla cinta muraria. Ecco la mappa, percorsa da nord ovest in senso orario.

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Mappa delle contrade del Palio di Ferrara

Rione San Benedetto. Colori bianco e azzurro per la contrada che abbraccia il territorio cittadino, che va dai confini nord delle mura cittadine fino alla Porta degli Angeli, chiusa a est da corso Ercole d’Este e a sud dall’asse di viale Cavour. L’impresa è quella del diamante sull’anello episcopale, avvinghiato da due foglie di garofano rosso. Adottato da Ercole I, simboleggia la potenza raggiunta dagli Estensi attraverso la politica matrimoniale e il legame con lo Stato Pontificio.

Rione Santo Spirito. Giallo e verde per la contrada che rientra nel territorio dell’Addizione Erculea con il fulcro della festa nella sua piazza Ariostea, dove vengono corse le gare del Palio di Ferrara. Il confine sud è segnato da corso Giovecca. L’impresa è quella della granata svampante, il proiettile, simbolo guerresco di Alfonso I.

Rione Santa Maria in Vado. Giallo e viola per la contrada che occupa un quarto della città entro le Mura, tra il centro con il Duomo e tutte le vie acciottolate della parte medioevale. L’impresa è quella dell’unicorno, animale mitologico raffigurato nell’atto di purificare le paludose acque ferraresi con il suo corno miracoloso.

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Unicorno della contrada di Santa Maria in Vado

Rione San Paolo. Bianco e nero per il territorio della contrada, che si sviluppa intorno al castello estense. Arriva fino al confine sud del porto fluviale di via Darsena e delle mura di Rampari di San Paolo, dove è il Museo dell’ebraismo e dove si affacciano i parcheggi ex Mof e quello di viale Kennedy. L’impresa è quella estense dell’aquila sulla ruota.

Borgo San Giacomo. Blu e giallo sulle bandiere di questa contrada, che ingloba la parte interna delle mura del vecchio Acquedotto e una vasta zona periferica che va fino all’antico borgo di Mizzana. La sua impresa è un’aquila bianca, stemma originario degli Este.

Borgo San Giovanni. Il rosso e il blu sono i colori della contrada, il cui territorio si estende verso nord est al di fuori delle mura cittadine, spingendosi fino al confine dell’area comunale. L’impresa è quella della lince bendata: l’animale simbolo della vista acuta è emblema del primo vero principe estense, Niccolò III, morto avvelenato; suo figlio Leonello ereditandolo vuole rappresentare l’animale con la benda in omaggio al padre e alle sue idee inascoltate.

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L’idra, impresa della contrada di San Giorgio

Borgo San Giorgio. Rosso e giallo per il territorio fuori dalle mura, che è stato il fulcro iniziale della storia cittadina. Come impresa, la mitologica idra: mostro dalle sette teste draghesche che si contorce nel fuoco.

Borgo San Luca. Rosso e verde per il territorio di uno dei primi nuclei di insediamento sul ramo del Po che attraversava Ferrara. L’impresa è quella dello steccato detto anche “pararuro”: una zucca avvolta e legata a fior d’acqua allo steccato, con la funzione di idrometro per indicare ai guardiani il livello delle acque.

Stemmi e mappa de Palio – che si corre oggi in piazza Ariostea – sono tratti dal sito ufficiale www.paliodiferrara.it

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Cercavamo la pace

a cura dell’Associazione per la pace di Padova

Un incontro per capire meglio la guerra nei Balcani del 1993. E poi una poesia. Materiale raccolto grazie al crowdsourcing del progetto “Cercavamo la Pace”.

Nell’aprile del 1993, il movimento di solidarietà con le vittime della guerra in Jugoslavia aveva organizzato a Padova un incontro-dibattito con lo scrittore jugoslavo Predrag Matvejević. Fu un incontro molto intenso, molto partecipato, soprattutto per le capacità comunicative dello scrittore e per il suo immenso bagaglio culturale.
Durante i conflitti nei Balcani degli anni ’90, furono decine di migliaia gli italiani che parteciparono a missioni umanitarie in favore delle popolazioni colpite dalla guerra. A oltre vent’anni dall’inizio di quella mobilitazione, “ Cercavamo la pace ” intende indagare questo importante capitolo della storia politica e sociale europea.

Michele di Martino era stato molto attivo nei movimenti degli anni ’70. Negli anni ’80 ha contribuito ad organizzare le mobilitazioni contro l’installazione degli euromissili a Comiso e in Europa, all’interno del Comitato popolare veneto per la pace. Alla fine dell’87 fu tra i fondatori dell’Associazione per la pace.
E’ stato fra i principali animatori delle mobilitazioni padovane contro la prima guerra del Golfo e del movimento di solidarietà con le vittime delle guerre nella ex Jugoslavia. Ha promosso la campagna di adozione a distanza di strutture per bambini orfani e profughi “Pobrini se za nas – Prenditi cura di noi” a Novi Sad e Vetternik in Vojvodina, a Kulina ed a Umka in Serbia.
Sua l’iniziativa di raccogliere e tradurre le voci dei giovani jugoslavi che si erano rifiutati di partecipare alla guerra fratricida nel volume “I disertori”.
Ha partecipato al progetto, in collaborazione con la Cgil padovana e regionale, di sostegno alle famiglie degli operai licenziati per motivi politici e sindacali in Serbia. Negli ultimi giorni della sua vita ha promosso un’iniziativa di base di cittadini e cittadine contro la secessione e contro le idee razziste e xenofobe della Lega Nord.
Michele è morto improvvisamente, per un infarto, l’11 agosto 1997.

Dopo la serata con Predrag Matvejević, Michele ha scritto una poesia che dimostra la sua grande sensibilità, il suo grande amore per i popoli jugoslavi, il suo grande cuore che forse non è riuscito a sostenere il dolore per ciò che stava avvenendo oltre l’Adriatico. Noi dell’Associazione per la pace di Padova affidiamo questo suo scritto al progetto “Cercavamo la Pace” perché ci sembra il modo migliore per ricordare questo nostro amico e compagno.

Di che ha parlato Predrag Matvejević?
Fatico a far ordine nei pensieri,
il suo discorrere mi ha ubriacato.
La tragedia narrata senza enfasi,
velim cum pietate et misericordia,
è scesa silenziosa dentro di me….

Mostarska, Bosanska, Jugoslovenka,
l’identità, mediterranea, europea,
di questo uomo antico parla e racconta,
curvo ma vivace, umile e sereno,
senz’odio e senza età, rimpiange e sogna,
pacato e convinto, ragiona, spera.

Sapientia virtusque umanitatis!
Vola dalle steppe fino al deserto:
sento sulla pelle dieci secoli,
penetrano nel cervello cicalanti,
accarezzano caldi, dolci, ridono,
pregano, cantano, soffrono, amano.

Sono tremante come in fronte a Socrate.
Spaghetti con vongole e vino rosso.
Alterna commozione ed ilarità;
colloquia, freme dentro e fuori, chiede…
Molte volte leva il bicchiere e, grato,
brinda per noi. (domine, non sum dignus!)

Cultura europea, cultura del dubbio.
Scienziati, letterati, filosofi,
studiosi di ogni scibile, dell’UOMO;
curiosi e liberi nella ricerca,
e pensano diversamente contro,
dissentono. Non dalla sofferenza.

Questo è il latte che ho bevuto.
Manna a popolo errante nel deserto.
Quando questa razza nata da Caino
sembra colpirti a morte, indichi la via
e brillano le scintille divine
di donne e uomini che abitano città.

“Dall’Oriente all’Occidente ogni punto
è frattura”. Ogni punto è incontro,
connessione per sempre. Pathos, Eros.
Acqua che scorre. Ricchezza di fango
pietra cemento immateriale eterna
che come limo piange e rigenera.

Mi sono svegliato dopo il presente
sulla riva del mare a Santorino,
testimone della nuova tragedia.
Atlantide, paradiso, scompare.
Vivo tutto il dolore (horror, pietas),
tutta la speranza. Omnia munda mundis.

“Carissimo”, mi culla la tua voce
l’accento straniero nella mia lingua.
Alto e basso, alto e basso, sognante
come risacca del Mediterraneo:
venti freddi del Nord, su onde di sole,
di luna e calda sabbia del deserto.

L’onda frangendo la riva produce
quel suono che ognuno ripete e cambia.
Mi cullava bambino nelle notti:
la risacca racconta mille storie,
sconosciute, semi di vita, canti…..
Mi congiungo con la brezza del mare.

di Michele di Martino

[in: Osservatorio Balcani e Caucaso]

 

estensi-territorio

Gli Estensi e il territorio:
le bonifiche del ‘400 preludio
al trionfo dell’agricoltura

AMMINISTRAZIONE DEGLI ESTENSI A FERRARA/1

A partire dall’epoca di Leonello (1441-1450) e Borso d’Este (1450-1471), la spaventosa contingenza demografica ed economica che attanagliava l’intero Ducato di Ferrara cominciò a segnare un’inversione di tendenza. Ma già dal dominio di Nicolò III (1402-1441), gli Estensi, mediante la concessione gratuita di zone incolte e paludose a importanti famiglie (loro fedeli) di area locale, avevano dato l’avvio alle bonifiche e alla valorizzazione del territorio ferrarese. Con le famiglie insediate nelle possessioni, gli Estensi mantennero rapporti consuetudinari, salvo il fatto che questi coloni da loro direttamente nominati godevano di vari privilegi fiscali. Lo stesso Borso promulgò nel 1456 gli Statuti, pubblicati a stampa vent’anni dopo, che regolavano le caratteristiche del rapporto fra i coloni e i proprietari.
Nella seconda metà del Cinquecento, le campagne si presentavano ben ripopolate e la città, sotto la reggenza di Alfonso II, registrò una invidiabile espansione demografica che portò al numero di 30.000 circa gli abitanti. Tuttavia, a fine secolo, una tremenda carestia mise a nudo la fragilità di quell’agricoltura premoderna di fronte alle avversità climatiche. Comunque, la congiuntura “positiva” era ormai innescata e la crescita della domanda provocata dall’incremento demografico suscitava molteplici opportunità di arricchimento, con il conseguente aumento dei prezzi dei terreni agricoli.
«I documenti del tempo, e in particolare gli atti dei notai ferraresi documentano assai bene l’emergere di un nuovo ceto di uomini d’affari che investono nella terra i loro capitali e di imprenditori, talvolta dalle umili origini, che assumono la conduzione in affitto di possessioni e di castalderie del patriziato cittadino o dei maggiori enti ecclesiastici […]. Un ceto di affittuari, composto da fattori arricchiti, da mercanti cittadini, da commercianti di grano e di seta, da pescatori e usurai, da appaltatori d’imposte pubbliche, si lancia sulla terra per ricavare profitto dalla vendita dei suoi prodotti […]. Con gli inizi del secolo XVII in effetti è tutta la società rurale ferrarese ad avere cambiato fisionomia. La partenza degli Estensi per Modena non farà che rimarcare che la ricchezza di Ferrara risiede ormai quasi esclusivamente nelle sue fertili campagne»*.

*F. Cazzola, “L’agricoltura nel XIV-XVI secolo”, in F. Bocchi (a cura di), La storia di Ferrara, Poligrafici Editoriale, Bologna 1995, pp. 126-8.

sottosopra

Il rovescio delle storie

Rita Gabrielli prova a mettere sottosopra le facili convinzioni, quelle consolidate dai luoghi comuni più comodi. La raccolta di racconti Sottosopra (Festina Lente edizioni, 2014) della ferrarese Rita Gabrielli contiene dodici storie attraversate da uno sguardo che non smette mai di essere positivo, anche di fronte ai drammi.
Leggendo i racconti si percepisce il tentativo di fare incontrare poli opposti, come quando un sotto e un sopra si sfiorano.
“E’ così, ho provato ad affrontare le situazioni da un punto di vista non convenzionale, quello dell’altro, spesso dei deboli, degli anonimi. Credo non ci si debba mai fermare alla prima occhiata, il rovesciamento ci fa scoprire cose nuove e che le persone sono diverse”.
Le donne sono grandi protagoniste dei suoi racconti. Donne che riescono, alla fine, a prendere in mano la propria vita dal niente, avviare una trasformazione e sognare ancora. Come ci riescono?
“Sono donne solo apparentemente fragili, devono superare difficoltà e trovano sempre grande forza, spesso nell’aiuto degli altri. A portare mutuo soccorso sono altre donne e, non a caso, molto diverse, magari di altre culture, di altra estrazione. Nascono così incontri e osmosi nell’unione di vite distanti, ma che sanno capirsi”.
Racconti di fantasia o la realtà le ha dato qualche spunto?
“Ho messo insieme pezzi di realtà, fatti di cronaca, parte del mio vissuto, ricordi del passato, storie che mi sono state raccontate e soprattutto valori in cui credo”.
Alcuni valori emergono molto bene, come l’importanza dei legami familiari, l’attaccamento alle radici…
“Non solo, trovo importante il recupero della memoria che aiuta a non lasciare andare sempre tutto così in fretta e poi il valore del cibo che, per me, è un linguaggio, un modo per comunicare e per prendersi cura di sé e degli altri. Il mio intento, codificando tali valori semplici ma positivi, è lasciare un messaggio a chi è più giovane e sta vivendo immerso nella precarietà”.
Nei racconti, viene dato spazio anche al paesaggio. Che importanza assume?
“Il paesaggio è il nostro, quello padano e ferrarese a me molto caro. Accanto alla profondità dei sentimenti che ho voluto esplorare, il paesaggio rappresenta la parte esterna, il luogo dell’incontro fra le persone e della conoscenza”.

Nota sull’autore: Rita Gabrielli, 57 anni, una laurea in Lettere, lavora alle poste di Bologna. Sposata, ha un figlio di 33 anni, Marcello.

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Dolore cervicale: spesso
la vittima è lo stomaco

Sappiamo che l’artrosi comporta una sofferenza di tipo degenerativo, ossia peggiora con il trascorrere degli anni e con l’avanzare dell’età; le cartilagini che ricoprono le articolazioni si logorano, i legamenti e le capsule che ricoprono le giunture (spalle, polsi, gomiti, anche, ginocchia e caviglie) s’ispessiscono e si induriscono. Uno dei punti che per primo accusa sofferenza è la colonna vertebrale. Tipica, in questo caso, è la localizzazione nella zona cervicale (che interessa, cioè, le articolazioni poste fra le vertebre del collo) con la presenza di sintomi anche neurologici come radicoliti e nevriti, tutte espressioni dello stiramento, dell’irritazione e della compressione dei tronchi nervosi che escono dal midollo spinale, tra una vertebra e l’altra. Si può a questo punto fare menzione ad un nervo particolare: il nervo vago. Il nervo vago è il decimo, il più lungo, il più ramificato dei nervi cranici ed è il principale componente della sezione parasimpatica del sistema nervoso autonomo. Il vago esce dal midollo allungato, attraversa il collo e il torace, raggiunge l’addome e invia rami alla maggior parte degli organi del corpo umano (la laringe e la faringe, la trachea, i polmoni, il cuore e buona parte dell’apparato digerente). Il nervo vago esercita la sua azione liberando una sostanza particolare chiamata acetilcolina che determina il restringimento dei bronchi e il rallentamento della frequenza cardiaca. Inoltre stimola la produzione dell’acido gastrico, l’attività della colecisti e la peristalsi, cioè i movimenti compiuti dallo stomaco e dall’intestino durante la digestione. Quando la funzionalità del nervo vago viene in qualche modo compromessa dalla presenza di un processo degenerativo articolare, come per esempio l’artrosi cervicale, può determinarsi una serie di sintomi che coinvolgono tutti i principali organi del corpo e che sembrano avere poco a che fare con una malattia delle articolazioni quale l’artrosi.

Ecco i sintomi imputabili al nervo vago:

NAUSEA – E’ un disturbo tipico, connesso alla degenerazione artrosica della cervicale, che colpisce spesso al mattino, appena svegli, e sembra più frequente durante i cambi di stagione, quando i disturbi come l’artrosi si fanno più frequenti e incalzanti. Non è connesso all’assunzione di cibo, anzi, in questi casi l’appetito non viene compromesso. Si associa spesso a salivazione abbondante (il vago stimola la produzione di saliva) e a un senso di oppressione alla nuca e alle orbite intorno agli occhi (perioculari).

ACIDITA’ DI STOMACO – Bruciori di stomaco e rigurgiti acidi sono spesso associati alla nausea e dipendono dall’aumento della produzione di acido gastrico da parte del vago.

ROSSORI IN VISO – Sono quasi sempre connessi alla sensazione di nausea e vengono originati dalla stimolazione del nervo vago causata da una compressione delle vertebre e delle articolazioni a livello cervicale.

CRAMPI – Tra stomaco e intestino tenue, sono da ricollegarsi all’aumentata attività del vago e anche della sua compromissione a livello cervicale.

TACHICARDIA – Il vago innerva il cuore e, se stimolato eccessivamente, può dar luogo a un aumento dei battiti che si traduce in una frequenza cardiaca superiore ai cento battiti al minuto.

DISTURBI DELLA DEGLUTIZIONE – Il fastidioso senso di “gola chiusa” deriva sempre dall’infiammazione del vago che innerva organi come la faringe e la trachea. Questo disturbo, insieme ai ronzii auricolari, alle vertigini e ai dolori alla nuca, è indice della cosiddetta sindrome di Neri, Barrè e Lioeu (dal nome dei tre medici che per primi la identificarono ) tipica nell’artrosi cervicale.

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IMMAGINARIO
A San Paolo
il Palio di Ferrara

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura.

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Il fantino di San Paolo festeggia la vittoria del Palio di San Giorgio 2014 (immagine tratta dalla diretta televisiva di Telestense)
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Il Palio di Ferrara

Ecco i vincitori del Palio di Ferrara 2014

Palio di San Giorgio (cavalli)
Sebastiano Murtas di San Paolo

Palio di San Maurelio (asine)
Laura Zanghirani di San Benedetto

Palio di San Paolo (putte)
Polina Grossi di San Giorgio

Palio di San Romano (putti)
Matteo Ferroni di San Giovanni

 

 

Il giorno del Palio (clicca sulle immagini per ingrandirle)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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