Giorno: 11 Gennaio 2015

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Vite di donne prigioniere della paura

Non si sa se sia più misterioso il futuro che le attende o il passato da cui provengono. Le storie del primo romanzo della trilogia “Muchachas” di Katherine Pancol (Bompiani, 2014) sono vite di donne in fuga o tremendamente paralizzate dalla paura.
Hortense, Joséphine, Zoé, Léonie e Stella amano, stanno in bilico tra rinuncia e azzardo, ma riescono anche a compiere l’inaspettato. Stella e Léonie, soprattutto. Le loro vite ne hanno dietro e dentro altre, legami di sangue riscoperti o spezzati solo grazie al tempo. Stella e Léonie sono madre e figlia, unite nella violenza subita da un uomo bruto, Ray, che ha fatto della mortificazione agli altri il gusto della propria esistenza. Lui crede di averle distrutte dentro per possederle per sempre, ma entrambe riescono a fuggire, con l’anima anche se non il corpo.
Stella è giovane e bella, non capisce perché tutta quella violenza domestica, non capisce cosa possa impedire questa assuefazione al male. Qualcuno, un giorno, le dirà che sta solo in lei decidere se essere felice e che, se ci riuscirà, sarà la più forte.
Stella fa domande fino a risalire alla verità su Ray, nulla potrà mai più legarla a lui, la verità sarà la sua forza, finalmente sente parole che chiariscono e non che offuscano. Stella può ricominciare e scrollarsi di dosso tutto quel dolore, il maleficio è finito e può darsi nuovi obiettivi, “abbiamo tutti, a un certo punto della vita, il privilegio di afferrare un inizio di felicità. Vogliamo tutti prenderlo delicatamente e farlo durare il più a lungo possibile. È questo il difficile, farlo durare”.

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Katherine Pancol

Léonie ha un segreto che l’ha resa libera pur nella schiavitù di Ray, ha passato tutta la vita cullando ciò che nessuno sapeva e che lei aveva vissuto: una manciata di giorni d’amore, di emozioni e di rispetto, a questo ricordo si aggrapperà ogni istante, anche quando sarebbe stato meglio morire sotto le percosse e le umiliazioni di Ray. Fu per Léonie una parentesi brevissima, l’unico momento di vita vera, l’unica intimità che Ray non avrebbe mai potuto violare, Ray non l’avrebbe mai saputo. Non ce ne sarebbero stati altri di giorni così, ma quel ricordo le valse per sempre. La verità rivelata, dopo tanti anni, a Stella diventerà liberatoria anche per Léonie, verrà finalmente spezzato tutto il male subito.

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NOTA A MARGINE
I commenti ai tempi della collera

LA CASSIERA DELLA CONAD
Delle vicende di questi giorni ho inteso che, al tempo dei social network, occorrerebbe imparare l’arte del tacere. Non si può esprimere un’opinione su tutto. La cassiera della conad, invece, mentre lavora, sostiene che gli arabi “non si sa cosa abbiano nella testa”. Da del “tu” alla zingara, e non lo fa per confidenza. Lei ha fretta di andare, la zingara. Vorrebbe superare una cliente indecisa perché rischia di perdere il treno, e la cassiera è lì, a dirle che no, che una zingara non ha impegni, ha tutto il tempo che vuole, perché non lavora. Non ho la forza di difenderla. La collera sale in ritardo in mezzo a queste piccole rivincite di provincia.

PINO DANIELE
Pino Daniele è stato un vero artista. Negli ultimi vent’anni, abbandonando la sperimentazione, ha prodotto buoni dischi pop. Con la sua dipartita abbiamo perso l’interprete, l’icona. Quello ancora dava i brividi, non mi pare poco. Ma abbiamo tutta la sua produzione musicale, il meglio che potesse produrre. La prematura scomparsa di Troisi, a cui pure è stato associato, fece molto più male. Massimo, a circa quarant’anni, aveva tanto ancora da fare e dire. La sua è stata una carriera spezzata, fortunatamente quella di Pino no. Il clamore della morte di Daniele ha a che fare con un pezzo della nostra vita. La musica di Pino ci ha accompagnati. Nel funerale celebriamo e seppelliamo parte della nostra vita. Qualcosa ci dice che il tempo, inesorabile, passa.

L’ISLAM
Di sicuro questo periodo storico ciarliero, in cui anche la comunicazione non è altro che un modo come un altro per apparire, e spesso apparire meglio di ciò che siamo, ha come smarrito l’abitudine alla filosofia intesa come ricerca delle cause prime. Quindi il terrorismo non viene contestualizzato e bene ha fatto Massimo Fini a ricordare come mai e perché esista. Bene ha fatto Emanuele Severino sulle pagine del Corriere a ricordare come il modello capitalista, dominato dalla tecnica, abbia stroncato il sacro nell’Occidente cristiano, e altrettanto farebbe con l’islam, qualora questa parte di mondo raggiungesse l’evoluzione del nostro mondo. Questo rimastico nella mente da giorni, mentre mi dico “non aprire Facebook, non farlo”. Non staranno zitti nemmeno per la morte di Pino. Non si fermeranno di fronte all’idiozia spietata. Marceranno sull’odio, sulla paura, sul terrorismo, sulla religione. E’ la pioggia della comunicazione, così ha scritto il mio amico Domenico Carrara nel suo ultimo libro. Apro, e Salvini denigra Pino Daniele. Sì! Denigra un morto, che non potrà rispondergli.

LO SAPEVO
Piove, guarda, come piove, piovono ricordi e pareri, illazioni e distinguo. Si cerca il bandolo, il rivolo, l’equilibrio sul cordolo dell’originalità. Tutto scorre. L’importante è il commercio della parola, la raccolta dei dati, dei gusti. Si comunica più di ciò che si vive. Svuotando di significato l’una e l’altra.
Ecco! Ci sono cascato pure io. Avrei fatto meglio a tacere. Ho detto la mia su Pino Daniele, Islam, social network, la cassiera conad, ai tempi della collera.
Chiedo venia.

dal blog di Sandro Abruzzese “Racconti viandanti” [vedi]

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LA RIFLESSIONE
Considera che questo è stato

Considera l’aragosta, scriveva David Foster Wallace. Considera il suo punto di vista. Considera come si sente quando viene additata da un americano medio alla sagra dell’aragosta del Maine, e scopre che quel dito è la miccia che innesca sua morte. Che avverrà con patimento e lentezza, tra il cambio di colore causato dal calore estremo, e la codardia di un cuoco che esce dalla cucina isolando le sue urla con un coperchio.
Considera che può avercela non solo con il genere umano, ma con categorie ben precise: con il cuoco, con l’americano del Maine, con Obama, con i clienti del ristorante che serve menù a base di pesce e crostacei. Puoi capirla, quella specie di ragno marino. Puoi provare compassione, puoi diventare vegetariano o animalista convinto, puoi unirti a Greenpeace.

Considera persone di dubbio, se non imbarazzante, se non moralmente sbagliato, credo personale. Considera che possano pensarla in modo differente da te e che possano avere prodotto qualcosa di intelligente, provocatorio, profetico. Qualcosa di bello e di giusto, nonostante la tragedia che questo termine, insieme al suo fratello giuda, si porta dietro – “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo: ti aspetterò laggiù”, scrive Jalaluddin Rumi, nel tredicesimo secolo.
Considera che Walter Disney è stato membro della massoneria, che Martin Heidegger fu antisemita, che Salvador Dalì è stato simpatizzante franchista, che Luis Férdinand Céline ne ha pensate un po’ di tutti i colori. E nega – se puoi – che Disney è stato genialmente visionario nel mettere in piedi una industria del sogno tirando un paese fuori dalla guerra; che Heidegger ha ispirato la filosofia del Novecento; che Dalì è stato un gigante dell’arte, simbolo di unicità; che Céline ha scritto assoluti capolavori letterari.
Considera che hanno prodotto, materialmente e intellettualmente, cose fuori dall’ordinario, che facevano il loro mestiere degnamente, che facevano cultura. Che resterà.

Considera persone armate che uccidono giornalisti, fumettisti, satiristi, durante una riunione di redazione. Persone che ignorano le più elementari basi dell’essere libero di esprimersi. Dove esprimersi significa parlare, scrivere, disegnare. Indurre le persone a pensare. Dare strumenti. Prendere il mondo tra le mani e saperne ridere. Non il riso della scuola elementare, ma quello della satura ianx. Non il riso di scherno, ma la sorpresa del bambino che ti mostra il re nudo, finalmente.
Anche quella è un’arma, come si può pensare il contrario? Ma è l’arma del poeta e della ragione, della fantasia e del coraggio. E una guerra, o una battaglia, o una discordia, dacchè mondo è mondo si combatte ad armi pari. Fucili contro matite, urla contro risa, questo non è giocare ad armi pari.

Considera che, nonostante i roghi nazisti dei libri, il libro esiste ancora. Di carta, digitale. In tutte le lingue del mondo.
Considera che i pompieri di Fahrenheit 451, alla fine, non l’hanno avuta vinta. Che qualcuno gli è sfuggito, e gli sfuggirà sempre.

…E di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio,
non conoscendo affatto la statura di Dio.
(Un giudice, F. De André)

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Zeno, ovvero la consapevole inettititudine di primo Novecento

STANDING OVATION: I PIU’ ACCLAMATI SPETTACOLI TEATRALI DEL XXI SECOLO
“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, regia di Tullio Kezich, Teatro Comunale di Ferrara, dal 22 al 26 gennaio 2003

Giro di boa per la stagione di prosa 2002/03, stasera al Teatro Comunale, con un capolavoro: “La coscienza di Zeno”, di Tullio Kezich dal celeberrimo romanzo di Svevo. Ettore Schmitz, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Italo Svevo (1861-1928), è ricordato soprattutto per i suoi tre romanzi: “Una vita” (1892), “Senilità” (1898) e appunto “La coscienza di Zeno” (1923). La sua opera è forse, con il teatro di Pirandello, l’espressione più incisiva della crisi del realismo ottocentesco in Italia, disgregatosi nell’introspezione psicologica dell’individuo. E “La coscienza di Zeno” è l’amara, umoristica e paradossale storia di una “malattia”, una sorta di confessione psicanalitica a scopo terapeutico raccontata, nel romanzo, con l’afflato joyciano del cosiddetto “monologo interiore”. Dove l’antieroico protagonista, Zeno Cosini, alla fine conclude che la realtà della vita non è che un gioco assurdo, una brutta commedia in cui ciascuno è chiamato a recitare una parte.
La versione teatralizzata che andrà in scena questa sera risale al 1965 ed è di Tullio Kezich: autore certamente non nuovo a riduzioni drammaturgiche di tal genere, in specie per ciò che riguarda Svevo, ma senza dimenticare anche altri suoi adattamenti, uno fra tutti: “Il fu Mattia Pascal”, di Pirandello. Dopo la prima messa in scena, giudicata subito un evento, con la regia di Luigi Squarzina e l’interpretazione del compianto Alberto Lionello, “La coscienza di Zeno” si è guadagnato nel tempo l’attribuzione di “classico”: impegnativo banco di prova per i grandi attori. Il più recente passaggio al Comunale di quest’opera risale alla stagione di prosa 1987/88, con un allestimento a cura della Compagnia Giulio Bosetti. Lo spettacolo vede Massimo Dapporto nel ruolo del protagonista e porta la regia di Piero Maccarinelli.
Se è vero che il più celebre dei tre romanzi di Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”, compie giusto ottant’anni, è altrettanto vero che l’omonimo adattamento teatrale di Tullio Kezich ne ha ormai quasi quaranta. In entrambi i casi, portati piuttosto bene. Sarà perché l’opera, con una buona dose di preveggenza, ha messo in ridicolo il più colossale bluff del secolo scorso: la psicanalisi, oppure perché il tema dell’“inetto” è oggigiorno più che mai attuale, o ancora perché la “consapevole inettitudine” di primo Novecento appare quasi “eroica” alle nostra inconsapevole e mediocre epoca. Fatto sta che “La coscienza di Zeno” sembra davvero inossidabile al tempo.

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La Presentazione

Pronto, Ada, come stai? Come hai passato le feste? Noi bene, benissimo, anche perché sono cominciate con la Presentazione. Ma come, cos’è la presentazione? La presentazione è quando quel sant’uomo di mio marito pubblica un nuovo libro e qualcuno organizza di presentarlo, cosa vuoi, in tanti anni di matrimonio felice me ne sono fatta forse un centinaio di presentazioni e talvolta le confondo (quella del saggio sulla strage di Bologna con quella delle liriche alla luna, per esempio) e il sant’uomo si arrabbia: “Curati, mia adorata, curati, ti stai rincoglionendo!”. Ma la presentazione dell’altra sera non potrò mai confonderla. Intanto era in teatro, dove siamo stati convocati per le ore 20; puntualissimi, veniamo dirottati verso il réservés, che è già una bella soddisfazione, però mi guardo intorno: poca gente, sipario chiuso e il mio animo romagnol sfrontatore esplode: “Come si fa invitare la gente per le otto, non verrà nessuno!”. Mentre blatero a vanvera (il sant’uomo non batte ciglio) la sala si riempie: ciao, ciao, buonasera a questo e a quello. Poi, chissà da dove, nel brusìo che si spegne, la voce di uno speaker invita a salire sul palco, perché? Perché nel frattempo il sipario del palcoscenico si è aperto e al pubblico stupito si presenta un tavolo e lungo quanto il proscenio, imbandito di ogni leccornia, salata e dolce, e vino e fanta e gassosa a volontà. Il pubblico è invitato a salire per un buffet. Mi sembra un’idea grandiosa. Figurati se mi perdo un buffet, ma devi sapere che la scala per salire sul palcoscenico è piuttosto malferma e senza appoggi, come fare con la mia gamba sinistra che non mi corrisponde? Ricorro, allora, all’arte millenaria delle donne, adesco un giovanotto e lo invito a salire con me. Finita la festa viene il bello. Il sipario di nuovo si chiude, il tavolone sparisce, qualche colpo di tosse, poi silenzio in sala: dalla cortina caravaggesca color ocra sbuca il sant’uomo, che a me in quel momento sembra Gesù Bambino. Mancava soltanto la stella cometa. Lo intervistava il Direttore, bravo, con la sua aria un po’ fanée, gli occhi di cielo, la barba incolta, il capello scapigliato che piace tanto alle contemporanee. Diceva bene il Direttore, così bene che non te lo so ripetere. E ogni tanto cedeva la parola alla Profe, chissà se più bella o più brava la fanciulla, pensa che legge Aristotele in greco e pare anche che lo capisca. Gli intermezzi erano eseguiti con arte dalle letture dell’Attrice venuta da Roma: a me i brani scritti dal sant’uomo giungevano come musica. E poi dicono che a Ferrara non si fa cultura.

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La presentazione dell’ultimo libro di Gian Pietro Testa ‘Interviste infedeli’ alla Sala estense, Ferrara [clic per ingrandire l’immagine]
“Interviste infedeli” di Gian Pietro Testa è stato presentato martedì 23 dicembre alle 20 in Sala estense nell’ambito della rassegna Autori a corte, dal direttore di ferraraitalia Sergio Gessi, con l’intervento di Riccarda Dalbuoni ed Elena Felloni.

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SETTIMO GIORNO
C’è buio in città, la poesia è morta

IL GRATTACIELO – Era un mattino di molti anni fa, Roberto Soffritti pensava di dover edificare la nuova Ferrara, una Ferrara orgogliosa con le sue mura restaurate, nuova viabilità, comode strade d’accesso al centro cittadino e poi con la cultura, proseguendo la politica delle grandi mostre inaugurata da Franco Farina e, infine, con l’apporto di un personaggio qual era il maestro Abbado; e poi, ancora, un nuovo ospedale e via sognando. Sappiamo com’è finita: palazzo degli specchi, una speculazione come l’ospedale di Cona, dove il cittadino non riesce ad arrivare se è vecchio, ammalato (come dev’essere chi va all’ospedale) e ha bisogno di un intervento urgente. Sarebbe bastato mantenere un buon pronto soccorso, ma la grandeur da cui i ferraresi a volte vengono presi ha chiuso la porta al buonsenso. Non erano sprechi sufficienti, la licenza per innalzare l’inutile cittadella dei dieci cinema è la dimostrazione di politiche diciamo dissennate e la nuova Ferrara rimase al palo. Nemmeno il grande porto che doveva prendere il posto della Darsena ebbe la possibilità di essere varato. Ma torniamo a quel mattino primaverile: ero nell’ufficiio del sindaco con il famoso architetto Bruno Zevi e, da una delle finestre della sala, guardavamo lo stupendo scenario su cui eravamo affacciati: architetto – gli chiesi – ricorda quel suo articolo pubblicato sull’ Espresso, con il quale denunciava l’irresponsabile scempio di una delle più belle piazze d’Italia, sconciato dal palazzo di Piacentini appena inaugurato? Ricordo, rispose Zevi, ma di scempi ormai… E che dice del grattacielo? Ma, sentenziò, ora che l’hanno ridipinto, insomma… e tacque rassegnato, come a dire c’è di peggio, anche se allora la scritta pubblicitaria al neon di un apertivo che ricopriva quasi tutta l’altezza di una delle due torri, aveva sostituito e avvilito il placido calar del sole su Porta Po, come avevano voluto Pellegrino Prisciani e Biagio Rossetti. Con il grattacielo, la sera su Ferrara ora arriva più presto. Insomma, c’è più buio.

LA POESIA E’ MORTA – Hanno un bel da dire e abbiamo un bel coraggio a bandire premi letterari e a festeggiare vincitori di nulla: la poesia è morta, i mille e mille poeti sono stati sepolti sotto una valanga di insulsaggini, l’unica voce che si ode è quella del kalashnikov e le urla disperate delle vittime e dei loro familiari: il grido che giunge da Parigi è lacerante, è colpita la nostra società, la nostra amata cultura, ma nessuno si dispera per i migranti che annegano ai nostri piedi o per i duemila morti ammazzati dagli integralisti in Nigeria, quelli non contano, sono neri, con la loro pelle si possono far scarpe griffate, no, nessuno più canta il dolore, dicono che non è poesia, lo diceva anche un amico, molto noto, durante la discussione finale di un premio per giovanisimi poeti, “no questa lirica no, sentenziò, non ha un messaggio”. Non ho mai capito perchè la poesia dovrebbe lanciare messaggi: cantami o diva l’ira funesta del Pelide Achille che infiniti addusse lutti agli Achei, è l’unico messaggio possibile per uscire dall’orrore, essere consapevoli di che cosa siamo, di che cosa abbiamo fatto nel nostro sovente lurido passato e, forse, per liberarci dal furioso, disumano liberismo spesso assassino da cui il nostro animo poetico è stato sconciato. Non c’entra con il terrore di Parigi? C’entra, eccome se c’entra. Basta pensare un poco, abbiamo cancellato ogni valore, abbiamo deciso che il più forte vince sempre, non sappiamo inventare altro che storie popolate da mostri umani coperti d’oro e abbiamo esportato questo trionfante pensiero nazifascista in tutto il mondo: ci aspettiamo forse che dal raccapriccio nasca la solidarietà?

IL FUNERALE – Quando ancora giravo il mondo a raccattar notizie, mi venne in mente di andare a intervistare un poeta scrittore, tra i maggiori della prima metà del Novecento, Marino Moretti: tranquili, è già stato dimenticato. Moretti, ormai un vegliardo senza speranze, abitava a Cesenatico, sulla strada che dal porto-canale conduce al cimitero. Dal giardinetto, dove Marino mi aspettava, si vedevano le vele gialle e rosse delle barche, tenute lì a galleggiare in quell’impareggiabile museo marinaro. Parlavamo del più e del meno, io gli chiedevo notizie di quel mondo che aveva cantato e che mi aveva incantato, parlavamo delle donne romagnole pie e coraggiose, quelle che pregavano “buzarè, buzarè l’anma de pchè” quando sentivano i loro uomini sanguigni e brilli passare davanti a casa bestemmiando, parlavamo di letteratura, poi ci fermammo improvvisamente: fuori, per strada stava passando un funerale accompagnato dalla banda: “vede – mi disse Moretti – la gente è completamente pazza, suona e canta quando uno muore, un funerale…” e tacque. Ora di funerali ne fanno due, così il morto diventa più importante agli occhi della società e si canta, si applaude, un carnevale: chissà che cosa direbbe oggi Moretti?

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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