Giorno: 30 Aprile 2015

renzi

Renzi e la voglia di partito unico

da Gentedisinistra

Il termine ‘democratura’ è un neologismo usato spesso da Eugenio Scalfari per indicare una sorta di ibrido tra democrazia e dittatura, con preponderanza sostanziale della seconda, cui ci sta portando l’attuale governo Renzi con le sue riforme istituzionali.
Tutto avviene senza che la maggior parte dell’opinione pubblica si renda conto della gravità della cosa e con il complice silenzio di tutta l’area Pd, al centro come in periferia (con poche lodevoli eccezioni). Non si comprende come sia possibile che quasi tutta l’area politico-sociale e dell’associazionismo vario che fa riferimento al PD, nel 2006 si battesse contro riforme analoghe (ed anzi meno pericolose) proposte da Berlusconi ed ora che le propone Renzi le consideri un toccasana o, nel migliore dei casi, le lasci passare con il suo silenzio.
Eppure in queste ore si sta consumando un delitto istituzionale: si sta costruendo un micidiale ingranaggio che di fatto piega le istituzioni al potere dell’uomo solo al comando, annulla il principio di rappresentanza assegnando artificiosamente il potere ad una minoranza che governerà non in nome del popolo, di cui non è più espressione democratica, ma contro il popolo. Vediamo gli anelli della catena antidemocratica in cantiere. Il Senato non sarà più elettivo ma nominato dai consigli regionali, cioè dalle maggioranze in essi determinate, quindi i senatori non esprimeranno il corpo elettorale di quelle regioni ma solo le loro maggioranze consiliari. La cosa è particolarmente grave se si pensa alla natura autoritaria di molte leggi elettorali regionali. Emblematico è il biltz con cui il Pd, ormai il partito della ‘democratura’, ha fatto approvare in Umbria una legge elettorale che assegna al partito di maggioranza relativa il 60% dei seggi senza prevedere neppure una soglia minima di voti per ottenere il premio: cioè anche un partito con il 20% dei voti potrebbe ottenere il 60% dei seggi. Degno di Putin (o di Stalin). Sono questi consigli regionali che nomineranno i senatori. Questo Senato, non elettivo ed antidemocratico, potrà votare cose importanti come riforme costituzionali, leggi importanti ed elezione degli organi costituzionali di controllo. Il secondo anello della catena è l’Italicum: anche qui, con il premio al partito e non alla coalizione e con il ballottaggio, già al primo turno con il 40% si ottiene un corposo premio del 15% che conferisce il 55% dei seggi. Più probabile comunque che si vada al secondo turno: il partito che vi accede pur avendo ottenuto percentuali basse al primo turno e che vincesse il ballottaggio anche con gli stessi voti presi al primo turno, otterrebbe il 53% dei seggi. Cioè un partito che vale ad esempio anche il 20-25% può ottenere la maggioranza assoluta dei seggi; il fatto che ciò sia consentito ad un partito e non ad una coalizione accentua il segno autoritario dell’operazione Il tutto in barba ai principi costituzionali di rappresentanza e di uguaglianza del voto sanciti dalla costituzione e ribaditi dalla Corte Costituzionale nella sentenza sul Porcellum. Questa legge si ispira alla legge elettorale ‘Acerbo’ voluta dal fascismo. E’ una legge ad uso e abuso di Renzi che, sulle ceneri del Pd, vuole costruire il partito unico della nazione (vi dice qualcosa?). Terzo anello della catena si lega al fatto che le riforme renziane fanno saltare il sistema di garanzia democratica voluto dall’art. 138 della Costituzione, quel meccanismo rinforzato e a maggioranze qualificate per cambiare la Costituzione ad evitare ciò che fu consentito al fascismo, cioè che una minoranza possa stravolgere la legge fondamentale che regola i rapporti tra i cittadini: è evidente che, con le riforme ora in cantiere, se si consente ad un partito di avere un premio così corposo di seggi e di controllare le Camere nei modi truffaldini descritti compresa la nuova composizione non elettiva del Senato, le maggioranze saranno qualificate solo sulla carta. Così il partito unico, con una maggioranza assoluta di seggi drogata artificialmente, potrà aggirare l’art. 138, cambiare a suo piacimento la Costituzione, ma anche eleggersi il Presidente della Repubblica e i membri non togati (cioè di nomina politica) della Corte Costituzionale, asservendo così proprio gli organi che dovrebbero controllare il potere esecutivo e legislativo.
L’ultimo anello della catena è la riforma della Rai che assegna direttamente al governo la nomina dell’amministratore delegato che ha poteri su tutta l’azienda e nelle nomine interne; cioè chi vince le elezioni si prende la Rai e l’informazione in barba alla funzione democratica che dovrebbe avere.
La vocazione autoritaria di Renzi e del ‘Suo’ Pd (che ormai è un partito personale), si riscontra anche in svariati comportamenti. Da ultimo la sostituzione (epurazione) di massa dei dieci parlamentari della minoranza Pd in commissione affari costituzionali in vista del voto sull’Italicum ed in violazione dell’art. 67 Costituzione (ma già di per sè sarebbe un fatto politicamente gravissimo); ma si potrebbero citare numerosi altri episodi. Da ultimo lo strappo istituzionale di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale cioè su un provvedimento che non è del governo ma, trattandosi di un asse del sistema democratico di tutti, dovrebbe essere lasciato alla libertà del parlamento e con convergenze larghe. Renzi trasforma il parlamento in un “bivacco per i suoi manipoli”; è lui a ledere la dignità del suo partito, che ha origini antifasciste, trasformandolo nel promotore di una dittatura mascherata.
Com’è possibile che tutta l’area Pd e le sue associazioni di riferimento, in teoria antifasciste, consentano tutto questo? Discorso a parte va fatto per l’elettorato, che comincia a capire ed in massa si astiene dal voto non sentendosi più rappresentato, e per l’Anpi che è memore del significato della resistenza e difende nettamente i principi costituzionali e democratici. Per il resto sul carro di Renzi sono saliti quasi tutti all’ultimo momento (con cambiamenti di idea repentini, e talora persino ridicoli, su temi di fondo) e sembrano indifferenti alla china autoritaria in cui Renzi sta trascinando il paese.
E’ in atto un misfatto non solo politico-istituzionale ma anche sociale.
Infatti questo processo istituzionale non è cosa avulsa dai problemi dei cittadini: costruire un sistema con cui con i voti di pochi elettori si governa in modo totalizzante e non in rappresentanza del popolo, impedisce che le proteste sociali e la partecipazione dei cittadini abbiano il minimo peso e, potenzialmente, consente la repressione in caso esplodano proteste che il potere ritenga inaccettabili. Certo è che i cittadini ed i loro problemi conteranno assai meno.
I cittadini sanno poco di questo percorso, storditi dagli slogan del twitter-renzi e dei suoi corifei che, con frasi banali e vuote, eludono il tema della democrazia appellandosi… all’efficienza della democrazia: ma una democrazia che si suicida è efficiente?

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IL FATTO
In un ‘app’ le donne nella lotta di Liberazione. Il contributo alla città degli studenti del Roiti

Venti persone il pubblico, gli anziani dell’Anpi, compreso il sottoscritto. Niente sindaco, vice sindaco, niente assessora all’istruzione, nessuno dell’Amministrazione comunale, nessuno dell’Ufficio scolastico provinciale. Eppure l’appuntamento in aula consiliare era di quelli a cui la città non avrebbe dovuto mancare. Un dirigente, quello del liceo scientifico Roiti, intelligente come pochi, due docenti bravissimi e poi gli studenti, meravigliosi nella loro testimonianza di quale risorsa eccezionale siano i giovani, quando motivati si mettono a lavorare.
L’appuntamento era la presentazione della ricerca “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, promossa dalla nostra Regione con le sezioni provinciali dell’Anpi.
Autori di un’app, che sarà possibile scaricare dal sito della Regione, gli studenti delle classi quinta G, indirizzo beni culturali, e quarta S, scienze applicate, raccontano, con testi e filmati da loro realizzati, le storie di quattro donne ferraresi, Alda Costa, Cerere Bagnolati, Silvana Lodi e Matilde Bassani protagoniste dell’antifascismo e della Resistenza a Ferrara.
In tempi in cui le celebrazioni rischiano sempre di sbandare nella liturgia, questa avrebbe dovuto essere l’occasione per la città di esprimere il suo sincero riconoscimento a queste ragazze e a questi ragazzi, tra i 17 e i 18 anni, non dimentichiamolo, che hanno investito il loro tempo scolastico non per essere meri ricettori di memorie a loro distanti, ma per farsi testimoni attivi della loro attualizzazione, confezionando un prodotto che arricchisce le conoscenze della nostra città, che si colloca come espressione di una città che apprende.

Ma il nostro liceo scientifico non è nuovo ad esercitare la sua cittadinanza attiva. Già il progetto comunEbook ne è espressione. L’idea bellissima di un partenariato tra Comune e scuola per la realizzazione di “libri digitali” ad opera degli studenti, una biblioteca elettronica a disposizione della città che già conta dieci titoli.
C’è in tutto questo uno sforzo che non solo dobbiamo assecondare, ma che deve vedere soprattutto le istituzioni, a partire dall’Amministrazione comunale, impegnate ad ampliarlo, a coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado per estendere il protagonismo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi nella città, per assegnare sempre più un valore e un significato sociale al loro impegno scolastico, al sacrificio che richiede lo studio. Credo che questo significhi per la scuola essere nel territorio e per il territorio. Credo che questo significhi l’attenzione e la riconoscenza di tutta una città nei confronti dei suoi giovani, piccoli o grandi che siano, gratitudine per quel tempo della loro vita, che anche per noi, spendono ogni giorno sui banchi di scuola. Ogni altro discorso sui giovani sarebbe sterile e vano.
Ma c’è di più. Perché quando la scuola e il territorio si riconoscono e collaborano ne esce migliore la scuola nel suo compito formativo, ne esce migliore, perché più ricco, il territorio. Per questo spiace non poco l’assenza dell’amministrazione comunale a questa presentazione.
Una scuola che lavora per progetti che gli studenti devono presentare al pubblico con il tempo diverrà sempre meno un’istituzione autoreferenziale, sempre meno il luogo delle lezioni ex cathedra, dei saperi senza vita, di studenti che si preparano alla vita senza partecipare alla vita stessa.
Attraverso progetti interdisciplinari, come quello realizzato dalle classi del liceo scientifico, gli studenti imparano collaborando tra loro e con gli insegnanti. Questi progetti consentono agli allievi di costruire un equilibrio tra il fare e il sapere, e nello stesso tempo di indagare con profondità e rigore particolari aree di conoscenza. L’interesse degli studenti per un certo argomento fa una grande differenza per la loro motivazione, li porta a selezionare il materiale da approfondire con la guida dei loro insegnanti. E soprattutto gli studenti sono più impegnati quando i loro studi oltrepassano le pareti delle aule scolastiche, perché direttamente correlati alle esigenze della loro società, perché sanno in partenza che saranno rilevanti per il pubblico e per la città. Come nel caso del progetto “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, gli studenti ricercano attivamente il partenariato di altri soggetti e istituzioni che, per l’occasione, hanno trovato nel Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, in particolare nella consulenza scientifica della dottoressa Antonella Guarnieri, nell’ Anpi e nel suo presidente Daniele Civolani.

Il prodotto ottenuto è esemplare di come gli insegnanti, nello specifico i docenti del Roiti, Giorgio Rizzoni e Mario Sileo, e altri professionisti possono operare come guide o curatori degli apprendimenti. Credo che siano stati partner della formazione, più che docenti, assistendo gli studenti nel selezionare gli argomenti, nel definire gli obiettivi, nel trovare e valutare le informazioni, nell’aiutare a mettere in contatto gli studenti con esperti esterni alla scuola, nel facilitare le discussioni tra gli studenti, esperti e altri. Insegnanti con una conoscenza approfondita e con la passione per le loro aree tematiche che senz’altro hanno svolto un ruolo centrale, che non è stato quello di trasmettere dei saperi, ma quello più essenziale di aiutare i ragazzi ad imparare.
La speranza di tutti noi, di una città riconoscente al lavoro di queste ragazze e di questi ragazzi e dei loro insegnanti, è che questi progetti non siano giustapposti alla scuola di sempre, ma inizino a delineare la scuola nuova, la scuola che non nasce dai disegni di legge, ma dal rumore d’aula quotidiano, quell’unica scuola che può davvero essere finalmente “la buona scuola”.

“La Pulce nel Baule. Mercanti per un giorno” a Ravenna

da: organizzatori

Nuovo appuntamento il 3 maggio del mercatino dell’usato nel parcheggio del Pala De André a Ravenna

Continuano con successo gli appuntamenti de “La Pulce nel Baule. Mercanti per un giorno”, il mercatino dell’usato e/o d’occasione per finalità di recupero, riciclo e riuso che richiama migliaia di visitatori. La nuova edizione si terrà domenica 3 maggio – dalle 8 alle 19, come di consueto nel parcheggio del Pala De André di Ravenna.
I mercatini dell’usato, molto diffusi nel Nord Europa, rappresentano oggi una vera e propria tendenza anche nel nostro Paese, un luogo di aggregazione dove è il “vintage” ad essere protagonista.
La nuova “filosofia” unisce al risparmio la cultura del riutilizzo, senza dimenticare il gusto della scoperta, il fatto di trovare proprio ciò che stavamo cercando o, perché no, quello a cui non avevamo pensato.
L’offerta è veramente varia, perché spazia dai libri all’oggettistica, dall’abbigliamento ai giocattoli.

Per maggiori informazioni si rimanda al sito ufficiale www.lapulcenelbaule.it

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Volleyball World League, Italia-Serbia al PalaDozza di Bologna: presentazione mercoledì 6 maggio col presidente Bonaccini

da: ufficio stampa giunta regionale Emilia-Romagna

Il match Italia-Serbia, valido per la pool A di qualificazione della Fivb Volleyball World League maschile, si giocherà domenica 7 giugno al PalaDozza di Bologna.

La gara e le iniziative correlate all’evento sportivo verranno presentate nel corso di una conferenza stampa che avrà luogo mercoledì 6 maggio 2015, alle 12 presso la sala stampa Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, in viale Aldo Moro 52 a Bologna (12° piano).
Alla conferenza stampa interverranno Stefano Bonaccini, presidente Regione Emilia-Romagna, Carlo Magri presidente Fipav, Luca Rizzo Nervo assessore allo Sport Comune di Bologna, Silvano Brusori presidente Fipav Emilia-Romagna e Andrea Lucchetta, ex giocatore della Nazionale di pallavolo.

Copparo: i 100 anni di nonna Oriele

da: ufficio Comunicazione Comune di Copparo

Alla presenza del vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, del presidente della fondazione “Braghini Rossetti” Guerrino Maschera e del vicesindaco di Copparo Martina Berneschi, si sono svolti presso la casa di riposo ‘Sacra Famiglia’ di Cesta i festeggiamenti per il centesimo compleanno della signora Oriele Benini, accompagnata dalla nipote Katia.

Originaria di Jolanda di Savoia, dove è nata il 24 aprile 1915, ha sempre avuto un’indole allegra e solare, un grande amore per la campagna e gli animali, insieme ad un temperamento forte e tenace che le ha permesso di aiutare il marito nel lavoro in agricoltura e, soprattutto, quando il marito è dovuto partire per la guerra, di mandare avanti la loro attività e accudire i figli in maniera esemplare.
Le avversità non sono mancate nella sua lunga vita, ma anche dopo la perdita del marito e dei suoi tre figli, ha saputo continuare dignitosamente il suo cammino, sostenuta dalla nipote Katia con la quale ha vissuto fino al suo inserimento nella casa di riposo di Cesta nel 2013.

Anche qui riesce ad avere l’affetto del personale che la descrive come una signora lucida, allegra, forte e collaborativa, in definitiva “unica”.
A “nonna” Oriele il Comune di Copparo rende omaggio con un attestato di felicitazioni e auguri.

The Voice of Italy: Thomas Cheval di Ferrara supera il primo Live

da: Rai2

Fra le 16 voci che passano al secondo Live c’è anche un ferrarese

Aj Summers, Fabio Curto, Chiara Dello Iacovo, Sarah Jane Olog, Thomas Cheval, Keeniatta, Marianè, Andrea Orchi, Carola Campagna, Maurizio Di Cesare, Sara Vita Felline, Lele, Roberta Carrese, Marco De Vincentiis, Ira Green, Alessandra Salerno. Sono queste le 16 voci che hanno superato il primo Live di “The Voice of Italy”, condotto da Federico Russo in onda ieri in prima serata su Rai2. I ragazzi accedono al secondo Live in programma mercoledì 6 maggio.

La serata ha registrato su Twitter il miglior risultato di questa edizione: tra l’inizio e la fine della puntata gli utenti che hanno twittato sono stati circa 16 mila con circa 76 mila interazioni.

Roby e Francesco Facchinetti, J-Ax, Noemi e Pelù si sono dati da fare per supportare i propri team, il pubblico da casa tramite il televoto ha stabilito le tre voci migliori di ogni squadra. Ai coach la scelta più difficile: salvare una tra le due voci rimaste.

Hanno lasciato il programma: Dany Petrarulo (Daniela Petrarulo, nata a Grottaglie (Taranto), vive a Rimini), Alessia Labate (Marano Principato, Cosenza), Tekla (Francesca Cini di Borgonuovo di Sasso Marconi, Bologna), Tommaso Gregianin (Venezia).

Ospiti della prima diretta di “The Voice of Italy” i Saint Motel, il gruppo californiano si è esibito insieme ad alcuni talenti (una donna per ogni team) sulle note delle due hit “My Type” e “Cold cold man”.

Si sono qualificati per la puntata di mercoledì 6 maggio:

TEAM FACH: Aj Summers (Alberto Slitti di Monsumanno Terme, Pistoia) con “Take a look around” dei Limp Bizkit, Fabio Curto (nato ad Acri, Cosenza, vive a Bologna) con “The Scientist” dei Coldplay, Chiara Dello Iacovo (nata a Savigliano Cuneo, vive ad Asti) con “Giudizi universali” di Samuele Bersani, Sarah Jane Olog (nata a Rimini vive a Roma) con “Love runs out” dei One Republic.

TEAM NOEMI: Thomas Cheval (Ferrara) con “Addicted to you” di Avicii, Keeniatta (Desirie Beverly Baird nata in Sudafrica a Germiston, vive a Ischia, Napoli) con “You’ll follow me down” di SkunkAnansie, Marianè (Mariangela De Santis di Lecce) con “L’immensità” versione di Gianna Nannini, Andrea Orchi (Roma) con “Billie Jean” versione di Chris Cornell.

TEAM JAX: Carola Campagna (Triuggio, Monza Brianza) con “All’alba sognerò”, versione italiana di “Frozen”, Maurizio Di Cesare (Cagliari) con “Animals” dei Maroon 5, Sara Vita Felline (Matino, Lecce)con “Kobra” di Donatella Rettore, Lele (Raffaele Esposito di Pomigliano D’Arco, Napoli) con “Hold back the river” di James Bay.

TEAM PELÙ: Roberta Carrese (Venafro, Isernia) con “Amore che viene, amore che vai” di Fabrizio De Andrè, Marco De Vincentiis (nato a Napoli, vive a Roma) con “Monna Lisa” di Ivan Graziani e “Gioconda” dei Litfiba, Ira Green (Arianna Carpentieri di Villaricca, Napoli) con “Lithium” dei Nirvana, Alessandra Salerno (Palermo) con “Diamante” di Zucchero.

La V-Reporter Valentina Correani, ha interagito con lo studio collegandosi dalla Web Room e dando voce agli utenti dei social.
“The Voice of Italy” è attivo su Facebook: thevoiceufficiale, Twitter: @THEVOICE_ITALY con gli hashtag #tvoi e per le squadre #teamnoemi #teampelù #teamjax #teamfach, Instagram: thevoice_italy e Vine: @thevoice_ita. Con l’App ufficiale di “The Voice of Italy” (disponibile per Android e iOs) si può diventare un Coach, costruire il proprio Team e sfidare altri Team. Sarà come essere seduti sulla poltrona rossa.

Expo: la prima app per mangiare e dormire dagli agricoltori

da: ufficio stampa Coldiretti

Emilia-Romagna tra le mete del 67% di stranieri che vogliono vedere altro

I visitatori che da domani arriveranno all’Expo, avranno una occasione in più per fare la conoscenza diretta delle eccellenze enogastronomiche e le bellezze culturali e paesaggistiche dell’Emilia Romagna. Lo afferma Coldiretti regionale annunciando che da domani, giorno dell’inaugurazione di Expo prende il via anche “Farmersforyou”, la prima App per indicare ai visitatori italiani e stranieri dove dormire, mangiare o acquistare prodotti direttamente dagli agricoltori, con oltre mille riferimenti per l’Emilia Romagna, vera food valley italiana, e diecimila riferimenti in tutta Italia.
L’obiettivo – spiega Coldiretti Emilia-Romagna – è conquistare quei visitatori di Expo che, secondo la ricerca della società Jfc, dedicheranno il 67 per cento del loro tempo per visitare anche “altro” ed hanno indicato tra le regioni che intendono visitare proprio l’Emilia Romagna.
L’App, in versione italiana e inglese, a seconda della lingua impostata sullo smartphone o sul tablet, permette di accedere a tutta la rete di Campagna Amica, il più grande circuito europeo di vendita diretta degli agricoltori. Per l’Emilia Romagna – informa Coldiretti regionale – sarà possibile scegliere tra 157 agriturismi, dove poter soggiornare nei più bei paesaggi della campagna emiliano romagnola, nei pressi di eccellenze paesaggistiche e culturali.
Infatti, il 61,2 per cento degli agriturismi di Campagna Amica – ricorda Coldiretti Emilia Romagna – sono all’interno o nelle vicinanze di parchi e riserve naturali, il 18,3 sono nei pressi di città d’arte; il 48,2 sono vicino a rocche e castelli di cui l’Emilia Romagna è ricca.
L’App, inoltre, fornisce informazioni e indicazioni di 652 fattorie, 154 mercati, 24 botteghe e 17 ristoranti dove poter acquistare il vero made in Italy agroalimentare, con le grandi eccellenze dell’Emilia Romagna, dal Parmigiano Reggiano al Culatello, dall’Aceto Balsamico ai salumi Dop e Igp.
L’App ha un sistema di ricerca per settore, su base regionale o anche provinciale. In ogni scheda l’utente troverà informazioni riguardanti, i prodotti che si possono acquistare, una selezione delle eccellenze, la mappa per raggiungere il luogo, gli orari di apertura e chiusura, immagini e molto altro.
Prevede anche il servizio “around me” che geolocalizzando l’utente gli permette di visualizzare in un raggio di 30 km tutto ciò che è presente intorno alla sua persona.
“Farmersforyou” sarà scaricabile a partire dal domani, 1 maggio, in occasione dell’inaugurazione di Expo 2015 sia su Apple store che Google play.
Inoltre “Farmersforyou” sarà tra le App disponibili con TIM2go (www.tim2go.tim.it), il nuovo servizio di tablet sharing realizzato da TIM in collaborazione con Samsung per rendere indimenticabile l’esperienza della visita a Expo 2015 grazie alla possibilità di noleggio di un tablet Samsung Galaxy Tab S 8.4”, dotato di connettività ultraveloce illimitata 4G Lte di Tim utilizzabile sia all’interno che all’esterno dell’area espositiva, che permetterà loro di lasciare a casa mappe, guide turistiche, macchine fotografiche e videocamere.

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Campionati nazionali universitari dal 15 maggio: presentazione lunedì 4 col presidente Bonaccini

da: ufficio stampa giunta regionale Emilia-Romagna

Campionati nazionali universitari dal 15 maggio a Salsomaggiore (Pr): conferenza stampa di presentazione lunedì 4 maggio a Bologna col presidente della Regione Stefano Bonaccini

Oltre 6mila tra atleti, tecnici e accompagnatori, 200 gare aperte al pubblico in 23 diverse discipline. Sono i Campionati nazionali universitari, organizzati sotto l’egida del Cusi (Centro universitario sportivo italiano), che si svolgeranno dal 15 al 24 maggio 2015 a Salsomaggiore Terme (Parma).

La sessantanovesima edizione dei Campionati verrà presentata lunedì 4 maggio a Bologna, nel corso di una conferenza stampa che si terrà nella sede della Regione Emilia-Romagna, alle ore 12 al 12° piano di viale Aldo Moro 52.

Partecipano alla presentazione il presidente della Regione Stefano Bonaccini e il presidente del Cusi Lorenzo Lentini. Saranno presenti inoltre il rettore dell’Università di Parma Loris Borghi, Filippo Fritelli sindaco di Salsomaggiore Terme e presidente della Provincia di Parma, Michele Ventura presidente Cus Parma e responsabile del Comitato organizzatore dei Cnu 2015.

Iniziativa 7 maggio: “Jobs Act: diritti in saldo?”

da: CdLT CGIL Ferrara

Giovedì 7 maggio alle ore 17 alla Sala della Musica (Via Boccaleone, 19) a Ferrara, si terrà l’iniziativa pubblica “Jobs Act: diritti in saldo?” promossa da Fisac e Cgil Ferrara.

Partecipano Filippo Taddei, responsabile nazionale economia PD, Franco Focareta, docente di diritto del lavoro Università di Bologna, Agostino Megale segretario, generale nazionale Fisac Cgil.
Presiede Raffaele Atti, segretario generale Cgil Ferrara.
Modera l’incontro Nicola Cavallini della segreteria Fisac Ferrara.

SCOMBUSSOLIAMOCI: i ferraresi si mobilitano per Ferrara

da: ufficio Comunicazione ed Eventi Unife

Prove generali di comunità: al via le due settimane di eventi COM.bus in 8 luoghi della città di Ferrara

Dal 4 al 14 maggio, 8 luoghi della città di Ferrara si animeranno con SCOMBUSSOLIAMOCI, una serie di eventi organizzati dal team di lavoro del Progetto COM.bus per inaugurare le azioni urbane progettate e realizzate con i cittadini ferraresi e dare il via libera a “prove generali di comunità”.

Le due settimane di eventi sono realizzate in collaborazione con il Comune di Ferrara, Urban Center Ferrara e Istituzione Scuola e nell’ambito delle sperimentazioni del progetto Ferrara Mia.

Progetto COM.bus è un progetto di innovazione sociale ideato e presentato nel 2012 dagli architetti Giovanni Oliva e Serena Maioli all’interno del bando ministeriale “Smart Cities and Communities and Social Innovation”: vincitore del bando nel 2013, il progetto viene sviluppato e realizzato negli ultimi due anni nella città di Ferrara insieme all’educatrice Elena Maioli. Scopo di COM.bus è sviluppare azioni concrete di miglioramento dell’ambiente urbano, a partire dalle esigenze e dalle priorità delle comunità locali.

Dopo un anno e mezzo di ricerca sul campo, negli scorsi due mesi i giovani cittadini di 7 scuole primarie ferraresi (la VA e la VC della Scuola Primaria Matteotti, la VA e la VB della Scuola Primaria Poledrelli, la VA della Scuola Primaria C. della Sala di Pontelagoscuro e le classi V delle Scuole Primarie di Baura, Cocomaro di Cona, Quartesana e Villanova) insieme al corpo docente, al prezioso aiuto delle famiglie, alle associazioni locali e ai residenti delle diverse comunità, si sono cimentati nella trasformazione delle aree individuate nel primo anno di Progetto COM.bus, coordinati da un gruppo di tecnici specializzati nell’ambito della progettazione urbana e della partecipazione.

Attraverso piccole azioni di riqualificazione urbana, 8 luoghi della città di Ferrara si trasformano in veri e propri Presidi COM.bus, ovvero aree di sperimentazione e monitoraggio, caratterizzate da una forte spinta da parte della comunità alla cura dei beni comuni.

Gli interventi, costituiti da trasformazioni permanenti, come l’inserimento di nuovo arredo urbano, la sistemazione di arredo esistente, la realizzazione di nuove aree piantumate e la creazione di opere di street art, ed esperimenti di riuso temporaneo, come lo svolgimento di giochi e altre attività ricreative, sono stati realizzati in sinergia con Urban Center Ferrara e con il supporto di Associazione Bambini Aurora ed Emilbanca.

Per la realizzazione delle opere il team di ricerca di Progetto COM.bus si è inoltre avvalso in questi mesi dell’aiuto del creativo ed artigiano locale Pig Oh.

I Presidi COM.bus che verranno inaugurati nel corso delle due settimane di SCOMBUSSOLIAMOCI sono 8:

Lunedì 4 maggio – Un parco per tutti
Cocomaro di Cona| Parco di Via Fano| ore 16:30

Giovedì 7 maggio – La sosta interattiva

Baura| Parchetto di fronte alla Chiesa| ore 16:30

Sabato 9 maggio – Fantasia in cabina

Villanova| Area dietro alla Scuola Primaria| ore 11:30

Lunedì 11 maggio – Gli amici di Farnia

Quartesana| Piazza Pusinanti| ore 16:30

Martedì 12 maggio – L’invasione degli ultracolori

Quartiere Giardino| Piazzale Giordano Bruno| ore 16:30

Mercoledì 13 maggio – Street Art sul Po

Pontelagoscuro| Scalinata di Via dell’Isola Bianca| ore 16:30

Giovedì 14 maggio – La scacchiera di Alfratrotto

Viale Krasnodar| Piazzetta dei Poeti| ore 16:30

Giovedì 14 maggio – Il percorso informattivo

Viale Krasnodar| Area verde di Via Mambro| ore 16:30

Le inaugurazioni verranno allietate da “merende comunitarie” e spettacoli realizzati con il contributo di famiglie, associazioni e cooperative locali come Teatro Nucleo: saranno veri e propri momenti di festa ai quali tutti sono invitati a partecipare e occasioni per rinsaldare le comunità attorno ai temi della cura e dell’uso degli spazi pubblici.

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StoriaNaturaleNews, maggio 2015

da: Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara

MACERI E ALTRI STAGNI DELLA PIANURA: STATO DELL’ARTE E PROSPETTIVE FUTURE.

Convegno, sabato 9 maggio 2015

Nella Pianura Padana orientale sono presenti migliaia di maceri, gli antichi bacini artificiali un tempo utilizzati per la lavorazione della canapa tessile, e un certo numero di stagni con origine differente. Il Museo di Storia Naturale di Ferrara si occupa del loro studio ormai da più di dieci anni. Di recente, altri ricercatori(dell’Università di Ferrara, dell’ENEA di Bologna e dell’Università di Parma) hanno rivolto il loro interesse agli stagni di pianura.
Le informazioni ecologiche raccolte sono molte e alcune sono già state presentate al pubblico attraverso libri e mostre. Esistono però altre ricerche i cui risultati, in parte già condivisi in ambito scientifico, non sono ancora stati presentati al grande pubblico.
Nel convegno del 9 maggio, presenteremo le informazioni sinora raccolte e alcune idee progettuali: infatti, abbiamo iniziato a pensare ad un futuro in cui questi piccoli bacini, presenti a migliaia nella Pianura Padana orientale, possano essere messi a sistema e resi capaci di svolgere in modo efficace e sostenibile funzioni ecosistemiche fondamentali, per il miglioramento della qualità delle acque e per la tutela della biodiversità nel fronteggiare i cambiamenti climatici in atto.
Il convegno è organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Vita e Biotecnologie dell’Università di Ferrara, l’Associazione Naturalisti Ferraresi, l’ENEA-Lecop di Bologna e l’Università di Parma.

P r o g r a m m a

9.30: Apertura dei lavori da parte del Direttore del Museo, Stefano Mazzotti. Saluti dell’Assessore alla Pianificazione del Comune di Ferrara, Roberta Fusari.

9.45: I maceri del Ferrarese, la fauna e gli effetti dei parametri ambientali. Carla Corazza, Museo di Storia Naturale.

10.00: I Coleotteri acquatici. Roberto Fabbri e Fernando Pederzani, Società per gli Studi Naturalistici della Romagna.

10.15: Maceri: caratteristiche morfologiche e biogeochimica delle acque. Marco Bartoli, Università di Parma, Simone Busi ed Enrico Tesini, ENEA-Laboratorio LECOP di Bologna.

10.30: La cultura della canapa. Gian Paolo Borghi, Consulente del Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese, S. Bartolomeo, FE.

10.45: Gorghi ed altre cavità di evorsione, particolari piccoli laghi di pianura. Marco
Bondesan, Associazione Naturalisti Ferraresi

11.00: Un progetto per la riqualificazione del laghetto del Parco Urbano Bassani Giuseppe Castaldelli, Università di Ferrara.

11.30: TAVOLA ROTONDA: Quale futuro per gli stagni di pianura?

Modera Carla Corazza, Museo di Storia Naturale.
Paolo Carini* e Giulia Grossi (Comune di Castenaso, BO): Uno sguardo sui maceri al di fuori del Ferrarese.
Giuseppe Castaldelli (Università di Ferrara): Che funzione potrebbero avere?
Pier Luigi Viaroli (Università di Parma): L’importanza di metterli in rete, il valore per il miglioramento ambientale e il marketing territoriale.
Moreno Po (Dirigente del Settore Pianificazione Territoriale, Provincia di Ferrara): Gli strumenti generali di tutela nel Ferrarese.
Ornella De Curtis (Città Metropolitana di Bologna): L’importanza per la fauna minore. La tutela nel Bolognese.
Renato Finco (Provincia di Ferrara): Problematiche di conservazione.
Luigi Fenati (Fondazione Navarra, Ferrara), Lorenzo Zibordi* (Confagricoltura Ferrara): Le istanze degli agricoltori.
Francesco Besio (Regione Emilia-Romagna): Gli strumenti di tutela ed incentivazione forniti dalla Regione Emilia-Romagna.

Dibattito

13.00: Chiusura lavori

(*: interventi in attesa di conferma).

3° FESTIVAL DEL DISEGNO DAL VERO: DIARI DI VIAGGIO – SEGNI E COLORI CHE RACCONTANO IL MONDO (8-10 MAGGIO 2015)

Sabato 9 e domenica 10 maggio, il Museo di Storia Naturale ospiterà due sessioni mattutine di disegno dal vero nell’ambito del 3° festival organizzato dall’Associazione Autori Diari di Viaggio.

Ancora prima della scrittura le rappresentazioni grafiche o iconografiche sono stati i gesti naturali per confrontarsi con gli altri ed esprimere un linguaggio universale.

Per questo motivo il racconto attraverso le immagini, nelle sue più svariate forme e tecniche, risulta comprensibile da tutti ed efficace.

Autori Diari di Viaggio è un’Associazione che ha come finalità la diffusione dell’arte del disegno dal vero intesa come espressione artistica “istantanea” attraverso l’osservazione della società. Si propone perciò di:

– Promuovere lo sviluppo culturale e civile dell’uomo e della società attraverso una più ampia diffusione dell’istruzione, della conoscenza, della solidarietà, del rispetto dei diritti civili individuali e collettivi.
– Valorizzare qualsiasi forma di disegno che sia rappresentativa del territorio, delle città, delle persone, con riferimento a tutte le culture passate e presenti , della civiltà dell’uomo.
– Divulgare l’arte di raccontare e memorizzare, attraverso il disegno dal vero, l’esperienza di vita, i viaggi, i rapporti tra gli uomini, raccogliendo tali espressioni in qualsiasi forma artistica e supporto, dal singolo elaborato fino alla raccolta in carnet.
– Promulgare lo scambio tra le differenti culture artistiche del disegno dal vero intese come territoriali e generazionali, garantendone la libertà di espressione nel rispetto della dignità di tutti gli uomini.

Lo spirito che accomuna gli Autori dei Diari di Viaggio è la curiosità per i nuovi luoghi lontani o appena “dietro L’angolo di casa”; l’osservazione di tutto quello che “ci gira attorno” e a cui spesso perché sempre presente nel nostro quotidiano, non diamo importanza; alle persone e alle loro usanze e cultura; all’osservare e ascoltare con il giusto ritmo del Viaggiatore.

Per tutte le informazioni sul festival e per la partecipazione occorre consultare il sito http://www.autoridiaridiviaggio.it/diari-di-viaggio-2015/.

La storia del pane a Pontelagoscuro

da: Pro Loco Pontelagoscuro

Sabato 2 maggio, alle ore 17, presso la sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro la cittadinanza è invitata all’inaugurazione di “Buono…come il pane”, mostra itinerante che propone un percorso nella storia del più antico ed importante fra tutti gli alimenti.

Nella mostra sono esposte riproduzioni di immagini e documenti, rappresentanti un excursus storico che dà conto della “cultura del pane”, in un arco temporale compreso fra il tardo Medio Evo ed il Novecento. In particolare, è evidenziata la “facies” rinascimentale e quella contemporanea collegate fra loro attraverso testimonianze tratte dagli archivi ferraresi (Bandi, editti, cronache etc.,) e riproduzioni di immagini, affreschi, fotografie.
L’esposizione, inserita nel Maggio Pontesano, è promossa dalla Pro Loco di Pontelagoscuro in collaborazione con la Provincia di Ferrara e con il patrocinio del Comune di Ferrara.
L’iniziativa è rivolta alla scuola e alla intera cittadinanza. Ingresso gratuito, aperto nei giorni Domenica 3, Sabato 9, Domenica 10 ore 10-12; 16-19,
Da Lunedì 4 a Venerdì 8 aperto a richiesta telefonando ai numeri 0532-299780, 347-4793675 oppure 335-1564286.

Il programma completo del Maggio Pontesano è scaricabile dal sito www.prolocopontelagoscuro.it

1 maggio a tutta cultura. Aperti tutto il giorno i siti archeologici di Marzabotto, Russi e Veleia con tante visite guidate. E in più…

da: ufficio stampa SBArcheo Emilia-Romagna

Venerdì 1 maggio 2015 apertura straordinaria per l’intera giornata dei siti archeologici di Marzabotto, Russi e Veleia.
Visitabili anche i musei nazionali di Ferrara, Parma e Sarsina, la Grotta del Re Tiberio a Riolo Terme e la Terramara del Montale a Castelnuovo Rangone

L’etrusca Marzabotto e le romane Russi e Veleia. Anche quest’anno il 1° Maggio fa rima con cultura e come ormai da copione il pubblico troverà aperti tutti i siti archeologici gestiti dalla Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, con tante visite guidate gratuite e un biglietto d’ingresso da 2 a 3 euro.

Il Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto (BO), aperto dalle 9 alle 18.30, offre al pubblico quattro visite guidate gratuite condotte dagli archeologi Silvana Sani (ore 9.30 e 10.30) e Alberto Stignani (ore 15 e 17). Inoltre per l’intera giornata il pubblico potrà esprimere le proprie opinioni sul museo compilando il questionario “Il museo che vorrei”, consultazione tesa a verificare le esigenze e aspettative dei visitatori sui servizi offerti e le lacune e mancanze rilevate da chi entra nel museo.

Aperti dalle 9 alle 19 anche l’Antiquarium e i resti monumentali dell’antico municipium romano di Veleia, a Lugagnano Val d’Arda (PC), e gli scavi archeologici della Villa Romana di Russi (RA) dove le volontarie della Pro Loco, Alessandra e Sabrina, propongono una serie di visite guidate dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17.

Per completezza d’informazione, indichiamo l’apertura dei musei archeologici gestiti dal Polo Museale dell’Emilia-Romagna. Il Museo Archeologico Nazionale di Sarsina (FC) è aperto dalle 8.30 alle 13.30 e dalle 15.30 alle 18.30 con due visite guidate (alle ore 10.30 e alle 16.30) condotte da Maria Teresa Pellicioni incentrate sulle antiche associazioni di lavoratori romane dei fabri, centonari, dendrophori e milione; il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara è visitabile dalle 9 alle 19 con due visite guidate condotte alle 10.30 da Chiara Guarnieri e alle 16 da Mario Cesarano; il Museo Archeologico Nazionale di Parma è aperto dalle 13.30 alle 19.30

Segnaliamo infine due visite guidate gratuite (ore 10 e ore 15.30) alla Grotta del Re Tiberio a Riolo Terme (RA) con le Guide Speleologiche del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola (posti limitati, prenotazione obbligatoria al 389 031 2110 oppure speleo.la@nottola.org) e l’apertura gratuita del Parco Archeologico e museo all’aperto Terramara del Montale (10-13.30 e 14.30-19), a Castelnuovo Rangone (MO), con visite guidate e prove di tiro con l’arco

Maggiori informazioni sul sito www.archeobologna.beniculturali.it

Quarto convegno Formest a UniFe

da: ufficio Comunicazione ed Eventi Unife

“Laser, Luce Pulsata e Radiofrequenza nei Trattamenti Estetici: Aspetti Tecnologici e Formazione Professionale”. E’ questo il titolo del Convegno che si terrà lunedì 4 maggio, dalle ore 9.30 alle ore 14, nell’Aula Magna di Palazzo Trotti Mosti dell’Università di Ferrara (via Ercole I D’Este, 37).

L’iniziativa è organizzata dal Prof. Santo Scalia, Direttore del Corso di Formazione Universitaria per Tecnici Estetisti – FORMEST presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche di Unife.

Il Convegno è parte integrante del percorso didattico del Corso e la tematica proposta si rivolge ad un’ampia platea, costituita da estetisti, medici e tecnici delle ASL e ARPA, produttori industriali ed esperti di apparecchiature elettroestetiche.

“La depilazione mediante luce pulsata o laser e la stimolazione della pelle con correnti o campi a radiofrequenza – afferma Scalia – sono trattamenti molto richiesti nei centri estetici. Detti trattamenti hanno in comune la natura elettromagnetica dell’energia utilizzata che nelle diverse applicazioni differisce però per lunghezza d’onda, intensità, profilo temporale e spaziale”.

Specifica Scalia: “Per le numerose variabili tecnologiche coinvolte – parametri fisici e strumentali- oltre a quelle individuali dei soggetti trattati, la gestione operativa di tali apparecchiature richiede un’adeguata ed accurata formazione dell’estetista. Questo aspetto viene confermato dalle disposizioni contenute nel Decreto Interministeriale n.110/2011, che prevede una formazione specifica aggiuntiva e certificata per gli operatori di queste apparecchiature elettroestetiche”

“Nel corso del Convegno – aggiunge Scalia – verranno esaminati gli aspetti relativi alle caratteristiche tecniche di queste apparecchiature, al loro corretto utilizzo per ottenere risultati migliori in condizioni di sicurezza, alla normativa di riferimento, ai controlli strumentali e alla definizione di adeguati programmi di formazione professionale”.

Il Corso di Formazione Universitaria per Tecnici Estetisti – FORMEST, istituito nel 2002 dalla allora Facoltà di Farmacia, oggi inserito nella didattica del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche di Unife, ha come obiettivo principale quello di aumentare la professionalità degli operatori del settore, attraverso l’approfondimento delle conoscenze di base e l’acquisizione di nuove competenze specialistiche, per gestire in maniera competente la nuova area dei servizi per la bellezza ed il benessere.

www.unife.it/corsoformazione/formest

Per informazioni: Maria Grazia Campantico cmpmgr@unife.it cell. 3351409739

(Nella foto: Un momento del Convegno FORMEST della passata edizione)

acqua-pubblica

ECOLOGICAMENTE
Acqua pubblica: principio inderogabile e giusto prezzo

Il mercato dei servizi pubblici ha subito molte trasformazioni e alcune non sempre hanno prodotto risultati positivi per il cittadino. Si va verso il miglioramento dei servizi o si incrementa la spinta liberalizzatrice dei soggetti privati? Permangono alcune perplessità e criticità su cui ho già espresso la mia opinione [vedi].
Il sistema dei servizi pubblici locali, nonostante sia al centro dell’attenzione da molti anni sia sul piano delle riforme possibili sia sul suo ruolo, evidenzia posizioni contrastanti; manca una condivisione di politica industriale, di sviluppo sociale ed economico dei servizi pubblici territoriali. Deve crescere la condivisione del servizio pubblico locale in una logica di trasparenza e di sviluppo della qualità. Il bisogno di ‘governance’ nei servizi pubblici ambientali ha infatti portato con sé anche elementi di conflitto tra interessi contrapposti in cui a finalità sociali e di miglioramento della qualità della vita si intersecano e talvolta si contrappongono esigenze economiche di tipo societario. Il settore dei servizi pubblici ambientali, in generale, e il ciclo dell’acqua, in particolare, richiedono che siano garantiti forti principi di regolazione per favorire la prevalenza del sistema integrato e della gestione unitaria. Si tratta allora di rivedere l’intero ciclo dei servizi in una logica complessiva e non di minor costo, orientata verso economie di scala e progetti integrati (quantità adeguata alla domanda e qualità compatibile con la economicità).
L’acqua è, oggi come ieri, un problema di tutti. La presa di coscienza e la mobilitazione dei movimenti di pubblica opinione nei confronti della “crisi dell’acqua” sta però cambiando, e la volontà di riconoscere l’acqua come bene comune, e sostenerne il diritto all’accesso, stanno diventando principi fondamentali. L’acqua è un bene primario profondamente legato all’ambiente, alla salute e alla vita dell’uomo, su cui è necessario affermare il controllo pubblico: dunque, la proprietà pubblica dell’acqua è un principio inderogabile. Non è un prodotto commerciale, bensì un patrimonio che va protetto difeso e trattato come tale.
Questo però non significa che deve essere gratuita. Anzi, il valore, il costo e il prezzo del servizio devono essere tra loro collegati e interdipendenti; i prezzi che riflettono i loro costi danno infatti a tutti (utenti, amministratori e gestori) l’indicazione del valore (e del valore aggiunto) del servizio. Il giusto prezzo, dell’acqua è un importante incentivo per incoraggiare un utilizzo sostenibile dell’acqua stessa (una accurata politica tariffaria regola infatti i consumi e soprattutto dà il giusto valore al bene). L’acqua, anche se è un bene pubblico, deve essere gestita con criteri industriali e fondamentale diventa la centralità dell’individuazione di nuovi livelli di coordinamento (autorità di bacino, autorità territoriali ottimali per il servizio idrico integrato ) in un corretto sistema di pianificazione e di governo delle risorse idriche.
In sintesi i principi base dei sistemi tariffari si potrebbero così riassumere: adeguare le tariffe ai costi del servizio, garantire la qualità gestionale dei servizi, tutelare tutti i clienti-consumatori, impegnare i gestori in investimenti tecnologici e soprattutto funzionali, garantire la qualità gestionale nella erogazione dei servizi e tutelare tutti i clienti-consumatori, compresi quelli del ciclo produttivo, consapevoli che solo ritrovando un equilibrio industriale si può fare crescere il settore.

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Suicidio di una banca. “Carife travolta dall’ambizione di fare Gruppo. Ma può ancora tornare il gioiello che fu”

La notizia è fresca. Il sindaco ha ottenuto dai commissari di Carife la conferma che il Fondo interbancario impegnerà i trecento milioni considerati necessari per garantire l’operatività dell’istituto di credito cittadino. Dunque il fallimento, per ora, è scongiurato.
Il tema però resta incandescente. Posta in sicurezza la banca, persistono i dubbi sul suo futuro e le incognite per i piccoli azionisti. Tagliani ha chiesto che il valore delle azioni sia preservato. Per i risparmiatori, che si trovano fra le mani un titolo che a un certo punto era schizzato a 41 euro e ora è quotato a 3,18, è davvero il minimo.

Mentre si attende che si diradino le nebbie che persistono all’orizzonte, vale la pena ancora una volta volgere lo sguardo a ritroso per domandarsi come si sia potuti arrivare sino a questo punto. L’interrogativo l’abbiamo posto a un alto funzionario della Cassa di Risparmio di Ferrara che, per prudenza, ha chiesto di mantenere l’anonimato.
“La banca fino all’inizio degli anni 2000 era davvero un gioiello. Io potevo visionare i bilanci e dunque avevo la situazione precisa sotto controllo. Sussistevano tutti i presupposti perché le cose andassero avanti così, sarebbe stato sufficiente mantenere la dimensione locale.
Ricordo che le rilevazioni della Banca d’Italia ci collocavano fra le prime in Italia nella categoria delle piccole. Addirittura la raccolta superava gli impieghi”.

Chi aveva retto il timone della banca in quel periodo?
Il presidente era Bertoni che fin dal suo avvento nel 1995 aveva introdotto criteri manageriali mostrando indubbiamente grandi capacità. Si era però trovato subito in contrasto con il direttore Bianchi, che pure era un buon professionista. Lo liquidò e il suo licenziamento, a seguito di un ricorso, costò alla banca una cifra enorme, circa 4 milioni di euro di indennizzo… Al posto di Bianchi scelse Bacchelli, un commerciale puro che per aumentare la redditività ci spiegò che dovevamo aumentare gli impieghi. Ma il nuovo corso fu gestito lucidamente, le filiali di Ferrara e quelle di Rovigo si mostrarono molto efficienti e puntualmente eseguivano gli input della direzione. Allargando le maglie del credito arrivammo ad avere 100.000 correntisti, un numero enorme. Lo spread era interessante per la banca e il rientro era ottimo. In quel periodo le cose funzionavano al meglio, mantenevamo la dimensione di banca locale e lo stesso Bacchelli si mostrava prudente e talvolta addirittura frenava le filiali quando riteneva che si ponessero budget eccessivi, dunque si procedeva con giudizio nella politica di sviluppo. La raccolta continuava ad essere ancora un po’ superiore agli impieghi e a fine anno gli obiettivi erano sistematicamente centrati in pieno. Carife in sostanza realizzava quella che da sempre stata la sua missione di istituto di credito al servizio del territorio.

E che cosa è successo poi?
I guai sono incominciati con l’arrivo di Murolo, la banca fu guastata dalla sua ambizione sfrenata. Fu scelto come direttore nel 1999, un anno dopo la nomina di Santini a presidente. Era stato direttore della Cassa di Risparmio di Mirandola e coltivava amicizie influenti nell’ambiente politico modenese: intimo di Giovanardi, divenne capogruppo della Dc in consiglio comunale. Si mise in testa di trasformare Carife in gruppo bancario, attraverso la progressiva acquisizione di banche di dimensioni ridotte presenti in zone in cui la Cassa non c’era. Nel 2002 con l’innesto di Commercio e Finanza iniziammo il nuovo cammino. Secondo Murolo le banche che via via sarebbero entrate nel gruppo avrebbero dovuto mantenere la loro autonomia. Ma si scelsero istituti troppi piccoli per essere autonomi. Ricordo che il direttore sostenne che le banche che avrebbero mostrato di funzionare sarebbero rimaste, le altre sarebbero state rivendute. Solo io obiettai che se le banche sono troppo piccole non stanno in piedi se non con il supporto per la capogruppo. E segnalai che rivendere quelle zoppe non sarebbe stato semplice, sicché alla fine avremmo pagato noi il conto. Purtroppo i fatti mi hanno dato ragione.

Murolo come reagì?
Scrollò le spalle e intraprese le acquisizioni programmate: nel 2003 Banca di Treviso, Popolare di Roma, Credito veronese, poi nel 2004 la Banca Modenese dell’avvocato Samorì e la Banca Farnese di Piacenza e ancora, nel 2008, la minuscola Banca di credito e di risparmio di Romagna con sede a Forlì. L’unica che ci rendeva un piccolo utile, circa 7 milioni annui, era la società di leasing Commercio e Finanza di Napoli che, d’altra parte ci costringeva a impegnare ogni anno circa un miliardo di euro di finanziamenti a rischio.

In tutta questa vicenda qual è stato il ruolo di Santini?
Ha sempre accettato le scelte di Murolo, d’altra parte lo aveva voluto lui. Una volta ci disse che dopo sua moglie quello con Murolo era stato il matrimonio più felice della sua vita.
L’unica volta in cui forse si trovò in disaccordo fu quando direttore propose di esternalizzare alcuni servizi, se ben ricordo quelli della gestione del personale e del magazzino. Si trattava di un’operazione che non aveva senso, perché le funzioni erano correttamente assolto e all’interno e appaltandole avremmo dovuto sobbarcarci costi supplementari e ci saremmo trovati dei dipendenti da ricollocare. Quello trovata non passò.

Cosa ha determinato il crack della banca?
La vera causa dell’affondamento sono stati i costi esagerati sostenuti per il funzionamento del gruppo, rispetto all’esigua redditività assicurata dalle piccole banche che lo costituivano.

E nonostante l’evidenza nessuno ha sollevato il problema in consiglio di amministrazione?
No, perché alla fin fine ciascuno dei membri traeva qualche beneficio dalla situazione: riceveva incarichi all’interno delle banche del gruppo e girava allegramente l’Italia…

Ma i fallimenti di Coop Costruttori e Cir non hanno influito sulle sorti di Carife?
No, se non marginalmente. La Costruttori entra in crisi nel 2003 e Carife all’epoca era esposta con un finanziamento da 50 milioni di euro che rimase all’incaglio. Ma in previsione di quello che sarebbe potuto accadere erano stati fatti in anticipo gli opportuni accantonamenti e quindi il crack non ha creato particolari dissesti alla banca. D’altronde negli anni precedenti, grazie all’ingente movimentazione di soldi e ai finanziamenti concessi con relativi interessi, Carife con Coop Costruttori aveva fatto buoni affari e realizzato significativi guadagni. Ma nemmeno la vicenda di Mascellani, per quel che mi risulta, ha inciso più di tanto. Piuttosto sono pesati i 140 milioni di euro concessi in finanziamento a una stessa società, quella dei fratelli Siano. Si tratta proprio dell’operazione per la quale il direttore Murolo è stato imputato, processato e condannato in primo grado, salvo poi essere assolto in appello.
Pesanti furono anche lo scoperto di 50 milioni prestati a Caltagirone e l’esborso sostenuto per l’acquisizione della Banca Modenese, per la quale Samorì aveva chiesto un sacco di soldi che a Murolo evidentemente non parvero troppi perché glieli diede.

E poi la storia come prosegue?
Il regno di Murolo si conclude nel 2009 con l’esautoramento deciso della Banca d’Italia, al suo posto vengono designati prima Grassano, poi nel 2011 Fiorin che non riescono a invertire la rotta. La fase del commissariamento incomincia nel 2013. L’ultimo bilancio reso pubblico, quello del 2012, segnala ancora un attivo di 350 milioni di euro, verosimilmente impiegati in questi tre anni per coprire le perdite e le sofferenze.

Ora si profila la scialuppa di salvataggio del Fondo interbancario…
I 300 milioni che il Fondo si è reso disponibile a versare corrispondono alla cifra di garanzia stimata per ricapitalizzare la banca e dotarla di un patrimonio. La decisione di intervenire certo non prescinde da un’altra valutazione: se Carife andasse in fallimento lo stesso Fondo interbancario dovrebbe – per legge – rifondere i creditori, per un importo presumibile di circa un miliardo e 400 milioni di euro. Ritengo perciò che abbiano valutato più conveniente stanziare i 300 milioni per il salvataggio della banca!

Che ruolo immagina abbia avuto la Banca d’Italia in questo frangente?
È verosimile ci sia stata una pressione. Alla Banca d’Italia il fallimento non conviene, tantopiù che in una simile evenienza sarebbe particolarmente imbarazzante dover giustificare l’aumento di capitale autorizzato nel 2011, quando la situazione era già ampiamente compromessa.

Che valutazione dà delle manifestazioni di interesse dei mesi scorsi da parte della Banca Popolare di Vicenza e di Caricento?
La Popolare di Vicenza, che è banca aggressiva, è stata stoppata a seguito di verifiche contabili, ma credo nutrisse un interesse autentico. Mentre Cento ritengo sia stata semplicemente la vedetta che agiva per conto d’altri, probabilmente la Banca Popolare dell’Emilia-Romagna

In conclusione cosa ci possiamo attendere?
Appena quindici anni fa Carife era ancora un gioiello, può tornare ad esserlo se sarà riportata alla dimensione d’azione che le è propria, quella locale.

Chi può condurla su questa strada?
Le condizioni propizie per una ripartenza possono essere garantite solo da una banca forte.

Pensa a qualcuno in particolare?
Ritengo che se arrivasse banca Intesa, come ora qualcuno sussurra, si prospetterebbe la possibilità che a Carife fosse garantita l’autonomia e la salvaguardia del marchio, come è accaduto in questi anni con Carisbo. Sarebbero le condizioni migliori e i giusti presupposti per un significativo rilancio. Con il proprio consolidato marchio, Carife potrebbe ambire a riprendere il suo spazio commerciale e a un ampio recupero della clientela storica.

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Il Meis: com’è, come sarà

Per lunghi anni luogo di reclusione e separazione dalla società civile, poi dal 1992 luogo di abbandono e degrado, con il cantiere per il nuovo Museo nazionale dell’ebraismo nazionale e della shoah, il carcere di via Piangipane diventa luogo della e per la città. Un’apertura verso la cittadinanza che è già iniziata: con le visite guidate al cantiere, organizzate dal segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Fondazione Meis, domenica 26 aprile, in occasione della Festa del libro ebraico in Italia.

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Corpo centrale del Meis, da cui inizieranno i lavori, visto dalla palazzina di via Piangipane.

Proprio perché la volontà è stata sin dall’inizio capovolgere la funzione di questo spazio, da carcere in cui sono stati reclusi anche antifascisti ferraresi di origine ebraica – come Giorgio e Matilde Bassani – a spazio di confronto, dibattito, conservazione e creazione di cultura, il progetto di realizzazione del Meis non ha voluto cancellare la storia precedente, ma piuttosto interpretarla creando una sorta di “osmosi fra interno ed esterno”, come l’ha definita l’architetto Carla Di Francesco, dirigente generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Accanto ai 5 nuovi edifici-libro che accoglieranno le varie funzioni del museo, viene così conservato l’imponente corpo centrale, all’interno del quale si pensa di recuperare una cella per mantenere la memoria di ciò che l’edificio è stato. Non solo: l’ex perimetro carcerario diventerà, attraverso una serie di aperture, un parco ispirato ai giardini diventati anch’essi ormai un simbolo della città di Ferrara.
Tra fine maggio e inizio giugno dovrebbe concludersi la ‘pars destruens’ del cosiddetto ‘cantierone’. L’edificio a ferro di cavallo fra la palazzina e il corpo centrale, che presentava diversi difetti strutturali “accentuati dal terremoto del 2012”, come ha spiegato la dirigente del Mibact, è ormai stato demolito e da giugno si potrà partire con la ‘pars construens’, cioè la realizzazione del parco e il recupero del corpo C, che nei suoi 1225 m2 ospiterà temporaneamente le aree espositive, il centro di documentazione e la biblioteca e le aule didattiche. La consegna di questo lotto di lavori, del costo di circa 9 milioni di euro, è prevista per la primavera 2017.

Galleria fotografica, clicca le immagini per ingrandirle.

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Banner con il rendering dell’intero progetto
Rendering degli spazi aperti del futuro Meis
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Spazio destinato alla tensostruttura temporanea
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Materiali di demolizione dell’edificio a ferro di cavallo
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Spazio interno del corpo centrale del Meis
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Rendering dell’interno del corpo centrale

Nel frattempo, come ci dice Massimo Maisto nella doppia veste di assessore alla cultura del Comune di Ferrara e di componente del Cda della Fondazione Meis, “il nostro compito è costruire un nuovo progetto di allestimento che si inserisca in uno spazio diverso” in modo da poter aprire il Museo nazionale dell’ebraismo e della shoah già a quella data. Una bella novità, rivelata ai visitatori dall’architetto Di Francesco, è che l’impresa che realizzerà i lavori ha proposto una “variante migliorativa”: “una tensostruttura di circa 350 m2” da collocare nell’area fra la palazzina e il corpo C, in cui ospitare le mostre temporanee, gli eventi e le attività del museo, che “potrebbe essere a disposizione già per la primavera 2016, perciò già il prossimo anno parte della Festa del Libro ebraico potrebbe essere svolta qui”.

fascismo

Il fascismo e il consenso degli ebrei: responsabilità, rimozioni e persecuzioni

Non sono nodi facili da sciogliere quello dei rapporti fra l’ebraismo italiano e il regime fascista e quello delle leggi antiebraiche del 1938, una vera e propria cesura non solo per questa vicenda in particolare, ma per l’intera storia delle relazioni fra la minoranza ebraica e il resto della popolazione italiana. Per portare il dibattito dal piano storiografico a un pubblico più ampio ci sono voluti tre studiosi e due giornalisti nell’incontro “Ebrei e fascismo: nuovi punti di vista”, domenica pomeriggio alla Festa del Libro Ebraico. Uno storico del calibro di Michele Sarfatti – direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e autore di “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2000), “Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi” (Einaudi, 2002), “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2007) – Marie-Anne Matard Bonucci dell’Università di Parigi 8, autrice di “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei” (Il Mulino, 2008), e Simon Levis Sullam dell’Università Cà Foscari, autore di “I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945” (Feltrinelli, 2014). Insieme a loro Pierluigi Battista, celebre firma del “Corriere della Sera”, ed Enrico Mentana.

Per affrontare questo tema, come ha detto giustamente Simon Levis Sullam, non si può prescindere dal contesto generale della storia d’Italia e della “nazionalizzazione dell’ebraismo italiano”, che coincide con la nascita dello Stato unitario: fin dai primi anni gli ebrei italiani sono quindi non solo fortemente integrati, ma entrano velocemente a far parte dell’élite dello Stato liberale. Parafrasando le parole di Sarfatti: mentre in Francia si consumava l’affaire Dreyfuss, Ernesto Nathan diventava sindaco di Roma e Sidney Sonnino e poi Luigi Luzzatti venivano nominati presidenti del Consiglio dei ministri.
Sentendosi profondamente integrati, gli ebrei come molti altri italiani danno il proprio consenso al fascismo e il 1938 è per loro un vero e proprio shock. D’altra parte non si può trascurare il fatto che gran parte degli antifascisti sono di origine ebraica: basti pensare ai fratelli Rosselli, a Emilio Sereni e a Umberto Terracini, oppure Giorgio e Matilde Bassani e Renzo Bonfiglioli, per rimanere a Ferrara. Una complessità che è ben esemplificata da un episodio, citato da Michele Sarfatti, accaduto a Modena il 26 settembre 1921. Negli scontri fra la Guardia Regia e alcuni militanti fascisti che manifestavano sotto le finestre di un deputato del Partito Socialista sono coinvolti tre ebrei: il comandante della Guardia Regia Guido Cammeo, il deputato socialista Pio Donati e il fascista Duilio Sinigallia.

Venendo invece al fascismo, come spiega Sarfatti, il regime “coltiva in modo complesso il proprio antisemitismo”, anche tenendo conto del fatto che in Italia, forse per quel legame stretto fra emancipazione e Risorgimento di cui si è detto prima, non c’è una vera e propria tradizione antisemita. Per lo storico milanese la politica antiebraica del regime si può dividere in tre fasi principali: “la prima di allontanamento degli ebrei dalle posizioni rilevanti, la seconda di eliminazione degli ebrei dal paese, l’ultima di eliminazione degli ebrei del Paese”.
Come era naturale i due giornalisti, molto più concentrati sull’attualità, hanno spostato l’attenzione sul dopo: Pierluigi Battista ha parlato di “grande cancellazione”, ma forse è più corretta l’espressione “rimozione” usata da Mentana. Come ha fatto notare Battista, “a tutt’oggi non esiste ancora uno studio organico e sistematico su coloro che presero il posto dei professori ebrei cacciati dalle Università – e dalle altre scuole del Regno (ndr) – dopo le leggi del 1938, o che firmarono manuali che non potevano più essere pubblicati con il nome dei veri autori perché ebrei”. Inoltre bisogna sottolineare che il primo studio degli ebrei sotto il regime fascista è di Renzo de Felice e risale agli anni Sessanta. Oltre a quello accademico l’altro elemento di continuità, come ha fatto notare Enrico Mentana, è “l’ossatura burocratica”: “non si è mai visto – ha affermato il giornalista – un burocrate italiano raccontare cosa ha fatto per contribuire a comporre la macchina persecutoria”.

È senz’altro vero che servono ricerche e studi sul Ventennio fascista, che mettano gli italiani e le istituzioni statali di fronte alle proprie responsabilità. Come ha concluso Mentana, “non abbiamo ancora fatto i conti con il fascismo e con tutto ciò che del fascismo ci siamo portati dietro nell’Italia repubblicana”. È però quantomeno esagerato legare, come ha fatto Battista, la rimozione delle responsabilità del popolo italiano per le leggi antiebraiche alla narrazione del riscatto di quello stesso popolo attraverso la Resistenza. Come ha affermato Sarfatti: “le armi della Resistenza si sono rese necessarie perché il nostro popolo ha dato un forte consenso al fascismo, senza quel consenso non si sarebbe resa necessaria la lotta di Liberazione”. Una lotta a cui hanno preso parte anche molti ebrei italiani: Primo Levi è stato arrestato proprio mentre era attivo in un gruppo partigiano in Valle d’Aosta. E non è un caso se Michele Sarfatti ha voluto aprire il proprio intervento con un ricordo dello zio Gianfranco che dopo aver portato al sicuro i genitori in Svizzera è tornato in Valle d’Aosta ed è morto in combattimento nel febbraio del 1945.

Le foto dell’incontro sono di Federica Poggi.

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Ferrara ebraica, una famiglia che ha fatto la storia

Escono dalla storia e arrivano qui, sui ciottoli delle strade di Ferrara. Sono la famiglia Pesaro, cioè i discendenti di Silvio Magrini. Una famiglia ferrarese che, la storia, ha contribuito a farla. Nel senso che l’ha vissuta in prima linea e che ne lascia una lunga, composita traccia letteraria.

Durante la Festa del libro ebraico, a Ferrara nei giorni scorsi, la presentazione del libro che il loro antenato scrive per mettere insieme le vicende degli ebrei ferraresi. La narrazione della sua “Storia degli ebrei di Ferrara” parte dalle origini e arriva fino al 1943. Il testo si ferma lì, perché il 15 novembre di quell’anno, l’autore – che è il presidente della Comunità ebraica cittadina – viene arrestato, mentre si trova in un letto dell’ospedale Sant’Anna. Internato nel campo di Fossoli, in provincia di Modena, è deportato ad Auschwitz il 26 febbraio 1944 e, al momento del suo arrivo nel campo, viene ucciso.

A raccontare come è arrivato a pubblicare le pagine scritte da suo nonno più di settant’anni fa, è Andrea Pesaro, classe 1937, presidente della Comunità ebraica ferrarese dalla fine di questo gennaio 2015. Andrea racconta: “Ho ritrovato gli originali di questo libro nel corso di un trasloco interno di casa Magrini. Sono fogli di carta sottile, dattiloscritti e chiusi in tre cartelle di cartone, sui quali mio nonno Silvio Magrini racconta la storia della Comunità ebraica di Ferrara. Ho trovato quelle pagine, tenute insieme da fermagli metallici, fittamente annotate e corrette con una scrittura minutissima a penna e matita. Lì il racconto storico di Ferrara parte dalle origini e arriva fino al luglio 1943, quando sale al potere il generale Badoglio”.

Il nipote sottolinea l’alternanza nelle pagine di un tono serio e dottorale, da uomo accademico, con l’umorismo lieve e coinvolgente di racconti e aneddoti. “Una scrittura – dice – che non è da storico, ma da appassionato e, alla fine, da testimone di quei fatti tragici che accadono accanto a lui”.

Silvio Magrini nel libro non parla di sé e, la sua biografia, la riassume il nipote Andrea, che all’epoca della cattura e del tragico epilogo ha solo sei anni. Ma quei fatti, lui, li ha ben impressi nella mente, grazie alle lunghe chiacchierate con cui sua madre, sera dopo sera, gli racconta dettagli, memorie, emozioni. Nato nel 1881 in una casa del ghetto, nel 1883 Magrini si sposta con la famiglia nella casa che ancora custodisce i suoi scritti, in via Borgo dei leoni. Si laurea in fisica all’università di Bologna, dove diventa assistente di Augusto Righi. Sposa Albertina Bassani e, alla fine degli anni Venti, aderisce al sionismo. Nel 1930 diventa il presidente della Comunità ebraica di Ferrara e continua a ricoprire la carica anche negli anni delle persecuzioni e delle leggi razziali, fino al giorno della sua deportazione.

La storia della famiglia torna alla ribalta, in anni abbastanza recenti, quando viene fuori che a loro si ispira in buona parte Giorgio Bassani per scrivere il romanzo “Il giardino dei Finzi-Contini”. Un collegamento che, però, crea dispiacere alla famiglia, che ancora si rattrista pensando a questi riferimenti. Lo spiega Silvia Pesaro, classe 1947, sorella di Andrea e la più giovane dei nipoti di Silvio Magrini, di cui porta la memoria nel suo stesso nome. “Sì – commenta Silvia – quel ritratto romanzesco non ci appartiene e abbiamo vissuto con dolore l’utilizzo di tanta parte della nostra vita familiare in un contesto come quello. Tante cose di casa, troppe, sono state usate”. Ecco allora la storia della casata che ha come riferimento più anziano il “professore” dedito agli “studi di agraria, fisica e storia delle comunità israelitiche d’Italia”, che Bassani chiama Ermanno, e da cui parte per tracciare un albero genealogico per molti aspetti ricalcato su quello dei Finzi-Magrini. Il capostipite della casata dei Finzi-Contini viene descritto come figlio di Mosè  e Josette Artom (e i genitori di Silvio sono Mosè Magrini e Fausta Artom) e padre, oltre che di Micol, di Alberto, che sembra parafrasare il nome reale di Umberto, il figlio in carne e ossa di Silvio. “Non è stato invece ispirato a nessuno dellla famiglia – fa notare con sollievo Silvia Pesaro – il personaggio di Micol, perché per lei Bassani stesso ha sempre dichiarato di avere preso come riferimento una o più donne, che comunque erano estranee al nucleo familiare”. Persino il nome del cane, Jor, passa dalla casa vera di via Borgo dei leoni a quella – immaginaria – dell’opera ambientata a Ferrara. Ma non troverebbero lì, nelle loro stanze e nel loro bel giardino, quelle memorie che ancora portano in città così tante persone alla ricerca del favoloso giardino. Perché quello di Bassani è, appunto, un romanzo.

La storia la racconta questo libro appena pubblicato: “Storia degli ebrei di Ferrara, dalle origini al 1943” di Silvio Magrini, a cura di Andrea Pesaro, edito da Salomone Belforte di Livorno, 363 pagine, 20 euro.

 

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Famiglia Pesaro, già Magrini, in tre generazioni (foto Giorgia Mazzotti)
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Famiglia Pesaro, già Magrini, in tre generazioni (foto Giorgia Mazzotti)
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Famiglia Pesaro, già Magrini, in tre generazioni (foto Giorgia Mazzotti)

Le foto scattate nel chiostro di San Paolo, a Ferrara, mostrano tre generazioni della famiglia (già Finzi)-Magrini-Pesaro. Da sinistra: il piccolo Ben sulle spalle del papà Davide e accanto alla mamma Ester, figlia di Silvia Pesaro; poi Alessandro,figlio 10enne di Laura e nipotino di Andrea Pesaro, accanto alla zia Renata Pesaro (in bluette). Dietro sono Francesca con il marito Daniele – che è il figlio di Renata – e, accanto, Andrea Pesaro con la figlia Laura. Seguono Silvia Pesaro, che porta il nome del nonno, con il cane Twiggy; la secondogenita di Silvia, Michelle; l’altra figlia di Andrea, Giulia.

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Una politica per cambiare il mondo? In Spagna Podemos

“Convertire l’indignazione in cambiamento politico”. E’ uno degli slogan di Podemos (possiamo) la nuova formazione politica spagnola che nel corso dell’ultimo anno ha rimesso in moto la speranza di trasformazione del Paese. Alcuni la associano al nostro Movimento 5 stelle, altri ne sottolineano i tratti identitari propri della sinistra. “Di ‘unire la sinistra’ non me ne importa nulla”, ripete spesso il carismatico leader del movimento Pablo Iglesias, “noi siamo per l’unità popolare”.

Podemos si ispira al Movimento 15m (esploso in Spagna il 15 maggio 2011, contro la crisi economica e l’austerity) e fa riferimento agli ambienti no global e alle esperienze dei forum sociali. Incardina oggi l’opposizione al bipartitismo imperniato su socialisti e popolari: un sentimento consolidato, conseguente a una serie di scandali che ha visto protagonisti i due partiti che si sono alternati al governo dopo la fine del regime franchista nel 1978. Iglesias, che ha soggiornato a Bologna per il suo Erasmus, ha avuto contatti con i centri sociali e i Disobbedienti ed evidentemente ne ha tratto spunti utili non solo alla sua tesi di dottorato.

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L’impressionante folla radunata in plaza del Sol a Madrid per una manifestazione di Podemos

“Podemos – scrivono Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, autori di un recente saggio pubblicato da Alegre – nasce dalla rivolta contro la ‘casta’, ma soprattutto dall’onda lunga del movimento degli ‘indignados’. Il suo gruppo dirigente proviene per formazione e cultura dal variegato mondo della sinistra radicale, e in Europa ha deciso di stare con il gruppo di Alexis Tsipras, di cui condividono il programma anti-austerity. Ma preferiscono presentarsi come ‘né di destra né di sinistra’, privilegiando la metafora del ‘basso contro l’alto’, del 99 percento contro l’un percento”.

“Eppure – osserva Roberto Ciccarelli su Alfabeta 2 – Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano – in pubblico, meno in tv – Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di ‘movimenti’, ‘socialismo’, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo”. E Luis Alegre, uno dei fondatori, conferma: “Siamo per l’unità popolare, ma ci sentiamo bene sul lato sinistro del tavolo”.

Proprio all’università Complutense di Madrid c’è il cuore di Podemos. Da lì provengono sia Alegre sia Iglesias, ma pure altri esponenti di primo piano come Carolina Bescansa, Errejón e Monedero che, cinquantaduenne, è il più anziano del gruppo dirigente.

“La politica è desiderio – hanno dichiarato gli attivisti del movimento a Pucciarelli e Russo Spena che li citano in ‘Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra’ – Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo”.

Prendono atto della sconfitta storica della sinistra (o, forse meglio, di un ‘certa’ sinistra) e vogliono ripartire da zero. Ma senza recidere le radici che li uniscono alla storia del movimento operaio e alle rivolte contadine del secolo scorso. Tant’è che nel pantheon di Podemos trova spazio un film come Novecento, di Bernardo Bertolucci. Nell’epica di quella pellicola, Pablo Iglesias confida alla rivista spagnola Contexto di ritrovare il senso autentico dell’impegno politico e del rapporto fra i militanti che caratterizza anche il suo partito.

“Vogliamo provare ad aprire una nuova era nella politica attuale che riparta dalla piazza e si confronti con i cittadini” è scritto nei documenti di Podemos. “Vogliamo maggiore orizzontalità e trasparenza e il ritorno agli autentici valori repubblicani di virtù pubblica e giustizia sociale, il riconoscimento della nostra realtà multinazionale e multiculturale”.
Insomma, un solido e ben definito orizzonte valoriale. “Dignità, democrazia, diritti umani”, sono le parole chiave che lo sostanziano.

A livello di strategia, Podemos si dichiara aperto a un processo di confronto e di unità con tutte le forze politiche e sociali che nel corso di questi anni hanno affrontato politiche di austerità e che hanno combattuto in difesa dei diritti sociali, con un esplicito riferimento ai movimenti sociali e alle iniziative dei cittadini. Il partito, benché attualmente rappresentato da un capo carismatico, respinge di principio il leaderismo: “Non c’è un leader designato, il processo partecipativo è aperto al pubblico e il candidato in grado di raccogliere più sostegno è designato come rappresentante del movimento”.
E’ ribadita la volontà di aprire un dialogo su tutte le questioni e “un rapporto di collaborazione tra le forze e i movimenti che lavorano insieme per affrontare il conflitto sociale, che difendono la democrazia e si oppongono ai tagli”. Si fa poi appello a sistemi fluidi di collegamento con il corpo elettorale, un po’ sulla scorta di quanto fatto in Italia dal Movimento 5 stelle. Vicino al fronte di “unità popolare”, era considerato Alberto Garzón, il celebre giudice assassinato, che sarebbe stato verosimilmente il candidato principale per le prossime elezioni generali.

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Pablo Iglesias con altri dirigenti e militanti di Podemos

Il percorso che porta alla nascita di Podemos inizia già nel 2011. Per parecchio tempo le riunioni si tengono due o tre volte la settimana, al mattino, addirittura alle 7.30, per consentire la partecipazione di chi deve andare a lavorare. Luis Alegre, Eduardo Fernández, Miguel Vila, Luis Giménez, Brais Fernandez, Sarah Bienzobas, Andrea Raboso, Paula Ortega, Andrés Barragan e David Marcos, sono i nomi dei primi attivisti. Due tecnici informatici acquistano e implementano il dominio web di Podemos.info. In quei giorni, Jorge Moresco regolarizza l’Associazione per la politica culturale e la partecipazione Podemos. Il primo impatto non è positivo, ma gradualmente si crea una rete.
Il movimento si amplia e si radica, dai frugali ritrovi all’alba si passa a conviviali incontri a pranzo o nelle sale dell’università, finché nel gennaio 2014 al gruppo si unisce l’autorevole sociologa Carolina Bescansa la cui riconosciuta capacità analisi genera un’accelerazione al moto costituente. “I vecchi blocchi sociali si sono frantumati e non si può oggi pensare a un partito come espressione di una classe”, sostiene.
Sulla possibilità di radicamento la sociologa inizialmente è scettica per la mancanza di fondi. Ma deve ricredersi. L’incredibile successo di una petizione lanciata da Podemos attraverso la rete, che ottiene 50mila firma in 48 ore, la fa ricredere. Il Paese si dimostra pronto a recepire il messaggio di cambiamento del gruppo. E a sostenerlo. Parte così una prima operazione di crowfunding che frutta 140mila euro. Il cammino è avviato.

Punto di partenza è la convinzione che “solo dai cittadini possano venire le soluzioni alla crisi, così come in passato dai cittadini sono venute le proposte più significative a tutela dell’occupazione, delle famiglie, del diritto alla casa, della garanzia dei servizi pubblici”. Al di là degli accenti vagamente demagogici, è significativa l’indicazione dei temi, dai quali si evincono le priorità.
“Mobilitazione popolare, disobbedienza civile” sono le armi che, coniugate alla “fiducia nella nostra forza, risulteranno essenziali per aprire le porte chiuse delle istituzioni, e fare sentire in quelle sedi la voce e le esigenze della maggioranza della popolazione che non si riconosce nei diktat della Comunità europea o in un regime corrotto, senza più possibilità di rigenerazione”.
Carolina Bescansa, oggi esponente di primo piano del movimento, ha indicato proprio nella lotta alla corruzione, incompatibile con la democrazia, il primo terreno di impegno, accanto alla ridefinizione del modello economico e alla concreta ed effettiva riaffermazione della sovranità popolare.

Spiega poi un altro degli esponenti di spicco, l’economista Juan Carlos Monedero, citato da Alessandro Giglioli sull’Espresso: “Veniamo da quasi mezzo secolo di egemonia neoliberista con cui è stato cambiato il nostro modo di pensare; ci hanno convinti che l’unica società possibile è quella basata sull’egoismo e sulla competizione, ci hanno persuasi che il privato è meglio del pubblico, che esiste solo il modello di vita fondato sul desiderio di consumo. E la sinistra non è stata capace di costruire un modello antropologico diverso: così ha passato cinquant’anni sulla difensiva”.

Nello scacchiere internazionale, Podemos si schiera idealmente accanto a Syriza di Alexis Tsipras. Dell’esperienza greca si sottolinea in particolare l’impegno al fianco delle vittime della crisi, il tentativo di rimettere in piedi l’economia con ricette non liberiste, la volontà di creare posti di lavoro e di riformare lo Stato.

Per le strategie di comunicazione Podemos punta molto sulla mobilitazione reticolare, la stampa, il web e i social network. Si confida in un approccio partecipativo che sappia coinvolgere, emozionare e mobilitare le persone.

La storia di Podemos, il nuovo fronte popolare di una sinistra spagnola che ha smesso di rimirare il proprio ombelico e ha allargato lo sguardo, è nata su frugali tavolini, si è irrobustita nelle biblioteche universitarie e ora potrebbe approdare sui banchi del governo. I sondaggi lo accreditano come secondo partito, davanti ai socialisti e poco dietro i popolari. A maggio ci sarà un’importante tornata elettorale per le regioni e le municipalità. In autunno di voterà per il Parlamento. Dopo Syriza un’altra espressione della politica antagonista si affaccia credibilmente verso la stanza dei comandi.
E in Italia, nulla si muove?

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La Grecia, oltre il debito: ecco l’orizzonte politico di Syriza

Della Grecia si parla di questi tempi quasi esclusivamente in riferimento ai debiti da saldare al Fondo monetario internazionale e alle casse statali, che sono pressoché vuote. A rischio è il pagamento di pensioni e salari pubblici, con lo spettro dell’insolvenza e forse del default sempre più minaccioso.
La comunicazione dei media si limita agli esiti degli incontri politici finalizzati ad accelerare l’attuazione del piano di riforme, peraltro non ancora compiutamente condiviso fra il nuovo governo greco e le istituzioni comunitarie che, diciamocelo, non sono proprio in linea con gli indirizzi dell’esecutivo guidato da Tsipras.
Spesso si dimentica di considerare il prezzo che il popolo greco sta pagando per questa situazione e di valutare quanto la crisi economica si traduca in crisi sociale.
La prima riflessione da fare riguarda proprio la concezione che dello Stato sociale ha il nuovo esecutivo, in cui Syriza è il principale partito. Il fondamento è la volontà di attenuare le disparità sociali, introducendo un sistema normativo atto a garantire un’esistenza dignitosa a tutti, secondo il principio di uguaglianza. Il presupposto è che ad ogni cittadino siano assicurati i diritti basilari, come l’assistenza sanitaria, l’accesso alla pubblica istruzione. Ma il presente stato di crisi di certo non agevole l’opera di perequazione.
La seconda riflessione, invece, riguarda direttamente gli effetti sociali dell’allocazione di beni e risorse. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, vanta il merito di aver scomposto il legame tra il concetto di utilità, in riferimento all’interesse privato, e il benessere che ne deriverebbe; in termini di sviluppo economico; ha portato, cioè, a mettere in discussione il riferimento al reddito quale attendibile indicatore del benessere collettivo. La sua trattazione dimostra come il livello di reddito sia importante nel favorire l’aumento delle possibilità di accesso a determinati beni e servizi, ma considera anche come la libertà di azione sia a sua volta compromessa da deficit di natura civile e politica, che impediscono in concreto il pieno sviluppo di un benessere collettivo.
E’ in merito a questi punti che occorre ricordare l’importanza dell’introduzione di riforme sociali per generare una reale condizione di relativo agio per la comunità.
In particolar modo, Syriza (di cui un intellettuale della portata di Chomsky “coglie il movimento verso est” in ottica anticapitalistica), tra gli impegni elettorali ha indicato con decisione il miglioramento delle condizioni occupazionali e il riconoscimento di una nuova soglia per il salario minimo; un piano di investimenti nel settore pubblico, nell’istruzione, nello sviluppo della conoscenza, nella tecnologia e nella filiera produttiva. Insomma, ampie dosi di welfare da finanziare attraverso l’abbattimento di privilegi fiscali e sociali, necessari anche all’estensione della protezione sociale a famiglie senza reddito, anziani, bambini, disabili e disoccupati. Un programma decisamente in antitesi con il concetto di austerity imposto dall’Europa e con i conseguenti continui tagli alla spesa sociale. Le prossime settimane ci mostreranno come si risolverà questo ossimoro.

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Una rivoluzione dei visti per eliminare la tratta di esseri umani

In un momento critico, come quello attuale, per l’immigrazione clandestina in Italia (e non solo), uno studio condotto dalla City university London e dalla Toulouse school of economics, propone l’applicazione di un nuovo modello economico di vendita dei visti che potrebbe aiutare i governi europei a debellare la piaga del traffico di esseri umani.
La politica, pensata dalle ricercatrici Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol, mira a escludere i criminali dal mercato (facendo sì che i migranti smettano di pagarli per essere trasferiti illegalmente all’estero) e a raccogliere fondi per migliorare il controllo tradizionale delle frontiere. Si tratta di una proposta per certi versi rivoluzionaria, sicuramente nuova e insolita, che potrebbe dare adito a critiche ma anche a riflessioni.
Se lo scopo è di controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, l’idea migliore potrebbe essere quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti. Mesnard e Auriol affermano che, se i visti fossero messi in vendita allo stesso prezzo richiesto dai trafficanti, il numero totale di migranti aumenterebbe, ma un duplice approccio potrebbe contenere tale aumento. Di fatto, i trafficanti risponderebbero diminuendo i loro prezzi e facendo concorrenza alle autorità, attraendo i potenziali migranti più poveri, che preferirebbero pagare un prezzo più basso per oltrepassare le frontiere, sebbene con rischi più elevati. Questo avverrebbe solo finché il prezzo dei visti non raggiungesse livelli così bassi da tagliare fuori la concorrenza dei trafficanti, non più in grado di proporre tariffe minori senza andare in perdita. In questo caso, la tratta di esseri umani sarebbe eliminata ma, allo stesso tempo, aumenterebbero i flussi di migranti entrati legalmente nel paese. Tuttavia, un aumento del numero di migranti potrebbe essere limitato utilizzando i fondi provenienti dalla vendita dei visti per migliorare i controlli interni e alle frontiere, il che aumenterebbe i costi per i trafficanti e ridurrebbe i guadagni previsti derivanti dall’immigrazione clandestina (i costi operativi dei trafficanti aumentano con l’applicazione dei controlli alle frontiere). Un altro modo sarebbe applicare una repressione interna, sotto forma di espulsioni e sanzioni a carico di chi assume gli immigranti clandestini. I risultati dello studio dimostrano che la vendita dei visti, affiancata a un rafforzamento delle politiche repressive, non deve avvenire a basso prezzo per eliminare dal mercato i trafficanti. Non tutti sarebbero in grado di sostenere il costo di un visto e questo ridurrebbe, alla fine, i flussi migratori. Il gruppo di Francois Gemenne del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) di Michel Agier del Ehess(École des hautes études en sciences sociales) studiano gli effetti secondari economici negativi della clandestinità contro un modello di libera circolazione delle persone e le conseguenze di una liberalizzazione in cinque zone geografiche. Questo modello non è molto lontano da quello di Mesnard e Auriol.

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Alice Mesnard

Abbiamo, allora, cercato di comprendere meglio la proposta e posto alcune domande ad Alice Mesnard, cercando di attualizzare la teoria e soprattutto di comprendere come questa si possa coniugare con le politiche repressive precedentemente e attualmente in essere a livello europeo, oltre che con le nuove proposte avanzate dal governo italiano in sede di Unione europea.

La sua idea è chiara: autorizzare le migrazioni per limitarle; una complementarità tra legalizzazione e repressione, che solitamente sono percepite in contrasto. Ma come pensa di poter spiegare a un lettore comune che non sia un economista, come me, la formula che propone nel suo studio?
Vendere i visti d’entrata permette di legalizzare i flussi. Invece di migrare illegalmente pagando i trafficanti, i candidati all’emigrazione potranno acquistare un diritto a migrare legalmente. L’interesse a vendere tali diritti d’entrata, rispetto a una politica di legalizzazione a costo zero, è di controllare la quantità di migranti che arrivano nei paesi ricchi, il che pare essere una delle principali preoccupazioni dei politici dei Paesi Ocse. Noi proponiamo di vendere tali diritti a ogni candidato all’immigrazione, senza “razionamento”. In effetti, un “razionamento” di tali visti, come avviene oggi, genera un mercato nero dell’immigrazione illegale, con “vettori” (trafficanti) che vendono i loro servizi. Dunque, per riassumere, vendere i visti permette di legalizzarli e di regolare (in funzione del loro prezzo) il numero d’immigrati in arrivo. Ma tale politica deve essere accompagnata da un aumento reale ed efficace della repressione. Infatti, se si vendono i visti a prezzi molto elevati, i trafficanti possono rispondere abbassando i loro prezzi e proporre dei servizi “low cost”. Questo comporterebbe, immancabilmente, un aumento del numero totale dei migranti, il che non è l’obiettivo. Per eliminare i trafficanti dal mercato, bisogna, dunque, arrivare a proporre un prezzo relativamente basso che impedisca loro di rispondere perché, abbassando ancora il prezzo, inevitabilmente fallirebbero.

Cerchiamo di attualizzare la sua teoria: in primo luogo, come poter immaginare di presentare un’idea tale a governi, come quello italiano, che si trovano a dover far fronte a una situazione molto complessa e per certi versi inedita? Se si è confrontati a problemi di accoglienza immensi e di decessi a pochi chilometri dalle proprie coste, come si può convincere della bonta’ di un sistema di vendite di visti d’entrata?
Il problema reale è quello di come allineare questa politica con l’altro obiettivo di non aumentare il flusso dei migranti. Per questo si deve, allo stesso tempo, aumentare la repressione. Aumentare i costi operativi dei trafficanti (se la repressione è rivolta a loro) o diminuire il profitto del loro commercio (quando la repressione prende di mira coloro che impiegano i lavoratori clandestini) permette di eliminare più facilmente il traffico di esseri umani con un prezzo dei visti d’entrata non troppo basso.

Se i prezzi non devono essere troppo bassi, per arrivare a una “selezione” dell’immigrazione, come fermare il traffico che riesce a proporre prezzi inferiori? Abbiamo visto qualche giorno va che gli scafisti nordafricani organizzano anche trasferimento su yacht di lusso, dove ci sono cibo e acqua e condizioni molto diverse a quelle dei barconi dei “poveri”. Come poter essere competitivi con la vendita dei diritti d’entrata?
La nostra politica è precisamente quella di non mettere criteri di selezione agli acquirenti dei visti. Tutti possono acquistarli, ognuno deve averne diritto e possibilità. Va notato che tale politica non è in contrasto con il mantenimento dei diritti a entrare gratuitamente (in nome dei diritti umani e secondo le convenzioni internazionali in vigore), riconosciuti ad un certo tipo di migranti che richiedano asilo politico. Essa rappresenta, a nostro avviso, un miglioramento alla situazione attuale che non fa che rinforzare i trafficanti di esseri umani, razionando i visti. La chiusura delle frontiere rafforza il monopolio dei trafficanti. Bisogna affrontare l’immigrazione in termini di mercato e di concorrenza, cioè far sì che sia lo Stato a controllare i flussi migratori, non i trafficanti, e sbaragliarli dal mercato. Dalla vendita di tali diritti si possono poi generare fondi che sostengano i costi della repressione, il che è già di per sé interessante.

Qual è, a suo avviso, l’ostacolo principale all’applicazione di tale politica?
La realtà e che i governi preferiscono chiudere gli occhi davanti alle oltre 200.000 persone che, di fatto, arrivano in Europa ogni anno. Uno dei problemi principali è la volontà politica dei nostri dirigenti. Vogliono avere sul loro suolo un maggior numero di migranti legali o un numero stabile d’illegali, sapendo che un gran numero di loro muore ogni anno nel Mediterraneo? La questione è allora quella di sapere quale tipo d’immigrati si vuole avere sul suolo dei paesi ricchi. Con gli avvenimenti odierni nel Mediterraneo non si può più far finta di nulla. Si tratta di una scelta politica: si vuole legalizzare l’immigrazione o no? Analogamente possiamo pensare a quanto avvenuto con la legalizzazione di alcune droghe leggere, dopo accese discussioni e diversi risultati: impensabile alcuni anni fa, ma oggi molti paesi la prevedono.

Si può riflettere, si può ragionare su una proposta che ha spunti di riflessioni utili.
Intanto, il 20 aprile, il Consiglio europeo congiunto dei ministri degli affari interni ed esteri ha reso pubblico un piano di azione in 10 punti in risposta alle recenti morti dei migranti nel Mediterraneo: 1) rafforzamento (con fondi e materiali) delle operazioni di pattugliamento marittimo nel Mediterraneo (denominate Triton e Poseidon), 2) rafforzamento degli sforzi volti a catturare e distruggere le imbarcazioni utilizzate dai trafficanti (sul modello dell’operazione anti-pirateria Atalanta al largo della Somalia, una missione allo stesso tempo civile e militare), 3) riunioni regolari periodiche dei servizi europei delle dogane e della giustizia, per trattare le richieste d’asilo politico in cooperazione e comprendere modi operativi dei trafficanti e contrastarli, 4) invio, in Italia e Grecia, di équipe provenienti dai servizi di assistenza ai richiedenti asilo dei paesi dell’Unione, 5) raccolta delle impronte digitali da parte dei servizi dei vari Stati dell’Unione, 6) esame, da parte dell’Unione Europea, delle opzioni relative a un meccanismo di rilocalizzatone d’urgenza dei migranti, 7) lancio di un progetto pilota, su base volontaria, da parte della Commissione Europea, per la suddivisone dei rifugiati fra i Paesi dell’Unione, 8) definizione di un nuovo programma che preveda il rientro rapido dei migranti “irregolari”, coordinato da Frontex, a partire dai paesi mediterranei dell’Unione, 9) rafforzamento delle azioni nei paesi limitrofi alla Libia, tramite sforzo congiunto tra Commissione Europea e servizi diplomatici dell’Unione, 10) impiego di funzionari incaricati di raccogliere informazioni sui flussi migratori nei Paesi di partenza e rafforzamento del ruolo delle delegazioni europee sul territorio.

Gli attivisti ritengono che i punti siano insufficienti, perché la proposta “soluzione” condurrà ancora una volta allo stesso risultato: violenza e morte. In particolare, la critica riguarda il rinforzo della missione Triton di Frontex, un’agenzia di contrasto all’immigrazione, creata con il mandato di proteggere i confini e non di salvare vite. Altro punto rilevante riguarda la denuncia dei trafficanti come causa fondamentale delle morti in mare. Secondo gli attivisti, che da tempo operano attraverso “Watch the Med” [vedi] e “Alarm Phone” [vedi], l’unico motivo per cui i migranti sono costretti a rivolgersi ai trafficanti è l’esistenza stessa del regime europeo dei confini. Le reti di trafficanti sparirebbero immediatamente se chi muore in mare potesse raggiungere l’Europa legalmente. Il regime di visti che impedisce loro di farlo è stato introdotto solo 25 anni fa. E questo sostiene, allora, parte della tesi di Mesnard e Auriol. Anche qui si rivendica la libertà di movimento come unica risposta possibile a questa situazione, la sola in grado di aprire uno spiraglio d’immaginazione politica in un dibattito altrimenti soffocante e soffocato. Solo la possibilità di accedere legalmente e senza condizioni al territorio europeo può porre fine alla morte dei migranti in mare. Queste sono le ragioni per cui gli attivisti chiedono l’istituzione di traghetti umanitari, che dovranno andare, ad esempio in Libia, a evacuare quante più persone possibile. Queste persone dovranno essere portate in Europa, e a esse dovrà essere garantita protezione incondizionata, senza che siano sottoposti a una procedura di asilo che, di fatto, ha perso il suo scopo originale di protezione ed è diventata un altro strumento di esclusione. Inoltre, i traghetti sarebbero molto più economici rispetto alla prospettiva di una missione di salvataggio di massa in mare e di ogni altra soluzione militare. Né i processi di esternalizzazione delle procedure d’asilo e del controllo delle frontiere, né l’intensificazione della sorveglianza e della militarizzazione e neppure il rispetto degli obblighi legali di salvataggio in mare potranno fermare le stragi in mare. L’unica cosa di cui c’è bisogno, nell’immediato, continuano gli attivisti, sono dei traghetti e la garanzia di accessi legali al territorio europeo. Si parla, insomma, di valutare una legalizzazione dei diritti d’entrata controllata e monitorata, seriamente. Tutti insieme, di concerto, coordinati. Saranno pronte l’Unione europea e le organizzazioni internazionali a fare questo passo, o sarà la società civile a doverlo fare per loro?

L’intervista è stata condotta in francese e tradotta in italiano dall’autrice dell’articolo.

La foto in evidenza è tratta dal sito di Giornalettismo.com

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Fondazione Rita Levi-Montalcini: una onlus per il diritto allo studio di bambine e donne africane

di Giulia Menicucci di Ploomia

Il diritto all’istruzione è uno dei diritti fondamentali sanciti da diversi documenti nazionali e internazionali e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che infatti afferma: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione gratuita e obbligatoria almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali; l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace”.
Avere accesso all’istruzione non significa soltanto avere la possibilità di imparare a leggere e a scrivere, ma acquisire tutti quegli strumenti e quelle capacità che permettono di acquisire competenze professionali e formative. Non è infatti un caso che i Paesi dove il tasso di analfabetismo è molto alto le condizioni sociali ed economiche in cui verte la popolazione sono spesso critiche. Nessun Paese nella storia è infatti mai uscito da condizioni di arretratezza sociale ed economica senza passare per la scolarizzazione delle proprie popolazioni.

che impara a scrivere
Bambine africane

Nel continente africano il problema dell’analfabetismo è fortemente presente: in questo continente infatti il 70% della popolazione è analfabeta, ed in alcuni Paesi la percentuale si alza drammaticamente sfiorando i picchi del 90%. La situazione è ancora più preoccupante se prendiamo in considerazione il problema da una prospettiva femminile: per le bambine infatti l’accesso alla scolarizzazione è ancora più difficile, spesso a causa di pregiudizi culturali e di genere, e anche qualora queste riescano ad accedere agli studi, spesso sono obbligate ad abbandonarli prematuramente.

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Una mamma che impara a scrivere, con in braccio il suo piccolo

Per questo motivo la Fondazione Rita Levi-Montalcini onlus dal 2001 opera attraverso 152 progetti umanitari in 35 nazioni per sostenere e fornire istruzione e formazione alle donne africane. In questo modo la fondazione si prefigge di dare a bambine, ragazze e donne africane gli strumenti e le capacità per affermarsi a livello sociale ed economico in modo da poter contribuire in maniera attiva allo sviluppo delle sociale e culturale dei propri paesi. In Etiopia ad esempio, ad Awassa, è stato lanciato un progetto di alfabetizzazione per 150 donne. I corsi sono inseriti in un programma di promozione della salute e di formazione professionale: dopo i corsi di alfabetizzazione e approfondimento linguistico le donne potranno accedere infatti a un percorso formativo professionale a partire dalle proprie capacità e competenza come corsi di sartoria, per la trasformazione di prodotti agricoli, di panetteria, di preparazione degli alimenti, di allevamento, ed inoltre corsi sull’imprenditorialità e d’informatica.

Per conoscere tutti i progetti della Fondazione Rita Levi-Montalcini è possibile visitare il sito della Onlus, da cui è anche possibile donare online una piccola somma di denaro per sostenere i progetti [vedi].

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Le donne dell’Isis

di Zineb Naini

Pensiamo ormai di sapere cosa gli uomini vogliano ottenere nel combattere, ma con le quotidiane notizie di schiavismo, stupro e violenze domestiche c’è da chiedersi perchè le donne avrebbero il desiderio di unirsi all’Isis.

Per ora il numero di donne e ragazze che viaggiano per raggiungere le file dell’auto proclamatosi califfato islamico (Isis) è relativamente basso. Le cifre non sono esatte, ma si valuta che tra il 10 e il 20% degli europei che si uniscono all’Isis siano donne. Queste donne sono giovani, colte e provengono dalla classe media, ma sentono comunque il bisogno di unirsi al “jihad” per vivere quella che definiscono una vita “più islamica” sotto il califfato. Tra i motivi che si possono identificare per spiegare questo fenomeno c’è sicuramente la disillusione e il disaffetto verso la società che le circonda, nonché l’accettazione e l’interiorizzazione del discorso politico occidentale caratterizzato dal “noi e loro”.

A questi si unisce anche un dose cospicua di romanticizzazione della lotta e della rivoluzione come mezzo per combattere il senso di inadeguatezza che caratterizza un grande numero di giovani e adolescenti. La religione, nel caso in questione, enfatizza questo disagio, che da personale diviene sociale, per poi andare a confinarsi nel buco nero dell’estremismo.

Gli uomini sono attratti dall’Isis, e dai fondamentalismi vari, per via di un’esagerata cultura di violenza e di appartenenza che giustifica l’odio ed un’oltraggiosa espressione di machismo. La religione, in questo rapporto di attrazione quasi passionale, si colloca tra le ultime priorità. A questo fenomeno gli esperti di sociologia e di sicurezza internazionale hanno dato il nome di “jihad cool”. Ma questo ancora non piega come una donna musulmana possa essere attratta da un ambiente così iper maschilista.

Nel complesso mondo dell’Isis le donne sono attratte dalla promessa di fare da supporto agli uomini nel loro jihad, di offrire loro conforto e di crescere ed educare la prossima generazione di combattenti; non sono semplicemente oggetti del sesso come le definisce la maggior parte della stampa. Il fatto di non riuscire a mettersi nei panni di queste donne fa si che gli analisti, per la maggior parte occidentali, non riescano a realizzare come in una realtà così estrema, violenta e maschilista, l’unico modo per le donne di prendere parte ai combattimenti e di acquisire lo stesso status che gli uomini acquisiscono, sia il matrimonio.

La storia ci insegna che le donne sanno essere crudeli e violente nella lotta per i loro ideali quanto e più degli uomini. Quindi, anche se è difficile da credere, questo fenomeno è facilmente ascrivibile all’infinita lotta delle donne per la parità dei sessi. In un modo controverso, le donne che si uniscono all’Isis aspirano proprio alla parità, come i loro colleghi uomini vogliono la gloria e, soprattutto, aspirano ad essere chiamate “jihad cool”, non oggetti del sesso.

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