Giorno: 30 Aprile 2015

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Vivere e morire a Kabul, la discriminazione vista con gli occhi degli afgani

Ispirato ad una storia vera, “Osama” è il primo film prodotto in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano del 2002, interamente girato a Kabul, con attori non professionisti e pochissimi mezzi. Un film duro, spietato, tragico, crudo e rigorosamente preciso nel documentare uno dei momenti storici più difficili e violenti del paese. Il regista Siddiq Barmak si ispira alla storia vera di una bambina che era stata barbaramente giustiziata dal regime talebano per essersi travestita da maschio e aver frequentato le scuole da cui le donne erano estromesse. Se la notizia fece più scalpore sulle nostre televisioni e giornali che in quel Paese abituato a storie di ordinaria violenza e di terrore, il cineasta afgano ne era rimasto profondamente turbato e aveva deciso di rielaborare la vicenda per farne un film, coraggioso e tremendo. Era il 2003, le manifestazioni in piazza delle donne venivano disperse con violenti getti d’acqua, repressioni feroci che soffocavano il grido di “dateci lavoro, non vogliamo fare politica, abbiamo fame”. Cartelli, mare di veli azzurri, centinaia di donne che marciavano lungo strade fangose e sterrate. Povertà, dolore e rassegnazione obbligavano a dover rinnegare la propria identità. Si arrivava a maledire il giorno della propria nascita, se si aveva la terribile (e temibile) sventura di venire al mondo in un mondo di uomini, dominato solo da uomini, in un mondo fatto di devastazione, ferite, dolore e grigiore. Donne cui era vietato uscire se un uomo non le accompagnava. Figuriamoci lavorare (non che oggi la situazione sia profondamente cambiata).

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La locandina

Maria (Marina Golbahari), la protagonista senza sorriso e senza amore, ha dodici anni e vive, con la madre (Zubaida Sahar) e la nonna, nella più totale miseria ed emarginazione, dopo essere sopravvissute alle dure repressioni di piazza del regime talebano. Il padre e lo zio, uniche presenze maschili in grado di assicurare la sussistenza, sono morti in guerra e così è costretta a fingersi un maschio per poter lavorare e mantenere la famiglia. Maria diventa Osama. Spaurita e sofferente, viene condotta insieme a molti suoi coetanei, nella scuola talebana, la Madrasa, per imparare il Corano e la guerra. Oltre alla sua fragile voce, sarà proprio la palese manifestazione della sua natura biologica a offrire a tutti l’inoppugnabile prova della sua vera identità e a condurla al patibolo. Continuerà a sbagliare, non riuscirà a nascondere la sua femminilità e ad adattarsi a regole, gesti, modi e pensieri da maschio. Nonostante i tentativi di aiuto di un ragazzino, amico più grande.

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Maria, la protagonista costretta a celare la sua identità

Rispetto alla bambina che ha ispirato Barmak, a Maria verrà risparmiata la vita, ma non la libertà. Una terribile condanna, infatti, la priverà brutalmente della sua infanzia e la escluderà per sempre dal mondo. Il vecchio Mullah la “salverà” barbaramente, chiudendola in casa per farne la più giovane delle mogli. Una trappola che sarà per sempre, un orrore; epilogo terrificante, che non necessita di parole. I volti dei protagonisti sono segnati dalle rughe profonde della paura, dalle lacrime della disperazione, dalla polvere di un Paese perso, dal grigio della mancanza di libertà, dal nero di una voce che non può parlare, dalla miseria creata da un regime e da una guerra che non perdonano. Intensa la recitazione degli attori che hanno ancora vivi i ricordi delle devastazioni umane e materiali patite; tra tutti, indimenticabile la protagonista, i cui occhi vitrei, persi e malinconici bastano da soli a raccontare la sofferenza delle donne oppresse, quella di un intero popolo. Una sofferenza che attraversa lo schermo, occhi senza gioco, gioventù e spensieratezza, simili a quelli di un cerbiatto ferito, che quasi rimproverano lo spettatore per restarsene lì immobile a non fare nulla. Quello sguardo scuote stanchezza, noia e indifferenza, paure, problemi, ambizioni e incertezze di ogni giorno che diventano nulla, se confrontate a quel grido di dolore. Ci si sveglia, si rimane scossi, si pensa, si riflette, non si è più come quando si è entrati in sala. Per non dimenticare, per non essere più tanto distratti, per poter riparare a quegli errori, magari, un giorno, non ripetendone di uguali.

Osama“, di Siddiq Barmak, con Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Haref Harati, Mohamad Nader Khadjeh, Khwaja Nader, Hamida Refah, Afghanistan/ Giappone/Irlanda, 2003, 82 mn

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Acqua, energia e rifiuti a Ravenna2015: politiche gestionali e modelli di comportamento per garantirci un bell’ambiente

Aumentano nel tempo le occasioni di informazione e di comunicazione ambientale grazie ai molti seminari, convegni, dibattiti, fiere, eventi sui temi della sostenibilità e della gestione dell’acqua e dei rifiuti a livello nazionale. E’ un bel segnale che testimonia come sia in crescita la sensibilità collettiva su questi temi fondamentali e si stia sviluppando un importante interesse di tutti ai temi dell’ambiente. Tra queste iniziative merita una particolare segnalazione “Ravenna2015. Fare i conti con l’Ambiente” che si svolgerà dal 20 al 22 maggio. Tre giorni di incontri, di formazione e informazione, di approfondimenti e conoscenza sulle nuove tecnologie e sui processi industriali, coniugando cultura e solidarietà e offrendo eventi d’arte e spettacolo. Si aprirà così l’ottava edizione: con la riflessione sul ruolo dell’uomo e sul suo impatto sulla natura, il consumo delle risorse e la geopolitica.

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La locandina

L’evento si autodefinisce un festival formativo green a carattere nazionale con oltre 50 iniziative tra conferenze a tema, workshop e seminari di formazione chiamati labmeeting. Una interessante occasione per approfondire tematiche di attualità tecnico-scientifica nei settori rifiuti, acqua, energia, bonifiche e sostenibilità ambientale. Ma soprattutto i temi di frontiera, l’aggiornamento delle tecnologie, gli approfondimenti normativi. Il modello originale di manifestazione si basa sullo “sviluppo dal basso”, contando su una forte socializzazione e coinvolgimento dei partecipanti.
Una iniziativa che penso meriti una particolare attenzione non solo per i suoi contenuti di alto valore scientifico, ma anche perché avviene su più sedi dislocate nel centro di Ravenna. La città si trasforma in un importante salotto di incontri tra persone attente ai temi ambientali ed esperti del settore. Molti ormai si conoscono da tempo e considerano questa una occasione di amicizia e di dialogo da non perdere. Altri si aggiungono sentendosi interessati a partecipare a questo modo di dialogare e condividere imparando. Non è il classico evento di propaganda né la ormai superata occasione pubblicitaria di qualche industria. Si respira aria di onestà intellettuale, di dialogo, di confronto, di trasparenza, di piacere. Per questo mancano i grandi sponsor che cercano invano di imporre le loro strategie; chi sponsorizza lo fa perchè crede nel metodo. E questo forse è un bene, perché l’evento si mantiene su una fragile autonomia voluta dagli organizzatori.
Quest’anno si sviluppa su alcuni temi che vanno dalla complessità del danno ambientale, alla gestione dei depuratori, ai centri di riuso e ai siti contaminati, ma anche su approfondimenti di importanti progetti europei (Life Gioconda, Biolca, Emares, Prefer, Biomother, Prisca). Ma è la cultura ambientale e la comunicazione virtuosa il centro del sistema che ormai è un appuntamento seguito da bloggers e opinion leaders che si confrontano sulla delicata questione di dove sta andando il giornalismo ambientale (focus di un labcamp). In questo contesto non può mancare l’analisi dell’arte urbana con proposte di public art che rappresentano da anni un gradito e prezioso momento culturale chiamato “Emergenze creative”.
La condivisione della conoscenza e il trasferimento della informazione ambientale senza secondi fini se non quello puro e semplice del confronto e del dialogo è il principio qualitativo di riferimento.
Per questo si propongono riflessioni sulla innovazione e sulla economia (appunto fare i conti con l’ambiente) che in altre occasioni sono considerate questioni sensibili di difficile analisi. Qui se ne discute apertamente.
In fondo la discussione di modelli, la partecipazione di esperti, il dialogo e la diffusione delle questioni critiche del sistema dei servizi pubblici ambientali dovrebbe essere una buona regola da diffondere. In fondo la soluzione di partenza è semplice quanto naturale, basandosi sull’aggregazione di persone che prima sono persone e poi (forse) referenti di ruoli. Questo non banale approccio permette di abbracciare contemporaneamente più ambiti territoriali e settoriali emancipando gruppi di persone accomunate dagli stessi ambiti di conoscenza, di interessi comuni e problemi da risolvere. Alla base vi è lo stimolo di lavorare con gli altri confrontandosi e imparando continuamente. Io sono otto anni che ci vado, spesso intervengo, sempre imparo cose nuove.

“Ravenna2015 – Fare i conti con l’ambiente”, 20-21-22 Maggio 2015
Per saperne di più visita il sito del festival [vedi].

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In carrozza, tram o auto lungo le strade per Mosca

Nell’anno dell’ottantesimo anniversario dell’inaugurazione della metropolitana moscovita, il Museo di Mosca dedica una bella mostra alla città in movimento, all’importante storia dei suoi trasporti, dai cavalli, ai taxi fino ai moderni battelli sulla Moscova. Dal 18 aprile al 31 Maggio, lo spettatore può viaggiare nel tempo, a bordo di carrozze o tram.
Quando, a Mosca, le macchine sostituirono i bus trainati da cavalli? Quando sono arrivate le prime linea regolari di trasporto e quando i bus e i trolleybus? E sapete quando sono state posate il primo binario di un tram o la prima linea della metropolitana?

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‘Konka’, mezzi trainati da cavalli, inaugurati nel 1864

Alla mostra, lo spettatore può trovare tutte le risposte, ci sono spiegazioni, fotografie, filmati, immagini, manifesti, cartelli e oggetti d’epoca curiosi e interessanti. Storia per tutti.
Mosca è, ed è sempre stata, una capitale enorme, dinamica, in costante movimento e cambiamento. Come cresce lei, così il suo sistema di trasporti, che si adegua. Le prime strade ferrate erano state costruite nel 1843, la prima stazione aperta nel 1851, i mezzi trainati da cavalli (i “konka”) erano arrivati nel 1864, il primo progetto di metropolitana risaliva al 1875 (non decollato).

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Stazione di metro
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Gente sulla metro
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I primi trolleybus

Nel 1907 arrivavano, intanto, gli autobus. Un pirmo progetto di metropolitana della tedesca Siemens era stato concepito nel 1923, un’idea che, nel 1925, comprendeva 80 km di linea e 86 stazioni ma che era rimasta sulla carta. Nel 1931, si sarebbe nuovamente iniziato a lavorare sul progetto. La prima linea, che collegava la stazione Sokol’niki alla stazione Park Kultury, con una diramazione per la Smolenskaja, fu aperta il 15 maggio 1935. La diramazione divenne la linea Arbatskaja, che, nel 1937, arrivava fino alla stazione Kievskaja, attraversando la Moscova su un ponte. Prima della II guerra mondiale, vennero aperte altre due linee. Nel marzo del 1938, la linea Arbatskaja fu prolungata fino alla stazione Kurskaja’, nel settembre dello stesso anno fu aperta la linea Gor’skogo-Zamoskvoreckaja, che andava dalla stazione Sokol alla Teatral’naja. I progetti per una terza espansione della metropolitana furono terminati durante la II guerra mondiale, con due nuovi tratti: Teatral’naja-Avtozavodskaja e Kurskaja-Izmajlovskij Park. Dopo la guerra iniziò una quarta fase di espansione: la linea Kol’cevaja e la parte sotterranea della Arbatskaja, da Ploščad’ Revoljucii a Kievskaja. La costruzione delle parti profonde della Arbatskaja coincise con gli anni della guerra fredda; le stazioni dovevano anche fungere da rifugi in caso di attacco atomico. Per le stazioni aperte negli anni 1957-1958 si usa per l’ultima volta (la quinta) il termine “piani di espansione”.

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Cartello del tram
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Manifesto pubblicitario
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Cartelli e biglietti
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Rotolo di biglietti
Altra auto d’epoca
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Una delle prime auto Ford

Fra poco, la metropolitana, compie, dunque, 80 anni. E tanti auguri. Se oggi ci si muove molto, e principalmente, in metropolitana, bus e trolleybus cittadini non sono da meno. Ammetto che il mio primo tentativo di viaggiare su un trolleybus, all’arrivo a Mosca, non è stato dei più felici, perché, in pieno inverno con freddo, gelo e neve, si è fermato almeno tre volte, con la povera autista (una signora rubiconda, dinamica e forzuta) costretta a salire, a più riprese, sul tetto dell’automezzo per rimettere in linea i cavi. Ma se si vuole vedere la città dall’esterno, resta un mezzo interessante. Un mezzo che ha una storia lontana: quei trolleybus furono, infatti, inaugurati il 15 novembre 1933, con una prima linea che collegava la città con il villaggio di Pokrovskoe-Strešnevo, a nord-ovest, luogo natale della moglie di Lev Tolstoj, e arrivati in città nel gennaio 1934.

Nelle sale della mostra, ci sono anche oggetti curiosi: biglietti del bus, della metropolitana, giornalieri, stagionali, colorati, timbrati e non, ricordi conservati nelle mani e nelle borse di giovani ragazze o di bambini festosi, chissà quanti di loro con quei viaggi sono andati a trovare fidanzati, mariti, parenti o amici, passando giornate spensierate e felici. E ci sono uniformi di tassisti, di conducenti e di lavoratori della metropolitana. Le loro vite trascorrevano su quei trasporti, ogni giorno, incrociando centinaia di vite e di viaggiatori.

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Quadro di Belov con signora elegante in metro

C’è un bel quadro di Belov che ritrae una signora elegante persa in mezzo a viaggiatori che trasportano verdure e cibi da portare magari ai propri noni che aspettano per il pranzo della domenica. Simpatico vedere un cappello elegante perso fra aghi di pino, borse con il pane e caschi di verdura. Tenero ricordo.
Non mancano cartine, poster e manifesti, orari, consultati per mille ragioni, per mille storie diverse l’una dall’altra, per viaggi che portavano tutti da qualcuno e da qualche parte. Memorie di moscoviti sono racchiuse lì, in quelle sale, il grande orologio della stazione che consultava con impazienza, perché si voleva partire e arrivare presto dalla persona amata.

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Grande orologio di una delle prime stazioni metropolitane di Mosca

Memorie che sono anche le nostre, quelle di mamme e nonne che ci raccontavano i viaggi sui primi autobus o le prime scale mobili (perché anche quello erano corti ma nuovi viaggi). Di come ci si saliva per arrivare più in fretta, rapiti dalla modernità, dalla velocità, dal progresso. Oggi anche Mosca festeggia i suoi ricordi, i suoi trasporti, il suo mondo. Mentre si prepara a festeggiare un altro evento, quello della Vittoria, un 9 maggio, per alcuni aspetti, diverso da quello di tanti anni fa ma sempre uguale nella sua essenza: la capitolazione della Germania nazista, 70 anni dopo.
Mosca celebrerà, comunque, come sempre, chi vuole esserci ci sia.

La mostra si tiene al Museo della città di Mosca, bd. Zubovsky 2, fino al 31 Maggio 2015.
Per visitare il sito della mostra [vedi].

Si ringrazia la responsabile dell’ufficio stampa del Museo, Anastasia Fedorova.

Fotografie di Simonetta Sandri

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Martinoni, esercizi di stile fra vita e palco

Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno di un’ombra e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota. R. Queneau, “Zazie nel metro”

Zazie corre senza sosta, inseguendo una metro che non prenderà mai, ma incontrando personaggi assortiti e tanto diversi quanto tutti quelli che forse rendono di una persona un bravo attore, e di un attore una persona uscita dall’ultima corsa che arriva puntuale all’appuntamento o che riporta tazzine al bar dopo la consumazione, in un calligramma dipinto sullo sfondo di Ferrara.

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Il cast di ‘Faccia d’angelo’ di Andrea Porporati. Da sinistra, Martinoni, Pagotto, Martino, Messerklinger, Germano, Cremon, Gherpelli

“Da bambino – racconta l’attore ferrarese Gianantonio Martinoni – si giocava a imitare i grandi attori dei film, i personaggi più stravaganti e tipizzati, dei quali si sentiva la fascinazione: Jack Nicholson in “Shining”, Robert de Niro in “Taxi Driver”, Mikey Rourke in “Angel Heart”. Da lì nacque l’interesse verso la recitazione, nonostante si trattasse di pura emulazione. Nel 1991 capitò che andai al teatro di Santo Spirito a vedere “Esercizi di stile“, tratto dalla raccolta di Raymond Queneau. Ne restai affascinato, mi piacque perché le dinamiche innescate riguardavano la vita di tutti i giorni, il quotidiano, quello che comunemente vedi, solo trasposto sulla scena.”
Episodio lieve e di poco conto centuplicato come cerchi nell’acqua dopo che un sasso viene tirato nella sua profondità. Il risultato di quegli esercizi di stile con cui Queneau cuciva i suoi novantanove vestiti su un unico scarno manichino, sono un libro con cui l’autore si prende gioco della struttura linguistica senza mai cambiare una trama di cinque righe, inconsistente e banale nella sua evoluzione immobile. Forse qui fanno pace i termini “persona” e “maschera”, oggi comunemente considerati antitetici, ma sinonimi per gli Etruschi. E forse questo è il posto adatto per un attore che si misura con ruoli differenti, in un insieme di insolenza, tenerezza e poesia.

“Cominciai a frequentare il Teatro dell’Asino, dove nel 1995 feci per la prima volta i conti con un personaggio a tutto tondo: andò in scena “Diodi Woody Allen, per la regia di Marco Felloni. Surreale, metateatrale, mescolava la tragedia al comico. Lì ero a casa. Replicai nel 1997 con “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, tratto dal testo culto di Enrico Brizzi, sempre con Felloni. Nell’ottobre dello stesso anno sostenni l’esame alla scuola di teatroCirco a vapore” di Roma. Avevo fatto una scommessa con me stesso: avrei continuato a studiare recitazione se avessi vinto la borsa di studio. La vinsi…”

C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Pensa al clown che piange nella vasca da bagno, mentre il caffè gli gocciola sulle pantofole. H. Boell, “Opinioni di un clown”

“…e mi trasferii a Roma. Lì studiai recitazione e pedagogia teatrale con Emanuel De La Vallé. Con cui ho scoperto e affrontato vari registri stilistici – surreale, commedia, assurdo, clowneria e mimo. É stato importante perché arrivava dalla scuola francese di Jacques LeCoq, maestro del teatro fisico e della commedia dell’arte. Era gratificante incontrare altre persone che condividevano la mia passione, e trovarmi finalmente in un posto in cui non era strano o risibile il desiderio nei confronti della strada che volevo percorrere. Bastava solo incontrare le persone giuste.” Correre da soli ma senza sole negli occhi. “Lo studio poi ti aiuta a capire quali sono i tuoi colori, come mescolare tecnica e spontaneità. Anche se questo comporta tanto perdere ruoli, quanto guadagnarne. Dell’essere attore mi piace essere schietto. Questo significa che la recitazione è solo la punta dell’iceberg, e quello che conta è essere il più possibile pronti, essere se stessi in quell’altro che si va a rappresentare, chiunque sia questo altro.” Nel teatro quanto nel cinema, nelle serie televisive quanto negli spot pubblicitari.

Linda Di Pietro, Giorgio Marchesi, Filippo Sandon e Gianantonio Martinoni in  'Anticamera'
Linda Di Pietro, Giorgio Marchesi, Filippo Sandon e Gianantonio Martinoni in ‘Anticamera’

Sono i tic di Bepi, candido e monolitico braccio destro del Toso in “Faccia d’angelo”, miniserie televisiva ispirata alla vita di Felice Maniero, re della mala del Brenta a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta – regia di Andrea Porporati, 2012; la risolutezza di Leo Zonin in “Benvenuti nella città dei matti”, incentrato sulla vita dello psichiatra Franco Basaglia e la legge 180 – regia di Marco Turco, 2010; la compostezza serafica di Carl, faustiano nascituro ultratrentenne con pochi spigoli e molte certezze che, insieme al commensale Friedrich, sceglie da un menu il proprio destino al tavolo di “Anticamera” – regia di Francesca Staasch, Premio nazionale di drammaturgia teatrale Aldo Luppi nel 2006; il Genio di “Goethe Off” e il partner dalla pelle fredda di “Il buco” – regia di Marco Maltauro; la metà del goliardico duo con Giuseppe Gandini in “Eyes Wine Shot”, spettacolo itinerante incentrato sulla delizia di Bacco tra Kubrick e Schnitzler e Federico, eterno ritorno del vernacolare contrasto vanziniano nord-sud in “Buona giornata”, evanescente e scandita presenza nella rivisitazione dell’Amleto “Recitare la parte della vittima” – regia di Francesca Staasch, 2006.

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‘Eyes Wine Shot’, Giuseppe Gandini e Gianantonio Martinoni

Un bravo attore lo fa il regista, e lo fa la capacità di interazione con gli altri attori nella storia. Chi riesce a calarsi nei panni del personaggio che interpreta, ma che nel contempo riesce a mostrarti qualcosa di intimo, di personale, di chi o cosa è veramente. La storia di un uomo dentro alla storia di un personaggio, che lì può tirare fuori qualcosa di se stesso. Bravura recitativa, impegno, e umanità, chiunque tu sia in quel momento. E cosa succede quando ci si trova dentro a una storia, quando devi seguirne i dettagli. I contorni.”

Come l’anticipazione di qualcosa che scivola lungo una strada di notte e se ne vede solo l’ombra, impossibile a riconoscere il principe dal povero.

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Dove vanno a finire le pizze. Il collezionista di celluloide

“Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente.” (Mario Monicelli)

Per tutti noi il film è sinonimo di pellicola; siamo abituati a pensare che il cinema sia fatto di quel lungo nastro di fotografie che alla velocità di 24 fotogrammi al secondo riproducono e/o creano la realtà. Se poi ci pensiamo, mettiamo a fuoco che, da molto tempo, non è più così.

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Pellicola cinematografica
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La mitica ‘pizza’

Più di 30 anni fa il formato vhs irruppe, portando la novità dell’home video; ora sembra normale, ma per gli analogici, per quelli che registravano la musica dalla radio alla cassetta con un microfono, e che il cinema lo vedevano solo in sala, fu una magia.Poi venne, per pochi anni e con non molto successo, nonostante la ottima qualità della riproduzione, il laser disc, un piattone delle dimensioni di un altro mito, il long playing in vinile; funzionava bene, ma l’eccessivo ingombro ne decretò il rapido declino. Poi il dvd, il blu-ray, per non parlare delle tv, delle piattaforme sul web, i telefonini, i pc, etc.; il film si è liberato dal servaggio della pellicola.
Ma proprio in questo nostro secondo decennio del secolo XXI, è avvenuta la rivoluzione, il digitale; macchine da presa molto più leggere, nessun limite materiale di metri-pellicola; con la pellicola si poteva lavorare, dopo il girato, sulla fase di sviluppo e stampa, ma poi il prodotto era quello, immodificabile; col digitale si ha la possibilità di lavorare sul girato praticamente illimitata, basti pensare ai film in computer grafica.

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Dcp, file cui si accede con un codice
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Dcp, dispositivo elettronico per proiettore digitale

Nelle nostre sale, salvo le più piccole che ancora sopravvivono magari con la videoproiezione, oramai si proietta in Dcp, acronimo di Digital cinema package: un file custodito in un contenitore cui si accede con un code; si sta rapidamente sviluppando anche la proiezione tramite invio elettronico del file del film al proiettore in sala.
Ma, dagli esordi degli ultimi anni dell’Ottocento sino a noi, girare un film su pellicola e poi proiettarlo, dopo sviluppo e stampa del negativo, è stata una delle tecnologie più longeve e di successo nella storia moderna. Un film di normale durata occupa 5/8 pizze, che messe insieme fanno una bella colonna, alta e pesante; se si pensa che un film poteva essere normalmente distribuito in alcune centinaia di copie, e che, una volta terminato lo sfruttamento del film nelle sale, che spesso si compie in pochi mesi, questo materiale diventa sostanzialmente inutile, sorge una domanda: dove vanno a finire le pizze?

Ce lo racconta Graziano Marraffa, un appassionato cinefilo, fondatore e animatore dell’Archivio storico del cinema italiano, una importante cineteca con sede in Roma, che ha realizzato la pazza idea di farsi cineteca tutta sua.
“Fin da bambino vedevo con assiduità e attenzione i film in televisione, ed ero attirato in modo irresistibile dai quelli più importanti, diciamo i classici. Compravo le riviste specializzate e ritagliavo gli articoli e le foto; poi, piano piano, è diventata una professione. Ho imparato a girare nei mercatini di tutta Italia, dove ho trovato memorabilia, locandine, foto di scena, soggetti e sceneggiature.
Poi, anche frequentando professionisti del settore, ho recuperato e raccolto i trailer, quelli che una volta chiamavamo “pezzi”, che spesso contengono scene o frammenti non inclusi poi nella versione montata del film; immagini e battute dunque che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Il mio interesse al recupero e alla conservazione mi ha portato poi a raccogliere altre testimonianze, non solo i film, ma le scenografie, i costumi, le foto di scena, attualmente ne conservo 750.000, tutte con copyright; ho i backstage di film di Fellini, Pasolini, De Sica, di attori come Totò, Magnani, Sordi, originali e inediti. Sì, è stata proprio una pazza idea.”

Di seguito alcuni manifesti originali conservati all’Archivio storico del cinema italiano di Roma. Clicca le immagini per ingrandirle. Si ringrazia Graziano Marraffa per la gentile concessione.

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SEGUE

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Punti in aria, la sfida di Aracne

“La Sfida di Aracne” è un’associazione culturale ferrarese nata per riportare alla luce e tramandare tecniche di ricamo d’eccellenza, in particolare la tecnica dei “punti in aria”, una trina completamente realizzata ad ago, nata nella prima metà del Quattrocento proprio a Ferrara. Da qualche anno, la presidente Maggiolina Novelli ha avviato corsi di ricamo di pregio, convinta che lavorazioni di questo livello potrebbero anche rappresentare un’opportunità lavorativa per giovani donne e una risorsa economica importante per la città e il territorio.

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Alcune delle signore de “La sfida di Aracne”, al centro in piedi Maggiolina Novelli

Abbiamo incontrato Maggiolina e alcune ricamatrici un sabato pomeriggio, durante un corso, per capire in cosa consista questa tecnica così antica e le ragioni della sfida che l’associazione ha intrapreso. “Noi siamo rimaste le uniche a Ferrara a riprodurre questi ricami a mano a livelli di perfezione” – esordisce Maggiolina – “Il ricamo nei sui punti base è praticato da diversi laboratori in Italia (anche se sono ormai sempre più rari); il “punto in aria”, invece, è un’arte tipica del nord Italia, che rischia di andare perduta per sempre, nonostante abbia un grandissimo valore”.

Perché questa pregiatissima tecnica si chiama ‘punto in aria’?
“Si chiamano “punti in aria” perché fatti in un certo senso sul nulla: è un gioco di nodi su una imbastitura che segue il disegno voluto tracciato sul cartoncino. Concluso il lavoro, l’imbastitura viene tolta e rimane soltanto la trina.”

A quando risale tale manifattura?

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Aemilia Ars, disegno da Cesare Vecellio
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Gargoyles fatte con la tecnica dell’Aemilia ars

“Il primo documento che ne parla è del 1441, un documento estense oggi conservato presso l’Archivio di stato di Modena: è il primo documento dell’era moderna europea in cui si menziona una “trina”, il che ci rende veramente orgogliose. Nasce nel Quattrocento in Lombardia, Veneto ed Emilia, come reazione agli sfarzi della Chiesa. Esso si diffuse poi largamente in tutto il nord Italia soprattutto a seguito delle richieste del Concilio di Trento, nella persona di san Carlo Borromeo, il quale intimò ai prelati di non utilizzare più oro e pietre preziose per i paramenti sacri. Così si ‘ripiegò’ sulla trina ad ago che manteneva comunque un alto livello di eleganza, pur nella sua apparente semplicità. Se nel lavoro in oro e pietre preziose il valore è intrinseco al materiale stesso, nel “punto in aria” è il lavoro enorme in termini di ore e perizia che lo trasforma in un oggetto di grande valore. Si tratta di una esecuzione talmente minuziosa e delicata che nei secoli si è per lo più perduta. Questa tecnica è stata in parte ripresa solo a fine Ottocento dalla società Aemilia Ars di Bologna (da allora il “punto in aria” prende anche il nome di Aemilia Ars ossia Arte emiliana), che operava nel campo delle arti applicate e che scelse tra i tanti disegni che ci erano stati tramandati quelli più geometrici e squadrati perché più affini agli stili dell’epoca. A noi piacerebbe far riscoprire anche tutti quei disegni tipicamente Rinascimentali a fitte trame di fiori, frutti, animali e simboli.”

E’ questa la vostra sfida?

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La sfida tra Atena e Aracne, illustrazione da Ovidio, ‘Le Metamorfosi’,1585

“Sì, quella di far riscoprire qualcosa che si è perduto, non solo in termini di patrimonio artistico, ma anche la necessità di riscoprire il valore del tempo e della manualità. Da qui il nome dell’associazione che trae spunto dalla figura mitologica di Aracne, fanciulla abilissima nel tessere, tanto da sfidare la dea Atena in una gara di ricamo.”

Quali le cause del rischio d’estinzione?
“Diciamo che ci sono stati tre grossi scossoni: l’avvento della macchina meccanica ha prodotto un forte arresto delle attività manuali in genere e ha attribuito al tempo lavorativo un valore diverso; poi c’è stato il femminismo, che ha raso al suolo e svilito tutti i cosiddetti “lavori da donna” e, infine, l’importazione orientale (quella coreana in partire dagli anni ’70), che ha portato alla totale decadenza dell’arte del ricamo e alla dequalificazione del lavoro manuale.
A causa di tutto questo noi italiani abbiamo perso un sapere e una tradizione d’eccellenza, non solo per quanto riguarda ricami e le lavorazioni di sartoria, ma anche per la produzione di tessuti come le sete e i lini nell’ambito dei quali eravamo tra i migliori al mondo. Ora la gente non ha nemmeno più la conoscenza dei materiali di qualità, non è più in grado di riconoscere una confezione fatta con un buon tessuto. I turisti stranieri acquistano tessuti e pizzi spacciati per italiani, mentre si tratta di prodotti e confezionati in Cina.”

Che tipo di filo si utilizza?
Soprattutto il numero “100”, il filo più sottile che esista in assoluto. E’ un cotone particolare, molto più delicato di ogni altro cotone.

Quante ore si impiegano per fare un lavoro con la tecnica dell’Aemila Ars a mano?

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Lavoro ad Aemilia Ars ad opera di Maggiolina

“Tantissime. Per un centrino 30 ore, per un lavoro come questo che è appoggiato sul tavolo occorrono 150 ore, per chi ha mani esperte e lo fa da una vita come me. Ma non si possono contare le ore; è il lavoro nel complesso che vale, non si può dare a manufatti simili un valore in base al tempo che si impiega a realizzarli. Ogni particolare richiede tempo ed in questo risiede la bellezza; è il gusto del “fatto a mano”. Purtroppo in una società in cui è soltanto l’immediatezza a contare, si perde il particolare. L’arte del ricamo risiede nel particolare.”

Quanto ci vuole per imparare?
“Per imparare l’Aemilia Ars ci vogliono dai due ai tre anni; per riprodurre i disegni originali con tutte le loro rotondità molto di più, perché dipende anche dal movimento della mano e dalla giusta tensione. Per raggiungere la perfezione, tutta la vita. Al corso partecipano donne che hanno età compresa tra i 24 e i 65 anni; tutte hanno iniziato da zero, al massimo dal “punto croce”. In un anno sono passate al “punto giorno”, al “punto erba”, a sfilature importanti fino ad arrivare all’Aemilia Ars. Caterina dopo un anno sta facendo un lavoro su tulle, Margherita ha recuperato una vecchia frangia e sta facendo una tenda su un disegno Liberty e Franca si allena per il “punto in aria” ripetendolo su strisce di cartoncino decine di volte.”

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Margherita e Caterina
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Insegnamenti e consigli
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Franca sulla destra
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Le ricamatrici mostrano i loro lavori
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Tenda con inserti di tulle su disegno Liberty
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Centrino ad Aemilia Ars

Fate dei lavori per commissione?
“Sì, e ce li dividiamo in base alle competenze. Ciò a cui puntiamo è realizzare manufatti di alto livello, artigianato di lusso, che oggi potrebbe essere anche solo confezionare le asole di un vestito fatto a mano, cucire i bottoni, attaccare le etichette, ricamare le iniziali per i corredi di alberghi a quattro stelle. Le donne che oggi frequentano i miei corsi potrebbero già da ora essere in grado di fare questi piccoli lavori alla perfezione, se solo si riuscisse ad avviare un laboratorio. Alcune delle signore seguono i corsi per puro piacere perché hanno già una professione, ma per altre potrebbe rappresentare un’opportunità lavorativa. A me arrivano di continuo anche richieste di questo tipo, ma da sola faccio fatica a fare tutto, quindi credo che questo potrebbe diventare un lavoro interessante e redditizio, perché è vero che ci vuole molto tempo (soprattutto all’inizio), ma poi si potrebbe guadagnare anche molto bene.”

Lavori come questi saranno i lavori del futuro secondo lei?
“In un certo senso sì, il recupero del saper lavorare a mano è da considerare come qualcosa di innovativo al giorno d’oggi.”

Lei è un’esperta, ricama ad alti livelli da tutta la vita, che tipo di lavori fa?

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Restauro di piviale rinascimentale

“Ho sempre fatto un po’ di tutto. A volte mi occupo di cose molto impegnative come il caso del consolidamento di abito di seta ricamata in oro inserito in una reliquia risalente al 1460. Recentemente mi hanno chiesto il restauro di un arazzo della seconda metà del Cinquecento. Ho anche ricamato abiti per papa Benedetto XVI; il Vaticano mi mandava i tessuti e io li ricamavo. Poi confeziono abiti da sposa, pizzi, ma tante volte mi chiedono anche cose molto semplici come rifinire abiti o fare bomboniere. L’idea dell’associazione e del laboratorio nasce infatti per due motivi: per una mia esigenza, perché appunto da sola non riesco più a gestire la mole di lavoro che mi commissionano, e per non far scomparire le lavorazioni di ricamo di qualità.”

L’idea del laboratorio sta procedendo?
“Sto innanzitutto cercando un luogo idoneo, ma purtroppo per ora non ho incontrato molto interesse e disponibilità, e il motivo è molto semplice: non si riconosce più il valore dei manufatti di qualità, e quando parlo ai miei interlocutori di pizzi e ricami mi rendo conto che le persone pensano alle presine e ai centrini. Ho l’impressione che non siano apprezzati perché sono lavori dimenticati. E pensare che attività come queste sarebbero una risorsa economica importantissima per la città; basti pensare che nel passato intere città sono state salvate dalle donne quando i loro uomini perdevano il lavoro; parliamo di Burano, parliamo del Trentino in seguito alla chiusura delle miniere, ecc. Per ora ci troviamo nel retro di quello che prima era il mio negozio di libri e stiamo benissimo (oltre a ricamare Maggiolina ha gestito dal 1978 la Libreria Antiquaria Victor di p.tta Corelli), ci piace molto lavorare in mezzo ai libri, ma siamo un po’ sacrificate e, nel momento in cui dovessimo iniziare a lavorare sul serio, occorrerebbe uno spazio più grande e attrezzato.”

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Maggiolina mostra un pizzo originale di altissima qualità
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Fettuccina realizzata a mano di fine Ottocento
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Laura osserva il manufatto
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Franca mostra il lavoro base dell’Aemilia Ars

C’è un’atmosfera serena, rilassata e allegra al corso, si percepisce. Mentre Maggiolina racconta dell’arte del ricamo e del suo progetto, le signore procedono ognuna col proprio lavoro partecipando di tanto in tanto alla conversazione, ma alla domanda “Che cos’è per voi il ricamo?”, non resistono e si scatenano: per Margherita, insegnante garbata e gentile, il ricamo “è la scoperta della manualità, la gratificazione di realizzare con le mie mani un lavoro finito” e – aggiunge – “questo è il mio appuntamento settimanale, il mio momento di totale relax, è un’attività che mi rilassa e mi gratifica insieme.” Caterina annuisce e con soddisfazione aggiunge: “Grazie a Maggiolina ho imparato a riconoscere i tessuti di qualità, prima mi sembravano tutti belli, ora ho un occhio diverso e li distinguo. Lei ha una grande conoscenza delle stoffe e dei materiali e sa dove procurarsi i migliori.” Franca, una simpatica signora dall’accento romagnolo, dice: “Ho sempre pensato che ci potesse essere un paragone tra la pittura del Seicento e il ricamo, per l’attenzione al particolare, per la finezza. E Maggiolina è una bravissima insegnante che ci risolve ogni problema: se ci ingarbugliamo e ci vengono dei nodini, lei arriva e li scioglie, ci aiuta e ci indica come proseguire, con semplicità. È dolce e ha una grande pazienza, e questo ci mette molto a nostro agio, stiamo benissimo con lei.”

Libri antichi e ricamo, passioni particolari, c’è un legame?

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Ricamo in oro di Maggiolina per un abito di Benedetto XXVI, (copertina di una pubblicazione su tutti i manufatti di eccellenza in Italia).

Libri e ricami si sono sempre parlati, innanzi tutto perché nei primi si trovavano i disegni per i secondi. Esse sono attività nate e sviluppatesi negli stessi periodi e che si assomigliano, simili gli intenti, simili gli insegnamenti. Anche per fare un libro antico (parliamo degli incunaboli che nacquero nel Quattrocento) c’era un’enorme lavoro di manualità: il libro era interamente realizzato a mano, dalle tesserine in legno incise una per una e composte per creare le parole, alla carta che veniva tirata completamente a mano. Le tesserine erano di due o tre millimetri e le incisioni si facevano come ora si incidono le lettere sui gioielli. Dopodiché venivano unte, poi inchiostrate e infine sistemate parola per parola dentro ad un piccolo contenitore e pressate sotto ad un torchio. Come nel ricamo occorreva la giusta tensione del filo, nella stampa del libro occorreva la giusta pressione. Entrambi i manufatti, libri e ricami, richiedevano una lunga preparazione, molta pazienza e un lavoro minuzioso che dava un altissimo valore al lavoro finito. È questo tipo di produzione di eccellenza ad averci portato ad essere quello che siamo nel mondo, ed è per questo che dobbiamo riportarle alla luce e rivalutarle.

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Laura legge Ferraraitalia dal suo smartphone
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Anche Franca, tecnologia e tradizione stanno insieme

Giorni e orari dei corsi: martedì (mattina e sera) e sabato pomeriggio, piazzetta Corelli 8

Contatti: maggiolina.novelli@gmail.com – mezzogori.beatrice@gmail.com

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Vita di contrada: San Giacomo, riscoperta della Giostra del Monaco e un occhio al quartiere

Se essere contradaioli significa essere uniti come in una famiglia, prendersi cura del proprio territorio vuol dire proteggere la propria casa, affinché sia bella e sicura per tutti. I progetti sociali della contrada San Giacomo si concentrano, da un po’ di tempo, proprio sulla salvaguardia dei luoghi, considerati i più “difficili” della città di Ferrara. Il territorio del borgo di San Giacomo, con sede all’interno delle mura, comprende le zone della stazione e del grattacielo, i giardini della mutua e parte del sottomura, luoghi belli ma spesso considerati poco sicuri per i cittadini. Vincenzo è in contrada da sedici anni, è entrato a San Giacomo quando aveva solo otto anni e ormai ha lasciato il suo posto di sbandieratore, ma continua a frequentare e a partecipare attivamente agli eventi e alle manifestazioni della sua contrada.

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Spettacolo e gare durante la Giostra del Monaco

A breve inizierà un progetto che speriamo diventi un incontro fisso, le camminate del giovedì, corse e passeggiate all’interno del nostro territorio, durante le quali si passerà in tutti i luoghi considerati poco sicuri. Cerchiamo di collaborare con le altre associazioni del quartiere che si battono per la zona torni all’antico splendore. Dopo la chiusura delle circoscrizioni, le contrade iniziano ad avere un’importanza diversa, si ha la consapevolezza che possono diventare il nuovo punto di riferimento di ogni zona della città, un’istituzione a cui fare affidamento. Un altro progetto su cui stiamo lavorando è l’allestimento di un campo per arcieri permanente nel giardino della mutua, per far si che quel posto, che più volte ha creato dibattiti (è stata fatta anche una petizione per chiederne la chiusura notturna) diventi un luogo più vissuto. Proprio per ridare splendore a questo luogo, la scuola di musica Amf sta organizzando una serie di concerti, a cui noi parteciperemo intrattenendo gli ospiti. Tutto questo viene fatto perché chi vive in questa zona da tanti anni ha notato un cambiamento, per alcuni il problema non sussiste, altri lo ritengono importante: io credo che il fatto che se ne parli significa che è un argomento che va affrontato. La nostra zona collega la stazione con il centro cittadino, è il biglietto da visita della città, perché i turisti devono passare questa zona e sarebbe bello renderla più sicura a tutte le ore del giorno e della notte”.

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Sottomura del baluardo della Fortessa, Giostra del Monaco: corteo rinascimentale e spettatori

Sempre per l’importanza che ha il borgo per i contradaioli, la loro fiera, la Giostra del Monaco, si tiene ogni anno nel sottomura, al baluardo della Fortezza di viale IV Novembre. Tommaso, detto Pantera, musico dal 2008, mi racconta che l’evento è molto seguito dai turisti e dai cittadini, che si divertono andando indietro nel tempo. “La Giostra è un evento rievocativo, organizzato in collaborazione con l’associazione Este medievale (in provincia di Padova) e con l’ente Rievocazioni storiche di Grottazzolina. Dura una decina di giorni, in cui si può assistere a spettacoli, gare, tiro con l’arco o con la balestra, immersi in un’atmosfera medievale, che ricostruiamo sia con i costumi che con la creazione di un piccolo villaggio. In più è possibile mangiare sia in un ristorante che in vari stand, pagando con le nostre monete, gli scudi di Azzo Novello, che si possono scambiare con gli euro in un apposito stand”. Insieme alle associazioni di Este e di Grottazzolina, la contrada di San Giacomo fa parte del Consorzio culturaleTerre e castelli Estensi“, e partecipa agli eventi organizzati dalle altre due nelle loro città.

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Giostra del Monaco: gare, tornei e rievocazioni in costume

La contrada di San Giacomo è una delle più grandi e numerose di Ferrara, con un gran numero di iscritti sia grandi che bambini e questo le consente di mantenere un’altra caratteristica che la differenzia dalle altre sette: solamente gli uomini, infatti, possono far parte dei gruppo dei musici e degli sbandieratori. “Non è una questione di maschilismo – mi spiega Tommaso – ma di tradizione. Un tempo il ruolo degli sbandieratori era degli alfieri militari, che, insieme al tamburino, davano i segnali per le battaglie. Per noi è una questione di tradizione e le donne che fanno parte della nostra contrada la pensano come noi, non hanno desiderio di sbandierare o suonare. Con l’aumento degli allenamenti, che negli anni diventano sempre più complessi, ci si sta allontanando dalla tradizione per avvicinarsi agli sport, ma per noi sbandierare o suonare non è paragonabile ad un altra attività sportiva, la rievocazione storica è il modo in cui manteniamo vive le tradizioni e la storia della nostra città”.
E’ tutta una questione di numeri, secondo Tommaso, perché loro lavorano sodo per attirare i più giovani in contrada, sia partecipando ai progetti dell’ente Palio nelle scuole sia allenando i gruppi under in pubblico, in luoghi pieni di bambini e famiglie, come l’Acquedotto. “E’ un modo per farsi vedere, perché è difficile che qualcuno entri in sede a chiedere di partecipare, devi mostrarti in giro e avvicinare chi ti sembra interessato. Partecipiamo a tutti gli eventi possibili, distribuiamo volantini e chiediamo alle famiglie di venirci a trovare. Anche per partecipare ad altri eventi. Ad esempio, abbiamo realizzato un corso di cucina con uno chef e i partecipanti erano quasi tutti esterni alla contrada, hanno seguito le lezioni e preparato una cena, alla fine della quale i piatti migliori sono stati votati dai commensali”.
Quest’anno, ci dice Tommaso, tra i tanti appuntamenti, la contrada San Giacomo organizzerà un evento molto importante per i contradaioli d’Italia, i campionati degli A2: “E’ un po’ come nel calcio, ci si può classificare in tre serie, A1, A2 e A3, e ognuna di queste ha dei campionati. Quest’anno Ferrara è riuscita ad ottenere tutti gli appalti per i campionati della Fisb, quelli dell’A1 saranno organizzati dall’Ente Palio, mentre noi ci occuperemo degli A2. Verranno atleti da tutta Italia, noi dovremmo pensare al torneo, allestire degli stand per i pasti e trovare convenzioni con le strutture alberghiere. I locali della sede saranno messi a disposizione degli atleti e le gare si svolgeranno in piazza Municipio che, insieme a quella di Faenza, è una delle più prestigiose per sbandieratori e musici. Probabilmente allestiremo qualcosa anche sul Listone e nel Giardino delle Duchesse, ma è tutto ancora in fase di progettazione”.
Non solo città, i ragazzi della contrada San Giacomo rispondono alle chiamate della Federazione italiana sbandieratori girando per l’Italia, presenziando ad eventi come le Olimpiadi di Torino nel 2006 o aprendo la finale di Coppa Italia negli Emirati arabi. Certo, in questo periodo di crisi è sempre più complicato per i singoli partecipare a queste uscite, così come lo è per la contrada stessa ma, ogni volta che se ne presenta l’opportunità, i ragazzi sono pronti a mostrare il loro talento, tutto italiano, all’estero. “E’ bellissimo poter partecipare ad eventi del genere e mostrare quello che facciamo, anche perché è una caratteristica del nostro Paese. Secondo me però – mi racconta Vincenzo – il momento più bello dell’anno è la cena propiziatoria, perché in un’unica sera le speranze di un anno raggiungono il loro apice. E’ un momento di festa antecedente alla festa, potremmo definirla una sensazione da “sabato nel villaggio”, in quanto non è ancora arrivato il giorno del Palio, che può essere di gioia ma può portare anche delusione, e la speranza rende quella serata felice per tutti”.

Insieme ma soli, gli abitanti di via Medini riscoprono il valore della comunità

zona-doro-camminataIn via Medini, poco fuori dalle mura cittadine e nel bel mezzo della zona Doro (ai confini del quartiere ferrarese di Barco), svetta, imponente ed esteso, il complesso di edifici gestito dalla cooperativa di abitanti a proprietà indivisa “Il Castello”: più di 300 nuclei famigliari dei quali la stragrande maggioranza composti da anziani, diverse attività commerciali, scuole, un bar, una parrocchia, sedi e sportelli di svariate associazioni e cooperative, un parco e sentieri alberati perfetti per passeggiate estive. Così è come si presenta il rione, bello, attrezzato e curato. Ma come spesso accade, guardando più in profondità e dietro le apparenze, si ricava la sensazione che aree come questa rischino l’effetto isolamento.

Logo del progetto Porte A.per.Te
Logo del progetto Porte A.per.Te

Proprio per prevenire questo rischio è nato Porte A.Per.Te, un progetto per lo stimolo alla coesione sociale nato nell’ambito di Community Lab, un percorso di partecipazione regionale che fa dei cittadini il motore per la ricerca di nuove politiche locali. Il progetto mira a definire proposte di coinvolgimento e iniziative volte a favorire la coesione sociale, tracciare quella che è la longeva storia del quartiere e studiare come tale territorio sia evoluto nel tempo. Porte A.Per.Te è gestito dal Servizio politiche sociali del Comune di Ferrara, azienda Usl, Asp servizi alla Persona, cooperative e associazioni ben integrate nel territorio e cittadini attivi.

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Preparazione alla camminata

Martedì scorso è stata organizzata proprio in via Medini una camminata di quartiere, l’occasione per dare il via concretamente al progetto e presentarsi fisicamente sul campo. L’obiettivo della giornata è stato incontrare quanta più gente del quartiere possibile, dai residenti ai commercianti, dalle scuole alla parrocchia, in maniera tale da ascoltare le voci di chi il quartiere lo vive e capire quali sono i bisogni reali, oltre che per analizzare le diverse modalità volte a cercare di facilitare le relazioni e le reti sociali all’interno del quartiere stesso.
Dopo la mattinata dedicata all’incontro con le scuole e a una tavola rotonda tra gli organizzatori e i facilitatori per discutere del progetto, nel primo pomeriggio è stata la volta dell’incontro con i capiscala degli edifici del quartiere; dalla chiacchierata con uno di questi ultimi (che grazie al loro ruolo possiedono una visione a 360° di quello che accade nella zona), componente inoltre del comitato di gestione della cooperativa di residenti, è emerso che “nonostante siano residenti qua più di trecento nuclei famigliari, in tanti anni non si sono mai sollevati particolari problemi, anche perché bene o male tra noi ci conosciamo tutti. Il mio compito è controllare che tutto vada per il meglio all’interno della cooperativa, esistono regolamenti di condominio da rispettare e, nonostante qualche piccolo ed inevitabile malinteso, tutto sommato siamo sempre andati tutti d’accordo”.
Un altro caposcala, Filippo, racconta che “nel tempo l’organizzazione all’interno del quartiere è sempre stata molto buona. Io stesso mi sono avvicinato da molto tempo alla cooperativa Camelot (che proprio tra questi edifici possiede uno sportello) per contribuire a fare qualcosa, e da qualche anno proprio in quella sede abbiamo creato un gruppo per insegnare agli anziani ad utilizzare il computer”.
Entrambi i capiscala ricordano inoltre come è andato trasformandosi nel tempo questo luogo: la maggior parte delle famiglie sono le stesse che per prime si sono insediate negli appartamenti, quando erano più giovani e con tanti figli che, ovviamente, favorivano aggregazione e partecipazione. Oggi, nel pensiero di entrambi, si considera inevitabile che questo spirito sia venuto meno, che ci siano meno interessi condivisi e minori occasioni di collaborare rispetto al passato. E proprio per questo emerge la solitudine di tanti anziani e il loro bisogno di incontrarsi e stare insieme.

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Interviste ai residenti

Terminata questa fase, ha avuto inizio la camminata di quartiere vera e propria. Organizzatori e facilitatori, divisi in gruppi, hanno incominciato a sparpagliarsi per le vie della zona e incontrare gli abitanti per scambiare qualche parola e farsi raccontare la storia ed il legame di ognuno con il quartiere. Le interviste raccolte hanno aiutato a delineare ulteriormente la situazione di via Medini che, per quanto emerso, risulta essere tranquilla e vivibile ma pecca di punti di ritrovo. Tra i residenti ascoltati, per esempio, Cristina afferma di essere “tra i molti che questo quartiere lo hanno visto nascere. Oggi vive qua anche mia figlia nonostante i prezzi d’ingresso si siano alzati rispetto a quelli più abbordabili di un tempo, conseguenza dei tempi che sono cambiati notevolmente. In tutti questi anni – continua – la cooperativa sta cercando di fare il possibile per creare qualcosa di nuovo; io da parte mia ho partecipato ad alcune iniziative come il corso d’inglese, ma le mie attività e i miei hobby sono all’esterno del quartiere, anche perché qua l’unico punto di ritrovo è ‘il covo’, il bar nel quale ogni tanto ci fermiamo a fare due chiacchiere. Ciò che oggi viene a mancare rispetto ad un tempo è la nostra partecipazione, conseguenza sicuramente dell’età che avanza tra noi residenti”.

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Scorcio del quartiere

Oltre ai pochi punti di ritrovo e alla quasi totalità di anziani presenti nel quartiere, un altro tema affrontato è stato quello degli immigrati che, come ha spiegato Maria, altra residente, “all’interno degli stabili di via Medini sono pochi e li conosciamo appena, mentre subito fuori dal quartiere le famiglie straniere sono molte, in maggioranza pakistane e ben integrate con i figli regolarmente iscritti alle scuole”. Anche Maria conferma che nel tempo il quartiere è andato evolvendosi in meglio con la costruzione di nuove cose, anche se tuttavia “stiamo invecchiando un po’ tutti: non ci sono tanti giovani soprattutto perché i giovani qua eravamo noi vecchi di oggi, e nonostante tutto quei pochissimi ragazzi residenti tra noi sono molto cordiali e gentili”.

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Un momento finale della passeggiata

Un problema anche di costi quindi, non tanto per quanto riguarda il canone mensile ma piuttosto per l’anticipo sull’immobile che, unitamente alla difficile situazione economica nella quale siamo ormai da tempo immersi, non facilita l’ingresso nel quartiere soprattutto alle coppie più giovani, come precisa un’altra signora accorsa alla camminata: “non viviamo nel lusso ma abbiamo tutto quello di cui necessitiamo, gli appartamenti sono belli e confortevoli, non ci manca niente, tuttavia anche per venire a vivere qua e soprattutto per entrare nella cooperativa al giorno d’oggi è obbligatorio fare dei sacrifici economici, i costi di affitto e gestione sono nella media ma purtroppo non più tutti possono permetterseli. Noi residenti anziani – afferma – tutto sommato siamo coperti da quasi tutte le necessità, e quando usciamo facciamo le solite cose. Uno dei punti più problematici per alcuni credo sia la lunga distanza per raggiungere i supermercati e i pochi luoghi fisici dove poterci trovare tutti assieme”.

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La locandina dei prossimi eventi

Raccolte le interviste dei residenti, l’equipe del progetto si è infine riunita per condividere i dati raccolti e confrontarsi dopo aver tracciato un quadro maggiormente esaustivo di quale sia la situazione nella zona. Tutte queste informazioni saranno la base attorno alla quale creare il piano d’azione da attuare a partire da maggio; sabato 16 maggio sarà infatti l’occasione per il successivo appuntamento proposto da Porte A.Per.Te, ovverosia una festa nel quartiere ma aperta a tutta la cittadinanza ferrarese dove, oltre a condividere la proposta pubblica, saranno proposti musica, letture, teatro, stand con la storia del quartiere e banchetti nei quali i soggetti collaboratori dell’iniziativa (come la Cooperativa Camelot, Teatro Nucleo, Associazione casa e lavoro) si presenteranno, unitamente ai cittadini dei condomini a proprietà indivisa e a tutti i cittadini attivi.

Ancora una volta Ferrara si fa quindi promotrice di iniziative che mettono cittadini e territorio al centro, progetti nobili con l’unico scopo di esaltare il fondamentale concetto di partecipazione, unica arma in nostro possesso per contrastare situazioni di immobilismo, solitudine e degrado che, soprattutto in luoghi periferici proprio come la zona Doro, sono rischi sempre dietro l’angolo.

Link correlati:
Pagina Facebook del progetto Porte A.per.Te

Del rispetto: lettera aperta a un ultras

Ciao amico,
sono un ragazzo di 21 anni cresciuto a pane e pallone, come tanti altri coetanei. Stiamo parlando di uno sport che, preso nel suo complesso, a mio parere è fra i più completi dal punto di vista fisico, tecnico, tattico e psicologico. L’intensità, l’agonismo, l’astuzia o il “semplice” (quanto disarmante a volte) talento innato sono caratteristiche di uno degli spettacoli sportivi più seguiti e apprezzati in tutto il mondo.

Non mi è mai capitato di giocare a calcio a buon livelli e, se dobbiamo dirla tutta, neanche a quelli più “bassi”. Di certo non per voglia, ma per altri motivi che non ti racconto, ti annoierebbero. Quindi non ti so dire quali sensazioni si provino ogni volta che ci si reca al campo d’allenamento e non si ha minimamente voglia di allenarsi dopo una giornata negativa, non so quanto ci si riduca male dopo un allenamento nel fango e non so nemmeno quale sia il rumore dei tacchetti prima dell’ingresso in campo.

Ho avuto però, la fortuna di frequentare un liceo a indirizzo sportivo. Uno dei miei prof di educazione fisica dei primi anni, un giorno ci disse: “Non dovete infoiarvi per il calcio, dovete viverlo come un qualcosa di più leggero. Non dovete diventare delle iene, roba da non viverci per giorni se perdete. Apprezzate il lancio lungo di un calciatore che termina sui piedi di un suo compagno a 20 metri di distanza. Siate sbalorditi da un certo tipo di calcio dato al pallone per imprimergli un effetto tale che si infili in quel determinato angolo della porta. Applaudite la giocata di chi si diverte, senza sbeffeggiare, ma con il massimo del rispetto. Il rispetto è fondamentale”.

Vedi amico, io ho avuto fortuna. Quelle parole, ce le ho stampate in testa e penso che non me le scorderò più. Parlava di rispetto il prof, fra un elogio a un colpo di genio e un’applicazione della tecnica. Non prendermi per perfetto, non lo sono nemmeno io! Però ci sono certi atteggiamenti che mi piacerebbe discutere con te che vivi il calcio in maniera diversa dalla mia. Fumi? Puoi, siamo all’aria aperta e giustamente non sono nessuno per negartelo. Fumi qualcosa di più pesante? Beh, ti dico che probabilmente non è la cosa migliore da fare nella vita, ma è comunque un qualcosa che fa male a te direttamente e se questa è la tua scelta…
Introduci all’interno dello stadio un accendino? Eh beh, la sigaretta te la dovrai pur accendere! A patto che quest’accendino poi lo rimetti in tasca, non lo lanci in testa al giocatore avversario in campo, mi raccomando. Introduci striscioni arrotolandoteli intorno al corpo abusivamente? Son belli gli striscioni (qualcuno ci ha pure fatto una rubrica satirica, che risate!) soprattutto quelli che inneggiano al proprio idolo: me ne ricordo uno che da bambino vedevo sempre con scritto: “Furia Ceca” in onore di Pavel Nedved. Fai cori? Anche qui i ricordi mi riaffiorano in mente “Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua… per vedere segnare Kakà”. Belli i cori, che supporto incredibile deve essere per chi sta giocando. Però ricordati sempre una cosa: c’è chi ha perso qualcuno in questo mondo, chi ha un colore della pelle diverso dal tuo o semplicemente viene da zone d’Italia diverse dalle tue. Vuole semplicemente vedersi anche lui la partita, come te! Perché gliela vuoi rovinare?
Ti piace fare a botte con i tifosi – no scusa – gli ultras delle altre tifoserie? Qua parli tu amico: dimmi che ci trovi di divertente. Ti senti più forte, più “tifoso”, più vivo? Cosa ti spinge a questo? Rischi solo di tornare a casa con tanti lividi e qualche costola fratturata, a che ti serve? Vuoi sfogarti? Urla, sbraita, emozionati, sii smodato, ma con criterio! Allo stadio ci sono stato pure io sai? Ho preso anche insulti perché avevo al collo la sciarpa della squadra rivale. Vuoi sapere se ho picchiato chi mi ha preso a male parole? No, non l’ho menato. Ho esultato come se non ci fosse un domani al gol della mia squadra, non l’ho nemmeno degnato di uno sguardo quel signore. Ero contento così.
Pensa che tuoi “colleghi” lanciano bombe carta verso i settori ospiti, altri hanno preso a sassate il pullman della squadra in trasferta che si stava dirigendo allo stadio. Ma che vogliono fare? Che modo di vivere il calcio è mai questo? Pensano che con un morto sulla coscienza staranno meglio? E ai familiari di quegli occhi che sono di fronte a loro, ci avete mai pensato? Ai loro genitori che sì, di questo sono sicuro, si sono tanto impegnati per dargli un’educazione, ci hanno mai pensato? Sarebbero fieri di loro?

Intona cori, salta, applaudi, meravigliati di ciò che alcuni campioni possono fare con il pallone tra i piedi.
Esulta per un’onesta scivolata che interrompe un’azione di gioco, ridi se qualcuno scivola o festeggia insieme a chi ha segnato il gol della vita, alzati in piedi e applaudi la squadra che con un’azione corale ha fatto un bel gol. Essere sportivo non deve essere segno di inferiorità o debolezza, è segno di cultura, sportiva in questo caso. Vuoi mettere intonare insieme a tutto “Anfield” “You’ll never work alone” o far parte di una coreografia a “Celtic Park” piuttosto che fare a botte con qualcuno? Dai, lascia stare! Goditi il momento, assaporane suoni e odori, scatta qualche foto e vivi la partita con passione, ma fai il bravo. Non sei solo, fai passare anche a chi c’è vicino a te un pomeriggio spensierato seguendo lo sport che ama.
Ecco, questa è la mia visione del calcio.

Voglio, pretendo ed esigo di poterci andare a cuor leggero allo stadio – tifando certo – ma non rischiando la vita. Non voglio correre il rischio di morire per un pallone che rotola e non voglio nemmeno privarmi di un tale spettacolo perché qualche idiota come te ha deciso di “divertirsi” a modo suo. E ti dico pure che “da grande” mi piacerebbe portare mio figlio a vedere una partita, ad una condizione: che tu, amico mio, sia cambiato.

Ci vediamo allo stadio, ti tengo il posto

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IMMAGINARIO
La campagna in città.
La foto di oggi…

E’ con questo abbraccio verde che Daniela Solaini saluta i lettori di Ferraraitalia e gli utenti di Instagram del profilo @comunediferrara che ha gestito per una settimana nell’ambito del progetto MyFerrara.
Se anche voi volete candidarvi dovete scattarvi un selfie e inviarlo a @comunediferrara tramite Instagram Direct (scoprite qui come) insieme a nome, cognome, email e numero di telefono. Se verrete scelti, ci rivedremo su questa rubrica…vi aspettiamo!

Questo il saluto di Daniela.

“Oggi, ultimo giorno della mia partecipazione a #MyFerrara, mi concedo una licenza compositiva, e la foto la triplico. Questo luogo ha per me un valore particolare, ed è stato emozionante riscoprirlo: allora era sera, e col buio tutto ha un sapore diverso, ma anche di giorno mi ha affascinato. Antiche mura rinascimentali e improvvisamente, dentro la città, la campagna, quasi avvolta in un abbraccio che si apre un varco tra i baluardi…
‘La campagna dentro le mura’ cita il cartello: un percorso che, a pochissimi passi dal centro, improvvisamente ci tuffa in un piccolo universo verde e silenzioso, da attraversare con calma, ascoltando il suono leggero dei nostri passi sulla ghiaia. Se non ci siete ancora stati, ritagliatevela, una mezz’oretta: fa bene al cuore.
Con questa foto, saluto tutti voi che mi avete accompagnato in questa avventura: io mi sono divertita, spero che il mio sguardo su Ferrara sia piaciuto anche a voi, in bocca al lupo al prossimo instagramer!”.

OGGI – IMMAGINARIO MYFERRARA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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foto di Daniela Solaini

ACCORDI
Il padrone della festa.
Il brano di oggi…

La copertina dell'album
La copertina dell’album

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta… 

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Fabi-Silvestri-Gazzé – Il padrone della festa

“Ambiente non è solo un’atmosfera / una rogna nelle mani di chi resta / e il sasso su cui poggia il nostro culo / è il padrone della festa” canta il gruppo composto da Nicolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè. Il trio nel 2014 ha prodotto un album, “Il padrone della festa”, dal quale spicca la title track di chiusura: un inno rivolto a tutti, un ammonimento a prenderci maggiormente cura del nostro presente per assicurarci un futuro migliore rispetto a quello che ci viene prospettato, non dimenticandoci mai che solamente la nostra terra è il vero “padrone della festa”. E noi, vogliamo continuare a festeggiare?

 

GERMOGLI
Le donne.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Ginger_Rogers_(early_1930s)Il Papa si è pronunciato sui pari diritti delle donne: non dovrebbero guadagnare meno, “il cristianesimo non è maschilista”.

“Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”. (Ginger Rogers)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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