Giorno: 4 Ottobre 2015

architetture impossibili

INTERNAZIONALE
Visioni di città futura

Una conversazione fra architettura, urbanistica e filosofia su cosa sia la città, su quale sia il rapporto con chi sta dentro e chi sta fuori, sulle sfide future da affrontare, tra l’archistar milanese Stefano Boeri e la francese Chris Younès, filosofa dell’urbanizzazione: questo è stato “Com’è bella la città”, uno degli ultimi incontri del Festival di Internazionale a Ferrara.
Parlando di centro e periferia Chris Younès afferma “oggi persistono le difficoltà fra centro e periferia, ma nello stesso tempo questa è una visione ‘storica’ non più in grado di definire interamente la città: oggi la città è un tutto, un’entità globale”. Ancora più interessante la riflessione di Boeri: “oggi siamo ancora in grado di definire cosa sia spazialmente una periferia: l’ultimo lembo di città prima della campagna. Ma la verità è che ci sono oggi periferie di tipo diverso”, tutte ricomprese nel complesso paradigma di città: “ad esempio se pensiamo alla periferia come degrado, Napoli ha una periferia nel suo centro”.
Entrambi concordano sulla fondamentale importanza di strumenti come lo co-progettazione e la rigenerazione urbana. Le trasformazioni delle città “non possono più essere pensate e discusse solo da esperti, tutti i soggetti cittadini devono essere coinvolti” e in parte sta già accadendo, dice Younès. Secondo l’architetto milanese, con le scarse risorse a disposizione di questi tempi “non è più pensabile una politica deterministica”, che impone le decisioni dall’alto, il suo nuovo ruolo è quello di “una regia che crea le condizioni” perché i processi possano svilupparsi a pieno. E non si può più pensare in termini di grandi opere e grandi infrastrutture, è necessario ricalibrare i progetti urbanistici su “un insieme di tanti piccoli interventi che si ripercuotono sull’infrastruttura sociale” delle città: questa è la rigenerazione urbana secondo Boeri.
Forse non è del tutto condivisibile la sua affermazione su come sia “difficile trovare ghetti nelle città italiane”. Mentre si può concordare su quanto è necessario interpretare in modo nuovo “il rapporto tra questi pezzi di cemento che sono le città da una parte e dall’altra la varietà, cioè la prossimità di popolazioni diverse, e la densità abitativa e di relazioni, che è molto calata”.
Più che filosofiche, quasi poetiche le riflessioni sulla bellezza nelle città. Secondo Younès “bisogna ridare spazio all’estetica e all’emozione estetica” perché è un modo attraverso cui “le opere umane rimangono al di là dei cambiamenti”. Boeri invece fa una vera e propria autocritica: “in architettura si corre spesso il rischio di una bellezza astratta, fredda, autoreferenziale, perché lontana da qualsiasi sensibilità e necessità delle persone che poi dovranno vivere quello spazio”. Ci devono essere “la consapevolezza di un gesto estetico che si misura con il contesto in cui avviene” e “la capacità di concepire spazi che possano essere permeati e vissuti da chi vi abiterà”.

internazionale 2015

INTERNAZIONALE
La nona edizione di Internazionale a Ferrara si chiude con 71.000 presenze

da: Ufficio Stampa Festival di Internazionale a Ferrara

Si è conclusa con 71000 presenze la nona edizione di Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara. Un evento serale, il concerto di Paolo Fresu, che da solo ha portato 3500 presenze in Piazza Municipale e una nuova location, il Teatro Nuovo che è tornato ad aprire le porte al pubblico di Internazionale grazie all’impegno della Regione Emilia Romagna.

230 ospiti provenienti da 27 paesi, 5 continenti, per 130 incontri e oltre 250 ore di programmazione e oltre 170 volontari che per tre giorni hanno lavorato senza sosta alla riuscita dell’evento, questi i numeri di Internazionale a Ferrara.

Al centro di questa edizione il tema delle frontiere. Frontiere intese in senso geografico, il Mediterraneo crudele attraversato dai migranti in cerca di orizzonti europei, ma anche le coste australiane, nuova terra di speranza per i popoli afghani, e ancora i confini di fili spinati dismessi tra Cuba e Stati Uniti. Ma le frontiere non sono solo fisiche, riguardano anche il modo di intendere i diritti, le libertà collettive e individuali, sono uno strumento per confrontarsi con l’ignoto. E in questo senso è stato rappresentativo l’evento di chiusura del festival che ha visto Adriano Sofri e Zerocalcare per la prima volta insieme su un palco. Due mondi apparentemente diversi, due latitudini distanti, non solo in senso anagrafico, accomunate da una curiosità senza confini per quello che accade nel mondo e per le persone.

Ancora una volta Internazionale ha trasformato la città nella redazione più bella del mondo. Al festival per 3 giorni si sono alternati i grandi nomi del giornalismo internazionale da Van Reybrouck, autore di Congo, il libro considerato il memoriale epico di un continente a Isabel Wilkerson, la prima donna di colore ad aver ricevuto il premio Pulitzer. E poi Jared Diamond, autore del libro Da te solo a tutto il mondo. E ancora: Alcibiades Hidalgo, capo dello staff di Raúl Castro ed ex ambasciatore di Cuba all’Onu;Smokey uno dei leader della rivoluzione in Burkina Faso dello scorso ottobre; il fumettista Sam Wallman che ha raccontato le condizioni di lavoro nei centri di detenzione per richiedenti asilo in Australia; Tullio De Mauro intervenuto su come la scuola deve affrontare le sfide del XXI secolo. E nell’anno di Expo, che ha messo al centro il dibattito su nutrizione e sostenibilità, a Internazionale a Ferrara si è parlato di cibo. Il punto di osservazione è sempre cosmopolita e ha visto il confronto fra lo scrittore argentino Martin Caparros, autore di La Fame, un reportage duro e appassionato tra le povertà estreme e David Rieff, scrittore e saggista statunitense, esperto di diritti umani. Sull’alimentazione come cultura e sulla cucina, come luogo capace di promuovere valori etici, si è basato l’intervento di Alice Waters, ambasciatrice dell’alimentazione sana e ispiratrice della svolta salutista di Michelle Obama.

Tutto esaurito per la rassegna Mondovisioni a cura di CineAgenzia e la rassegna di audio-documentari Mondoascolti a cura di Jonathan Zenti. Grande successo anche per i film d’autore di Mondocinema a cura di Francesco Boille.

Internazionale a Ferrara è promosso da Internazionale, Comune di Ferrara, Regione Emilia Romagna, Università degli studi di Ferrara, Ferrara terra e acqua, Città Teatro, Arci Ferrara e Associazione IF.
Il festival è reso possibile dalla collaborazione di Medici senza Frontiere, charity partner e dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, grazie a Unipol Gruppo, Fondazione Unipolis, Assicoop, UnipolSai, Vodafone Italia, con il sostegno di Alce Nero, Camera di Commercio di Ferrara, Centro Servizi Ortofrutticoli, CIR Food, Banca Etica, Poste Assicura, Arci, Cdp, Università LUISS Guido Carli, Terna e Sammontana, Acer Ferrara. Si ringrazia inoltre il Comune di Cento e il Comune di Portomaggiore.
Un grazie ai media partner Radio3, Radio2, Rainews24, RaiCultura, Rai Movie, Mymovies, Voxeurop, Housatonic e @stoleggendo.

INTERNAZIONALE
La rivoluzione delle matite nel mondo arabo e musulmano

Un momento dell’incontro al cinema Apollo

Hani Abbas, Khalid Albaih, Nadia Khiari, tre nomi importanti accomunati da una passione sfociata in un virale movimento di protesta. Tre vignettisti che, grazie alla capacità di illustrare le vicende dei loro Paesi, tra Africa e Medio Oriente, si sono fatti promotori di libertà attirando su di sè nemici potenti.
Interpellati dalla giornalista di Repubblica Francesca Caferri durante l’evento “Una risata ci salverà” in occasione del Festival di Internazionale, questi disegnatori hanno avuto la possibilità di raccontarsi, mostrare i loro lavori, dialogare sulla libertà di espressione e stampa nei Paesi islamici.

Hani Abbas, siriano attualmente residente in Svizzera, è stato un convinto sostenitore della rivoluzione in Siria. Spiegando perché oggi essere un vignettista sia un rischio grande, Abbas ha affermato che “la società nel mio Paese vive enormi problemi legati ai regimi dittatoriali che si impongono con violenza, discriminazione e censura; questo regime ha molta paura dei disegnatori come me o di poeti e scrittori perché abbiamo più potere di un esercito, noi infatti siamo in grado di diffondere idee. Ecco spiegato – continua Abbas – perché in Siria vengono rapiti così tanti artisti, incarcerati poi in prigioni misteriose: cercano in questo modo di impedire alla gente di pensare liberamente”.
Una delle caratteristiche dei disegni di Abbas è l’assenza di parole, una scelta dovuta al fatto che “nei miei disegni voglio infondere tutta la potenza degli eventi che ho vissuto, mostrandola e non spiegandola”.

(nella galleria alcuni lavori di Hani Abbas)

Un gatto di nome Willis è invece il protagonista dei lavori di Nadia Khiari. La fumettista tunisina ha raccontato e continua a raccontare la primavera araba in Tunisia e gli effetti di questo movimento di ribellione, affermando che “noi tunisini pensavamo di aver vinto; lo abbiamo fatto per metà, in modo fragile. Noi artisti ‘ribelli’ cerchiamo di scardinare i tanti tabù che sono rimasti nonostante la rivoluzione, che riguardano problemi morali più che politici, poiché non siamo ancora abituati alla democrazia e ancora dobbiamo imparare cosa sia”. Parla di “totale libertà” Nadia, una vittoria rispetto alle false promesse di cancellazione della censura sulla rete annunciate da Ben Alì prima della sua fuga durante le proteste.
Un successo dovuto principalmente alla rete, arrivato grazie ad una pagina Facebook anonima”. Per il futuro, annuncia “la prosecuzione giorno per giorno di una battaglia per la libertà incominciata nel 2011, la volontà di continuare a scuotere l’opinione pubblica tunisina, soprattutto per rispetto a chi, come tanti miei amici, è stato torturato o ha perso la vita solamente per aver esecitato la liberertà di esprimersi”

(nella galleria alcuni lavori di Nadia Khiari)

Una delle matite più scomode e in voga del momento è quella di Khalid Albaih, creatore di illustrazioni indigeste a molti governi. Il vignettista sudanese, emigrato a Doha per intuibili problemi connessi al suo attivismo politico, a differenza degli altri ospiti si dice “un’abitante del web, luogo dove ho trovato la massima libertà d’espressione possibile e ho potuto dare sfogo alla mia passione. Non ho mai lavorato per giornali – ha continuato Albaih – e grazie alla rete ho scoperto che molti altri attivisti prendono spunto dai miei lavori per andare oltre, dando così continuità A ciò che faccio”.
Anche Albaih parla della necessità di una scossa nelle anime dell’opinione pubblica, poiché “vorrei che il cambiamento arrivasse ovunque, che trasformi il nostro modo di pensare aprendoci gli occhi sul fatto che i bisogni di un siriano sono gli stessi di un italiano, e che alla fine il nostro unico bisogno è quello di giustizia sociale”.

(nella galleria alcuni lavori di Khalid Albaih)

Mehdi Rabbi

INTERNAZIONALE
Lo sguardo poetico sull’Iran dei giovani autori persiani

“Io scrivo storie perché non posso farne a meno. La scrittura è per me come una passeggiata notturna infinita e gioiosa” (Mehdi Rabbi)

Il giovane Mehdi Rabbi, classe 1980, è per la prima volta a Ferrara ma questa è anche la sua prima volta fuori dall’Iran. Al Festival di Internazionale ha presentato un libro speciale, edito da una giovane casa editrice, Ponte33, che traduce solo autori persiani, con uno sguardo attento, approfondito e ben documentato su questo mondo. Ma anche tenero e avvolgente. In questa avventura editoriale si cercano giovani autori, se pur già insigniti di alcuni importanti riconoscimenti, soprattutto per aiutare i lettori a uscire da ogni stereotipo sull’Iran. Il nome Ponte33 richiama il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate, 33 appunto, da sempre giovani e meno giovani si incontrano, parlano, discutono, recitano versi, leggono libri. Insieme a Bianca Maria Filippini, Felicetta Ferraro, ex addetta culturale dell’ambasciata italiana a Teheran, al suo rientro in Italia nel 2008 aveva avuto l’idea di creare uno spazio, un’associazione culturale che facesse anche editoria, per far conoscere un paese dove aveva vissuto e che amava profondamente, ma di cui si parlava solo negativamente, di cui si conoscevano solo opere di letteratura di fuoriusciti che scrivevano di una realtà che non esisteva più. Da qui l’idea di comunicare la ricchezza iraniana dal di dentro, descrivendola dall’interno.
Più che una casa editrice classica, uno spazio nel quale far ‘transitare’ verso l’Italia scrittori, poeti, grafici, artisti e presentare una produzione culturale autentica, diversa dagli stereotipi infarciti di chador che fa intravedere begli occhi di donna orientale, che hanno invaso il mercato editoriale. E anche la copertina del libro di Rabbi è diversa, realizzata da un grafico iraniano che ora espone a New York. Altra originalità di Rabbi è che viene dal sud, da una regione ricca di petrolio, ma che vive una realtà difficile dal punto di vista ambientale. Non si parla della scintillante e viva Teheran: non più la capitale al centro, ma i piccoli centri, in un libro di racconti con i giovani come grandi protagonisti. La parola chiave è “cercare qualcosa in più”. Il titolo scelto è quello di uno dei racconti, ma riesce a dare un’idea generale di tutto il libro: ha a che fare con i ricordi personali di Mehdi e con le sue esperienze amorose, i racconti di una generazione che vive una nuova apertura, la storia dei suoi vent’anni, le corse serali per andare dalla sua amica, per andare a bere e divertirsi, il momento più importante della giornata. Questo è il personaggio del libro in cui Mehdi si riconosce: un ragazzo che riflette le speranze dei giovani. Lui ama correre e “forse la corsa può dire qualcosa della nostra generazione abituata a riflettere – dice – che non cerca lo scontro con i problemi che incontra, la corsa è un modo per pensare e risolvere i problemi”. I giovani sono la maggioranza della popolazione iraniana, gli under 25 sono fra il 60% e 70%. Alla domanda su cosa i giovani sperino che porti questa apertura di credito verso l’Iran, Mehdi risponde che con l’accordo sul nucleare gli iraniani hanno trovato la speranza che il dialogo torni al centro della vita politica, che la nuova economia porti a nuove libertà sociali. Lui non parla mai di velo, nemmeno di religione o di politica in senso lato. Vuole solo raccontare i ragazzi, con una lingua che a volte ricorda la loro estrazione popolare, che sottolinea l’importanza della cultura locale; vuole parlare di amicizia, di amore, di solitudine, di desiderio di realizzarsi, di rapporti genitori-figli, di disincanto giovanile, della piccola cittadina di Ahvaz, con il suo clima, i ponti, gli alberi esotici, i mercatini, i giovani universitari. E mentre nel Khuzestan seccato dal sole il fiume Karun scintilla e la vita scorre, Mehdi esplora i sentimenti e i legami che da sempre tengono uniti uomini e donne.
Un’altra visione dell’Iran. Finalmente. Ci voleva.

Ferrara, martedì 6 ottobre : Franco Cardini presso la libreria feltrinelli con il suo ultimo libro “L’appetito dell’ imperatore”

da: Libreria Feltrinelli Ferrara

MARTEDI’ 6 OTTOBRE 17.30 presso LIBRERIA FELTRINELLI Via Garibaldi Ferrara, CONVERSAZIONE CON L’AUTORE FRANCO CARDINI.

Condotta di Ferrara e di Cento in collaborazione con ASSOCIAZIONE BONDENO CULTURA: che cos’hanno in comune i ravioli al vapore del Gran Khan, le uova di Napoleone e le Lasagne alla Ferrarese? Racconti storici collegati da un filo comune: la passione per il cibo, raccontata con maestria da Franco Cardini nel percorso storico che ritroviamo nelle pagine de L’APPETITO DELL’IMPERATORE un libro appassionante pieno di curiosità.
SEGUE CENA CON L’AUTORE ALLE 20.30 PRESSO “AGRITURISMO MISERICORDIA; PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ENTRO SABATO 3 OTTOBRE AL 339‐1968720
SOCI Slow Food € 35,00 NON Soci € 38,00

MERCOLEDI’ 7 OTTOBRE DALLE 10.30 alle 12.00
CONFERENZA DEL PROF. CARDINI CON LE CLASSE DEGLI ISIT.TECNICO NAVARRA E IPSSR ORIO VERGANI
PRESSO Istituto Tecnico Agrario F.Lli Navarra Malborghetto di Boara –Fe

Sagra dell’Anguilla 2015: ecco i finalisti della ‘gara dei vulicepi’

da: organizzatori

Saranno Luigi Bocchi, Claudio Cavallari, Juri Fogli e Filippo Sambi – domenica 11 ottobre, nell’ultima giornata di Sagra – a disputarsi il titolo di “miglior paradello di Comacchio 2015”: questo il verdetto delle regate di semifinale della ‘gara dei vulicepi’ disputate oggi pomeriggio nei canali di Comacchio nell’ambito della XVII Sagra dell’Anguilla. Nonostante l’incertezza del meteo, anche il secondo week end della grande kermesse dedicata alla ‘regina delle valli’ ha richiamato nella città dei Trepponti migliaia di visitatori. Che hanno affollato strade, piazze, stand gastronomico ed i punti ristoro che punteggiano un po’ tutto il paese. Particolarmente apprezzato, in particolare, lo spazio all’interno dell’Antica Pescheria che ha ospitato la marineria di Orbetello, dove sono state fra l’altro proposte degustazioni di un prodotto tipico della località maremmana: l’ “anguilla sfumata”. Mentre il pescatore orbetellese Diego Crocetti si è addirittura cimentato in una “quasi-sfida” con Giuseppe Carli, campione uscente della gara dei vulicepi.

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Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara: cordoglio della città per le vittime del centro traumatologico di Kanduz

da: ufficio stampa Comune di Ferrara

“Esprimo il cordoglio della città di Ferrara a Medici senza frontiere e al loro direttore generale in Italia Gabriele Eminente, oggi a Ferrara per il Festival di Internazionale,per le vittime del grave attacco al centro traumatologico di Kanduz
Perdono un presidio sanitario, una struttura ortopedica di qualità,in una delle nelle zone del mondo in cui forte é il bisogno di assistenza medica e chirurgia di guerra.
La nostra solidarietà a tutti i dottori di Msf che svolgono un lavoro eroico in tutto il mondo.”

Oggi a Ferrara con Internazionale

da: Elena Muzzani

Riuscire a stare in fila, sotto una pioggia insistente rumorosa, in una città silenziosa assonnata della domenica mattina…
Il popolo della curiosità si è messo in moto.
Donne, ragazzi, anziani ferraresi che spostano il loro punto di osservazione dai portici dell’ex Upim a un gazebo ancora chiuso.
Nessuno si lamenta, amiche che chiacchierano, chi ascolta musica, chi legge, pochi in verità causa la pioggia, chi fa nuove amicizie e chi come me scrive questi appunti, chi offre un quarto di ombrello ad uno studente ormai zuppo di pioggia.
Forza signori del mondo! venite qui a vedere, a capire che chi vuole partecipare chi vuole comprendere non si ferma davanti a nulla, che sia bianco o nero e non è retorica. La cultura non ha razza, non ha colore non ha una lingua.
Buona giornata da una piovosa città ospitale, brontola e tanto tanto tanto bella, dove generazioni si incontrano dialetti si mescolano sotto un riparo offerto da una gentile nonnina ad un giovane poco pulito, forse un po’ sinistro….ma tanto tanto umido!

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INTERNAZIONALE
Con la morte accanto. I racconti di Baghdad

Inaam e Hassan non vivono più in Iraq. Ahmed viene da una Baghdad surreale, quando si parla del suo lavoro si parla di fantascienza araba: lui, scrittore iracheno contemporaneo, che ha vinto il più importante premio internazionale per la letteratura araba di fiction con il suo incredibile “Frankenstein a Baghdad”. Il titolo richiama scene di vita nelle quali spari, autobombe, cadaveri e odore di polvere da sparo e morte fanno parte di un’esperienza quotidiana con cui si confronta ogni cittadino della capitale irachena, un tempo vanto di fasti passati. Se non siete superstiziosi, dice il moderatore Gad Lerner, eccoci qui a parlare della morte e del rapporto con la morte, che sembra così diverso nell’esperienza e nelle culture occidentali e medio-orientali. C’è empatia in sala. Si alternano momenti di stupore e riflessioni ad altri di sottile ironia. Anche nei racconti di Hassan Blasim si parla di morte, che va avanti da oltre dieci anni in Iraq ed è diventata il racconto della migrazione. E nel lavoro di Inaam Kachachi vi è una diaspora (“i cuori sono uccelli che scorrono”) che però si conclude con corpi da tagliare a pezzi per essere riportati nel luogo natale che è l’Iraq.
Questo rapporto con la forte probabilità quotidiana di incontrare la morte è un’importante differenza culturale che oggi viviamo. In un posto come l’Iraq sconvolto dalla guerra, la morte va sfidata, da noi è ancora un tabù. La familiarità con la morte è qualcosa che gli iracheni vivono da tanto. Questo è il vero dramma.
Quando Lerner chiede ad Ahmed Saadawi se occidentali e iracheni hanno un rapporto diverso con la morte, l’autore risponde che non dovrebbe essere diverso ma uguale per tutti: si entra e si esce dalla vita tutti allo stesso modo, lasciando questa terra. “Ciò che è veramente diverso per le varie culture, è quello che succede dopo. In Iraq, dalla metà degli anni Sessanta, l’incontro con la morte è regolare”, dice l’autore. E aggiunge: “abbiamo avuto golpe e lotte politiche, giungendo fino a un abbraccio con la morte durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Era normale allora vedere alla televisione immagini che inneggiavano anche alla morte. Terminata quella guerra, pensavamo fosse finita, invece è arrivata l’invasione del Kuwait e poi le guerre cominciate nel 2003 con l’invasione dell’Iraq. Si pensava che, caduto Saddam, ci sarebbero state pace e ricostruzione, invece ci siamo trovati in una guerra civile e da due anni conviviamo con l’Isis. Ho scritto una volta che la morte è diventata di routine. E’ vero, purtroppo. Per esempio passi in una strada e vedi feriti, ma tiri avanti, vai dritto, ormai queste scene fanno parte del quotidiano. Questo non è normale, la morte dovrebbe destare paura e terrore”.
Anche Inaam Kachachi parla della morte, ricordando come gli iracheni provengano dalla Mesopotamia, la terra di Gilgamesh l’eroe che cercava l’immortalità, come siano eredi di Shahrazād, che con i suoi racconti ha ingannato la morte. Racconta anche che all’iracheno che vive all’estero non fa paura sapere se e quando morirà, quanto ignorare dove verrà sepolto. Per questo, nel suo racconto ha pensato a un cimitero elettronico dove tutti possono trovarsi, in un mondo fatto di diaspore.
Hassan Blasim ha fatto accendere le luci del teatro perché non gli piaceva l’idea di parlare di morte con un pubblico che ascoltava ma che lui non vedeva e poi ha esordito dicendo che lo humor nero fa parte dell’Iraq di oggi, fa parte del quotidiano, della vita stessa: “Qui ci si è abituati a convivere con la morte e forse per questo ne abbiamo meno paura di voi”. Il suo Frankenstein è una vera ricerca antropologica. Mentre gira per la città per trovare chi ha ucciso le persone di cui è fatto il suo corpo, si definisce come il cittadino iracheno primigenio: fatto di parti di corpi di molti popoli, provenienti da tanti e diversi villaggi, da tante religioni, da varie etnie di persone morte in attentati. Questo strano personaggio vuole vendicare ogni brandello del suo corpo. Il paradosso sta nella domanda e nella sua risposta: chi ha ucciso questi vari brandelli? La risposta è: siamo stati noi. Il corpo di Frankenstein è allo stesso tempo vittima e carnefice che fa partire una vendetta priva di ogni dimensione etica. Questo uomo è un mosaico di tutte le componenti della società irachena, quindi è il prototipo del cittadino iracheno. C’è chi si uccide per lui, per potergli dare i pezzi di ricambio di cui ha bisogno. Lui è il numero uno e i suoi seguaci saranno il due, il tre, il quattro… Sembra il salvatore, ma la storia insegna che chi si presenta come tale finisce per diventare un dittatore. Solo la concordia e l’intesa salveranno questa umanità in declino, non un cavaliere bianco. Questo Frankenstein è davvero strano, ma fa venire una gran voglia di riflettere.

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INTERNAZIONALE
Don Ciotti: Terra più giusta con terre libere

“366  morti due anni fa, a Lampedusa. E le persone soffocate nei camion, i morti della speranza negata, i naufraghi delle nostre coscienze”. Un grido di dolore e di richiamo quello di don Luigi Ciotti – ieri al Teatro Nuovo di Ferrara per il festival di Internazionale – per ricordare quel drammatico 3 ottobre 2013. L’intervento del sacerdote di frontiera, presidente dell’associazione Libera, va ad allargare lo sguardo all’interno dell’incontro intitolato “Terra è casa”. Si parla di agricoltura, si parla di cibo biologico, si parla di coltivazioni sui terreni confiscati alla mafia, si parla di piccoli coltivatori peruviani che decidono di uscire dalla morsa illegale della coltivazione di coca per dedicarsi a colture pulite, sia nei trattamenti sia nel commercio. E, don Ciotti, tutto questo e di più mette insieme con un calore e una passione che scuotono pubblico e autorità. “Dobbiamo gridare insieme che nessuno può essere condannato a vita al suo luogo di nascita. Dobbiamo vivere la libertà in rapporto agli altri, non a discapito degli altri”. E così fa capire come tutto debba stare insieme: la terra pulita, la dignità delle persone, l’agricoltura etica. Un discorso che rinforza e dà spessore a quelli che lo precedono: l’intervento della vice presidente del Perù, Marisol Espinoza Cruz, sul riscatto di tanti agricoltori peruviani uniti in cooperativa per portare sul mercato le piccole produzioni biologiche; quello di Hugo Valdes, direttore della Cooperativa Sin Fronteras peruviana; quello del presidente di Alce Nero, il marchio di produttori di cibo buono e sano, Lucio Cavazzoni; il coordinamento del giornalista Stefano Liberti.

“Occorre una nuova coscienza ecologica che restituisca alla terra la sua anima. E’ quest’anima che ci ha fatto riconoscere il sogno di un siciliano, Pio La Torre, che negli anni ’80 grida quanto sia importante togliere i patrimoni a chi li ha messi insieme con la violenza. E un altro siciliano, don Luigi Sturzo, nel ’900 dice che la mafia ha i piedi in Sicilia ma forse la testa a Roma”. L’associazione Libera vuole dare concretezza a quel sogno – dice con enfasi il prete di strada – il sogno di non lasciare sole le realtà del sud”. Nove cooperative biologiche che Libera non gestisce – precisa – ma che promuove, investe, supporta. “Perché quella pasta, quell’olio, quei taralli che voi trovate sugli scaffali sono la testimonianza che, nonostante tutto, il sogno è possibile. E’ possibile liberarsi dalle mafie e dalla corruzione e riscattare la bellezza a partire dalla valorizzazione dei beni confiscati”. Perché oggi le mafie sono tornate forti – ammonisce don Ciotti – hanno tanto denaro e lo investono: gestiscono una grande fetta dell’agro-alimentare. Le mafie non sono un mondo a parte; vivono tra noi; cambiano sempre, restando se stesse con una capacità di adattarsi molto velocemente e di nascondersi in mezzo a noi. Cooperare significa mettere insieme le forze, il lavoro dà identità e dignità alle persone, come la scuola. Ecco: scuola e lavoro, i due grandi strumenti di lotta alla mafia. “Sono innamorato della terra – conclude Luigi Ciotti – della vita, degli animali. La terra ci è maestra e quelle terre confiscate sono (scusate l’espressione) cosa nostra, sono l’affermazione di un bene di tutti!”.

INTERNAZIONALE
Fotogiornalismo: non la verità ma un punto di vista sulla realtà

Prima ancora della piena affermazione di internet e delle forme digitali della comunicazione, fu la fotografia a scoprire e valicare la frontiera della realtà virtuale. Potremmo definirla l’era di Photoshop, quella che ha dato avvio a una seriale e sofisticata tecnica di fotoritocco che oscilla fra il semplice miglioramento della qualità tecnica dell’immagine e la sua contraffazione, con finalità non sempre dichiarate e nobili. In questo senso, ma al contrario, manifesto era l’intento della Voce di Indro Montanelli, innovativo quotidano ch,e con la geniale direzione artistica di Vittorio Corona, inaugurò con successo una tendenza che però non ha fatto scuola, proponendo ogni giorno in prima pagina un fotoritocco – dagli intenti dichiaratamente provocatorio e sarcastico – una sorta di alternativa alla tradizionale vignetta, non la verità dei fatti, dunque, ma il punto di vista del giornale sull’attualità.

“Il dilemma relativo al rapporto fra realtà è rappresentazione accompagna la storia della fotografia fino dalla sua nascita – sottolinea giustamente Arianna Rinaldo introducendo il dibattito che Internazionale ha dedicato a questo stimolante tema – ma è diventato attualissimo con il fotogiornalismo e il successivo impiego dei moderni software di rielaborazione digitale”. L’aspetto manipoitivo è stato però tenuto ai margini della discussione, per incentrare la riflessione sul ruolo del fotografo-narratore, sul peso del suo sguardo e la consapevolezza che l’operatore ha del suo delicato compito.

Christiane Caujolle segnala come “la definizione di fotogiornalismo rimandi all’interrogativo su cosa sia informazione oggi. Attraverso internet la notizia arriva in maniera sempre più rapida e immediata ma sempre con minori garanzie circa ala sua attendibilità. Qual è lo specifico ruolo dei giornalisti? – si domanda – La fotografia è una rappresentazione e quindi come tale è un’astrazione: non la realtà, ma un punto di vista, che ha sì un collegamento concreto con la realtà, ed è quindi uno spicchio di realtà ma non la verità. In giornali invece spesso usano e strumentalizzano la fotografia per accreditare un fatto come indiscutibilmente vero”.
La raccomandazione del photoeditor francese è “recuperare il senso autentico della fotografia, la consapevolezza che già il punto di vista fisico di un fotografo è frutto di una scelta che come tale non può essere obiettiva né esprimere la verità”.
Da un punto di vista etico il punto caldo è quindi quello dell’intenzione: se mira a un’onesta ricostruzione della realtà o ad orientare la comprensione del lettore verso una ‘verità’ gradita.

Francesco Zizola, celebre e acuto fotoreport, sottolinea come “la tecnica fotografica può creare di sana pianta un’impressione di realtà. Questo dovrebbe suggerire a tutti molta cautela nell’associare la fotografia alla realtà, mentre invece si tenda addirittura a considerarla suo specchio. Invece – osserva – è solo una traccia luminosa del reale”.
Alla considerazione aggiunge un’osservazione brillante: “E’ comprensibile che si cad in questo equivoco, perché quello fotografico è l’unico linguaggio inventato dall’uomo costretto a misurarsi con la luce, obbligato quindi a confrontarsi con ciò che emerge dalla realtà nella sua concretezza e materialità, mentre tutti gli altri linguaggi sono frutto di elaborazioni mentali, quindi di astrazioni. Ma oggi non è più vero neppure questo, perché in laboratorio tutto si può contraffare. Quindi anche la fotografia viene ad essere frutto della nostra fantasia. Pian piano anche il fotogiornalismo sta faticosamente e dolorosamente prendendo coscienza di questo fatto”.

“Ogni immagine . conferma Zizola – è interpretazione e non specchio del reale. Fra fotografia e fotogiornalismo le differenze stanno nelle regole del gioco. Al fotogiornalista è richiesto l’impegno a produrre immagini che (pur frutto di un suo sguardo) non devono essere modificate deliberatamente, con intenti strumentali. In campo al fotogiornalista che concorre a generare un quadro informativo c’è quindi una precisa responsabilità etica. Anche la didascalia – aggiunge – concorre attraverso le parole a sciogliere le ambiguità che l’immagine si porta dietro. Ma ciò che è fondamentale è comprendere che le fotografie sono solo una parte della realtà, ma non ne esauriscono il senso. Sono un racconto che si approssima al reale, come ogni altro discorso umano”.
Emerge con chiarezza come ciascuno di noi – fotografi inclusi – sia testimone non neutrale che filtra la realtà attraverso il proprio punto di vista. “Il fotografo lo fa scegliendo il taglio dell’inquadratura, e così interpreta e suggerisce il percorso di lettura e comprensione dei fatti”.

Un sistema di regole che possa disciplinarne l’abuso non è facile da definire. “Il fondamento etico è ‘non si può mentire’. In America la menzogna dei giornalisti è sanzionata severamente. In fotografia è molto semplice mentire, basta girare l’obiettivo per vedere e documentare cose diverse. Per non parlare poi delle manipolazioni digitali”. Dalle quali, come anticipato, il confronto si è tenuto al largo per concentrarsi – ha spiegato Arianna Ribaudo – sul ruolo del fotogiornalismo in quanto tale, del suo rapporto con il fatto attraverso il suo strumento di lavoro: la macchina fotografica”.

Aggiuinge Caujolle: “Menzogna è non dire al lettore cosa sta guardando: ad esempio se una foto è stata preventivamente vistata dalla censura questo va dichiarato. Il lettore deve conoscere in quali condizioni il lavoro è stato realizzato. La manipolazione è il grande dramma del giornalismo, ma a parte questo deliberato intervento c’è sempre inevitabilmente e a volte inconsapevolmente il suo filtro condizionante perché già l’inquadratura è una scelta che condiziona la comprensione. Peraltro il fotomontaggio ha una grande tradizione, io lo pratico ma va dichiarato e ne vanno dichiarate le intenzioni”.

Infine ancora Zizola: “Le regole ci regalano la credibilità, la possibilità di affermare che non tutto è indiscriminato arbitrio. Ma ricordiamoci sempre che la fotografia è figlia del l’intenzione del fotografo. Il quale è obbligato a scegliere un punto di vista. E l’alterazione della realtà è duplice: il punto di vista dell’autore la rielaborazione finale del lettore”.

atlante mafie

INTERNAZIONALE
Geografie criminali fra narcotraffico e finanza

Mafia capitale come modello della criminalità organizzata del futuro. È la ‘profezia’ di Enzo Ciconte, fra i massimi esperti in Italia della storia e delle dinamiche delle associazioni mafiose e consulente della commissione parlamentare antimafia: “Mi auguro che quello che sto per dire non si avveri, ma temo che il modello romano di condizionamento possa rappresentare il modello futuro di mafia, che si ripulisce delle attività più violente e del traffico di droga ed entra tramite la corruzione nel mondo della politica e dell’economia”. Ciconte lo afferma di fronte al pubblico che sabato pomeriggio ha affollato il cortile del Castello per la presentazione del terzo volume di “Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura”, da lui curato insieme a Francesco Forgione e Isaia Sales ed edito da Rubbettino.
Appena prima ha definito l’organizzazione romana come “un’escrescenza criminale nuova e originale, che ha avuto la capacità di stabilire legami corruttivi con la politica e l’economia al punto di arrivare alla configurazione del 416 bis”, cioè l’associazione mafiosa. E anche l’inchiesta Aemilia sulla presenza mafiosa nella nostra regione (la cui prima udienza preliminare è prevista per il 28 ottobre in uno dei padiglioni della Fiera di Bologna, ndr) ha evidenziato fenomeni corruttivi che hanno portato a condizionamenti e distorsioni nel sistema economico legale. Ciconte però è ottimista: “In Emilia Romagna ci sono le forze e le capacità per una nuova liberazione dalla mafia” che minaccia “il vostro modello di comunità per come lo avete conosciuto negli ultimi cinquant’anni”.

Nel nuovo “Atlante delle mafie” si parla dei rapporti tra mafie ed economia, tra mafie e finanza, perché “il denaro che proviene dalla droga non ha più l’etichetta e si confonde con quello dell’evasione”, ha sottolineato Ettore Squillace Greco della Dda di Firenze, fra gli ospiti della presentazione. Secondo il magistrato questi sono i maggiori cambiamenti degli ultimi anni: la capacità delle mafie di infiltrare la finanza e la loro internazionalizzazione. Ecco perché l’Atlante allarga l’orizzonte al di là dell’Oceano, guardando a Brasile, Messico, America Latina.
Ma parla anche di “cosa è successo a Cosa Nostra dopo la cattura di Riina, ma soprattuto dopo l’arresto di Provenzano”, e di come negli ultimi anni il ruolo dominante sia stato assunto dalla ‘ndrangheta. Due sono i motivi per cui è accaduto, secondo Ciconte: il primo è che “è riuscita a diventare la regina del narcotraffico, in particolare della cocaina”, il secondo è che “è sempre stata un’organizzazione mafiosa sottovalutata e poco conosciuta”.

Le ultime battute dell’incontro sono state dedicate alla necessità di una “nuova religione civile basata sull’etica della responsabilità” dopo la crisi morale e culturale degli ultimi anni.
“Le mafie sono violenza e relazione, non hanno colore politico. I partiti sono autobus sui quali le mafie salgono per arrivare da qualche parte. Noi cittadini dobbiamo saper distinguere fra chi è disposto a fare da bus e chi no, perché in fondo la classe politica è una nostra espressione” ha detto Squillace Greco. “Non le si può considerare solo un problema criminale” e “non ci si può affidare solo ai magistrati”, ha aggiunto Ciconte: “c’è bisogno dell’impegno di tutti”.

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INTERNAZIONALE
Giardini da immaginare: tour nella storia

Giardini che c’erano e che ci sono ancora un poco. Sono quelli che ti porta a vedere la visita guidata “Verde estense”, organizzata all’interno di Internazionale, a Ferrara da ieri e fino a oggi pomeriggio. Il giro è gratuito, ma per partecipare bisogna prenotarsi all’Infopoint sul listone, in piazza Trento Trieste (oggi, domenica 4 ottobre 2015, ore 9-11). Oppure ci si può provare, a presentare sul posto, sperando che qualcuno che si è prenotato non ci sia.

Il giro vale il rischio. Perché quelli che si vanno a vedere non sono tanto i giardini che ci sono, ma soprattutto quelli che avrebbero potuto esserci, quelli favolosi di un tempo andato e quelli che qualcuno – come Giorgio Bassani o i duchi estensi – ha immaginato. Luoghi che magari si conoscono anche già, dove si è passati tante volte, ma da riguardare con occhi nuovi.

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Giardino delle duchesse a Ferrara con l’attrice e regista del Teatro Ferrara off, Roberta Pazi (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino delle duchesse a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Si parte dal Giardino delle duchesse, il cortile in cui si entra sia dal portone aperto su via Garibaldi 6 sia da piazza Castello. Qui la prima, bella sorpresa adesso è di trovarlo sgombro, vuoto, senza tutte quelle panche, bancarelle, casette tirolesi che tante volte lo affollano. Vabbè: in un angolo ci sono delle transenne e una ruspa; il terreno è chiazzato di pozzanghere che colmano il terreno sconnesso; la ghiaia si alterna a un praticello sparuto. Però, finalmente, si può spaziare con lo vista e immaginare questo luogo che accoglieva gli ospiti di Palazzo ducale (ora Municipio) e – soprattutto – ci si può riempire gli occhi dell’albero che troneggia lì in un bell’angolo, con le sue foglie rigogliose e i rami carichi di pomi verdi e tondi, che tra un poco si trasformeranno in cachi arancioni.

Il percorso prosegue dentro al castello e poi giù in corso Ercole I d’Este, la strada ferrarese dei giardini. A partire dal cortile con chiostro e pozzo del palazzo più celebre, che è Palazzo dei Diamanti, con una sbirciatina a quelli di tutti gli altri signori che accolsero l’invito ducale di dotarsi di un palazzo circondato da fronde, fiori e frutti. In mezzo c’è Parco Massari, giardino pubblico da diversi decenni. Lo storico Francesco Scafuri, in veste di guida, spiega perché è un luogo sempre così piacevole. Nel 1852 i conti Massari lo comprano e decidono di trasformare le aiuole rigide e i sentieri retti in uno spazio curvilineo e il più possibile simile a qualcosa di naturale, quasi selvatico. Non più giardino all’italiana, geometrico e schematico, ma parco di alberi e sentieri tortuosi, un luogo dove perdersi e fantasticare; dove riflettere, gioire o lasciarsi andare alla malinconia in sintonia con la natura.

Infine il giardino di palazzo Trotti Mosti. Niente di speciale, tutto sommato, a vedere questo prato con un po’ di alberi e un muretto intorno che affianca la sede del dipartimento di giurisprudenza, in corso Ercole I d’Este 37. Così, almeno, lo si può giudicare se ci si passa distratti e superficiali. La spiegazione dello storico rivela invece che proprio questo potrebbe essere uno dei giardini più cercati della città, da parte tanto dei ferraresi quanto dei visitatori di Ferrara: il romanzesco parco che dà il titolo al “Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani. Proprio quello, sì. A rivelarlo a Scafuri un signore ormai molto anziano, che gli ha raccontato la sua frequentazione dell’edificio negli anni ’30, all’epoca abitazione della famiglia Pisa, di origine ebraica. E che ha voluto fargli sapere come nella lettura del romanzo più famoso di Bassani lo avessero colpito tanti particolari della case e del giardino che aveva visto proprio lì dentro. La distesa verde, certo, era un po’ diversa da adesso, molto più grande, tanto da scavalcare vie ed edifici arrivando fino in via Pavone.

La realtà e l’espansione edilizia cittadina hanno ristretto lo spazio del verde, ma la mente può partire da questi luoghi aperti e ricominciare a spaziare.

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Bicicletta per altoparlanti accompagna la visita guidata ai giardini (foto Giorgia Mazzotti)
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Parco Massari di Ferrara raccontato dallo storico Francesco Scafuri (foto Giorgia Mazzotti)
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Intervento del Teatro Nucleo a Parco Massari (foto Giorgia Mazzotti)
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Giardino di palazzo Trotti Mosti, a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
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INTERNAZIONALE
L’agricoltura in Italia: storie di illegalità e di riscatto

Secondo l’ultimo rapporto di Coldiretti il settore agroalimentare rappresenta il 15% del Pil nazionale, con un valore complessivo di 250 miliardi di euro di fatturato, raggiunti anche grazie ai 272 prodotti dop e igp e alle 4.886 specialità tradizionali regionali che salvaguardano la biodiversità e difendono la tradizione. Nonostante si tratti di ciò che arriva sulle nostre tavole, l’agroalimentare con le sue problematiche e buone pratiche è un settore solitamente poco presente nell’informazione e nel dibattito pubblico.
Ieri due incontri del Festival di Internazionale a Ferrara hanno messo la terra al centro: “Fondi rubati all’agricoltura” e “Terra è vita” hanno messo in luce i due lati della medaglia dell’agroalimentare in Italia. Da una parte il racconto dell’illegalità, con la criminalità che si infiltra nel sistema delle sovvenzioni europee di sostegno al reddito degli agricoltori, dall’altra una storia di riscatto, con una rete di imprenditori e associazioni della società civile che riparte dall’agricoltura perché la Terra dei fuochi torni a essere Campania Felix.

Alessandro Di Nunzio-Diego Gandolfo
Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo

“Fondi rubati all’agricoltura”, di Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, è la docu-inchiesta vincitrice dell’ultima edizione del premio intitolato a Roberto Morrione, fondatore di Rainews 24 e poi direttore di Liberainformazione.
Cinquanta miliardi di euro: sono i fondi europei destinati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comune, cinque dei quali in Sicilia. Attraverso l’Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) l’Europa, per un terreno di proprietà o anche solo preso in affitto, arriva a elargire oltre 1.000 euro per ettaro, perciò più terreni uguale più soldi. Ed ecco che tanti proprietari, al momento della richiesta di contributi, scoprono inesistenti atti di compravendita a personaggi locali della criminalità organizzata o a loro prestanome. Giovani imprenditori agricoli del siracusano e del catanese come Emanuele e Sebastiano non ci stanno, si rifiutano di abbandonare la loro terra e subiscono perciò minacce e intimidazioni. Come il Presidente del Parco naturale dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia, che ha bloccato le assegnazioni dei terreni e ha iniziato a richiedere il certificato antimafia agli affittuari. O ancora Fabio Venezia, sindaco di Troina, che aveva deciso di alzare i canoni di affitto dei poderi demaniali, concessi da anni a prezzi stracciati e sempre alle stesse famiglie. Ma c’è di più: noti esponenti della criminalità organizzata hanno incassato i fondi per anni, perché i controlli antimafia sono previsti solo per i contributi superiori a 150 mila euro, perciò basta fermarsi sotto quella soglia per evitare fastidiose verifiche.
Le conseguenze? Fondi rubati due volte. La prima perché per la Corte dei conti ormai due terzi dei fondi sono diventati impossibili da recuperare dato che il meccanismo va avanti da talmente tanto tempo che il reato è andato in prescrizione. La seconda perché Bruxelles comincia ad avere qualche sospetto: nei mesi scorsi, in una lettera riservata al ministero delle Politiche agricole (da cui Agea dipende) la Commissione europea parla di “gravi carenze” riguardo i “controlli relativi alla gestione dei debiti e delle irregolarità” e per questo ipotizza una “rettifica finanziaria” di 389 milioni. In altre parole ha intenzione di tagliare i fondi.
E questa non è una pratica limitata alla Sicilia: Alessandro è foggiano e parlando con il pubblico a fine proiezione dice di avere forti sospetti che avvenga anche nella sua Puglia, mentre una signora della platea sostiene che capiti anche nella sua Sardegna. È spaventoso pensare alla cifra che si potrebbe ottenere se allargassimo il sistema a tutta l’Italia.

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Nicola Cecere

Per fortuna poi arriva anche la speranza, ripartendo dalla terra. Nicola Cerere è un allevatore di bufale con metodo biologico a Caserta, racconta la sua storia a “Terra è vita”, uno dei tre incontri organizzati nell’ambito di Internazionale da Alce Nero, che fin dagli anni Settanta si occupa di biologico in Italia e nel resto del mondo. La famiglia di Nicola possiede e gestisce quei 65 ettari da circa cento anni e oltre all’azienda lui ha ereditato l’idea che “l’agricoltura vera è equilibrio fra i vari fattori della produzione”, per questo già nel 1975 il padre aveva deciso di abbandonare l’allevamento intensivo e “tornare al pascolo diminuendo i capi”. Nicola, invece, torna al metodo tradizionale perché per il biologico “troppe carte”. Poi incontra Libera, l’associazione antimafia di don Luigi Ciotti: la sua è l’unica azienda che possiede le caratteristiche per fornire il latte al caseificio della cooperativa “Le Terre di Don Peppe Diana” di Castel Volturno. Nicola decide che ne vale la pena e inizia le pratiche per l’ottenimento della certificazione biologica.
Da quando quel lembo di Campania è diventata la Terra dei fuochi però, “alcuni clienti hanno iniziato a chiedere informazioni sui miei terreni di pascolo e sul mio latte”. Nicola provvede alle analisi del caso e trasmette i risultati agli organi competenti, ma capisce che non basta, capisce che l’unico modo per scalzare dall’immaginario comune quei roghi è sostituirla con un’altra storia, quella del “nostro modo di fare impresa” che deve diventare “il valore aggiunto del nostro prodotto”. Da qui l’idea di mettere in rete varie realtà del territorio per “fare un protocollo che diventi per i consumatori una garanzia del nostro modello di agricoltura”: attualmente del progetto fanno parte Legambiente Campania, Alcenero, Libera e, oltre alla sua, quattro allevamenti di bufale. Il protocollo comprende tre ambiti: il modello di produzione, i diritti dei lavoratori e la trasparenza perché “le aziende devono essere aperte al territorio”. “L’intenzione – sottolinea Nicola – è di fare da traino per altri” coinvolgendo altri imprenditori e altri attori sociali.
La storia di Nicola dimostra che una proposta economica solida, concreta, efficace e nello stesso tempo basata sulla qualità e su valori etici e sociali è possibile: un passo in più per la creazione di un sistema economico legale ed etico che combatta la criminalità organizzata attraverso un percorso di riappropriazione e rigenerazione del territorio.

INTERNAZIONALE
E’ la democrazia diretta l’alternativa alla politica schiava dell’economia

Crisi e opportunità. La riflessione di Stefano Feltri vicedirettore del Fatto quotidiano, stimolato dal giornalista Rai Giorgio Zanchini, si è tenuta in bilico fra questi due estremi. Parlando in biblioteca Ariostea del suo ultimo libro (“La politica non serve a niente”) ha focalizzato il ragionamento sul declino della politica tradizionale e sugli orizzonti dischiusi dalle nuove tecnologie anche in termini di processi democratici e nuove modalità partecipative. “Sta nascendo la Repubblica di Facebook”, ha commentato, riferendosi agli spazi di intervento web attraverso i quali ci esprimiamo e ci confrontiamo. “E’ una prospettiva che genera grandi interrogativi”. Alle vecchie oligarchie si sostituiscono nuovi poteri e inediti condizionamenti.
“La crisi attuale – della politica e dell’economia – coincide con una delle più innovative ere dell’umanità per quanto concerne lo sviluppo tecnologico. Al riguardo non sono né ottimista ne pessimista. Storicamente i pessimisti negli ultimi 200 anni hanno sempre avuto torto. La tecnologia distrugge i posti di lavoro tradizionali ma crea altri posti e altre opportunità in differenti settori.
Però stavolta è diverso. I timori degli economisti è che i grandi aumenti di produttività ormai ci siano stati; e considerano per questo difficile ipotizzare nei prossimi anni significativi incrementi occupazionali. Oltretutto per beneficiare delle opportunità della tecnologia bisogna saperla usare. E adesso comincia a diventare difficile insegnare l’uso delle nuove risorse perché sono a un livello talmente avanzato che non è semplice padroneggiarle. Per usare la tecnologia oggi servono competenze elevate, quindi si creano posti di lavoro di altissima specializzazione, quantitativamente limitati, e le opportunità di impiego si riducono”.

Dallo scenario globale l’analisi scivola alle ‘facezie’ di casa nostra. “Il governo Renzi opera attuando sostanzialmente il contenimento della spesa e la riduzione delle tasse, l’agenda è praticamente la stessa in tutti i Paesi occidentali”, ha osservato Feltri. “Adesso vedremo Corbyn se avrà la possibilità di governare cosa proporrà. Ma usare leve di politica finanziaria per sostenere la spesa pubblica probabilmente non si farà mai. In Italia invece adesso per dare impulso alle grandi opere si torna a parlare di ponte sullo Stretto, ma è solo una sparata, giusto per compiacere l’Ncd che lo sostiene e ha bisogno di marcare la propria esistenza, ben sapendo che non si realizzerà mai”.

Come già rimarcato da molti commentatori nei vari dibattiti del festival di Internazionale emerge una sostanziale assenza di alternative politiche praticabili. “Le scelte appaiono obbligate e abbastanza noioso risulta il dibattito politico proprio perché offerta è sostanzialmente la stessa ovunque. La scelta degli elettori, conseguentemente, si orienta su base fiduciaria più che sulla valutazione di opzioni di cui si fatica a cogliere le differenze”.

“La situazione è bloccata dal 2007. La previsione è che la disoccupazione si mantenga all’attuale livello dell’11-12 percento ancora per i prossimi due anni, mentre il Pil è ancora circa nove punti al di sotto di quello di otto anni fa. I segnali di ripresa? Quando si registra uno zero virgola qualcosa di aumento si esulta… In questa situazione oggettivamente è complicato intervenire ed è difficile persino valutare gli effetti reali delle scelte politiche. Gli ottanta euro in busta paga, per esempio, hanno generato qualcosa?”. La disincantata analisi spiega la disaffezione della gente dalla politica, “che si misura attraverso la partecipazione elettorale: i governatori di Liguria e Toscana – aggiunge il vice del Fatto – stante la bassa affluenza alle urne sono stati eletti con il sostegno del 20 percento della popolazione. Come si fa a parlare di seriamente di rappresentatività?”.

Aspro è anche il giudizio su Tsipras, l’uomo che a molti appare come una concreta speranza e alternativa alla politica dominante. “Quando diceva che non avrebbe più firmato gli accordi o era un demagogo in malafede – cosa che non escludo – o ingenuamente riponeva eccessiva fiducia sulla capacità di ripresa della Grecia. Fatto sta che ora governa attuando lo stesso programma che avrebbe portato avanti il centrodestra se avesse vinto. E la grande illusione è svanita. E’ un programma inevitabile. Se la Grecia è il laboratorio per il cambiamento dell’Europa, come hanno dichiarato tanti suoi sostenitori, questo è il risultato: governare rispettando un’agenda imposta dall’Europa alla quale non esistono alternative”.

Se non riparte l’economia la politica è dunque condannata alla sudditanza o può recuperare ugualmente una sua autonomia? domanda a questo punto Zanchini.
“Il messaggio realistico che oggi la politica può lanciare non è riferito alla crescita, ma a priorità minime da salvaguardare: non essere disoccupati, avere un reddito decente e qualche tutela. Se si alimentano invece aspettative superiori al grido di ‘evviva, c’è la ripresa’, si pongono le basi per altre amare delusioni e questo può generare ulteriore sfiducia e disaffezione.
Alcune buone idee le hanno esposte i Cinque stelle: rete di cittadinanza attiva e tagli alle spese per la Difesa e a quelle dei ministeri, da cui si ricaverebbero 15 miliardi che le altre forze politiche non sanno dove trovare per cominciare a garantire un reddito di cittadinanza.
Comunque la politica è destinata a cambiare radicalmente. Non dico si debba necessariamente andare verso la democrazia diretta, ma il modello regge. In questa prospettiva agli elettori si sostuiscono i follower. Se ci pensiamo, qualcosa del genere anche nella democrazie attuali di fatto sta già accadendo”.
E persino la Grecia, in un modello politico di democrazia comunitaria e secondo le logiche della condivisione, si potrebbe salvare senza aspri sacrifici, con un crowfunding continentale: “basterebbe convincere ogni cittadino europeo a devolvere 3 euro e 19 centesimi…”.

INTERNAZIONALE
Data journalism, quando la notizia incontra la statistica

Il modo di fare giornalismo è sostanzialmente cambiato negli ultimi anni, è noto a tutti. Fra le competenze richieste alle emergenti figure giornalistiche c’è la capacità di destreggiarsi nella miriade di informazioni che il web propone, individuando le fonti giuste e distinguendosi perciò dai semplici ‘megafoni’ della rete.
È in questa prospettiva che si colloca il profilo del data-journalist, moderno giornalista che correda alla notizia mappe, grafici ed elementi interattivi. Un facilitatore, un creativo con il preciso compito di rendere la notizia il più appetibile e originale possibile.
Alberto Nardelli del Guardian e Jacopo Ottaviani, due affermati esempi italiani di questa nuova pratica, sono stati protagonisti dell’evento “Perché le storie hanno bisogno di dati” del Festival di Internazionale.

Ecco che la notizia riguardante l’aumento del salario minimo in Portogallo, invece che essere raccontata nel modo più tradizionale, può prendere vita: analizzando l’indice dell’Economist che registra il costo del Big Mac (sì, quello di McDonalds) per ogni singola città, si può comparare la situazione del salario minimo del Portogallo con la situazione di altri Paesi sulla base di quanti Big Mac ci si può permettere in vari luoghi con salari minimi differenti. Un progetto creato e spiegato da Nardelli, il quale precisa che “l’importante sia il cambiamento dell’originalità della notizia, proporla in modi differenti dal normale”.
Ma gli esempi di questi progetti si sprecano: dalle mappe interattive che indicano l’andamento delle elezioni politiche per ogni distretto votante dell’Inghilterra, calcolate in base al numero di seggi, trend elettorali e possibili coalizioni sempre illustrata da Nardelli, si passa alla possibilità di visualizzare una mappa dinamica che registra la dispersione scolastica in Italia comparandola con altri Stati europei, o ancora il numero di investimenti cinesi in Africa e l’importo in miliardi di dollari che circola in ogni singolo Paese. Questi ultimi due esempi sono stati proposti da Ottaviani, il quale ha spiegato che “le mappe sono una miniera d’oro di storie, possiamo analizzare interi fenomeni nei minimi dettagli semplicemente ‘zoomando’ sulle mappe geografiche interattive”.
Ma come lavora un data journalist? Entrambi gli ospiti hanno indicato l’estrema importanza della collaborazione redazionale e del team di lavoro, necessario per coprire ogni ambito che richiede un lavoro di qualità come designer, sviluppatori, esperti di statistica e di ricerca, oltre ovviamente alla scrittura. Allo stesso modo, il data journalist deve sempre tenere in considerazione la riproducibilità del proprio lavoro anche su dispositivi mobile (oramai i più utilizzati dagli utenti) rendendo il prodotto multi-piattaforma.
Sulla questione dei troppi dati della rete e dei possibili errori che si potrebbero commettere nella creazione di mappe statistiche, Nardelli ha ricordato come “l’errore ci sta sempre, l’importante è tuttavia fare moltissima attenzione ai numeri e alle loro origini, e trattare i dati senza pregiudizi con un approccio  il più oggettivo possibile. Le situazioni emotive – ha continuato – sono già insite nei complessi fenomeni che consideriamo, come per esempio l’immigrazione, la bravura del data journalist sta nell’unire queste situazioni alla parte statistica”.
Alla luce di ciò, Ottaviani ha affermato inoltre che “finalmente questo fenomeno sta prendendo piede anche in Italia. Oggi il data journalist è veramente un giornalista a tutti gli effetti”. Dai dati una boccata d’ossigeno in un settore come quello giornalistico spesso restio ad accogliere l’innovazione.

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INTERNAZIONALE
Questione di pelle: gli irrisolti conflitti razziali

di Francesco Fiore

Cinquant’anni fa Martin Luther King riceva il premio Nobel per la pace. Col suo famoso discorso “I have a dream”, negli anni Sessanta guidava la comunità afroamericana nella lotta contro la discriminazione, i linciaggi, la negazione dei diritti e i soprusi nei confronti dei neri d’America perpetrata dai sostenitori del White power. Ma la pacificazione non è si è compiuta. Duri scontri si verificarono nel ’92 con i Los Angeles riots provocati dall’assoluzione degli agenti che pestarono un inerme Rodney King, fino ad arrivare alle proteste di Ferguson dopo la morte di Michael Brown solo l’anno passato. In mezzo a questi eventi, che hanno attirato l’occhio dei media sul tema della discriminazione degli afroamericani, c’è una storia quotidiana di violenza e omicidi di americani di colore. “Stiamo parlando di un afroamericano ucciso ogni 3-4 giorni, esattamente la stessa cronologia dei linciaggi dei primi decenni del secolo scorso”, spiega Isabel Wilkerson, prima reporter nera a vincere il premio Pulitzer. A questo l’inviato del Guardian Gary Younge aggiunge altri dati che mostrano lo squilibrio sociale tra i bianchi e neri come l’aspettativa di vita e la mortalità infantile. Questo fenomeno, secondo Wilkerson, deriva da un sistema di caste basato sull’aspetto degli individui che ha le proprie radici nel periodo dello schiavismo. Caste che sono pericolosamente flessibili, permettendo così di spostare la paura e l’odio di chi ha il potere verso nuove minoranze. Come conferma Younge, “è difficile sottovalutare il ruolo della razza nella determinazione delle diseguaglianze, ma in realtà è una questione di potere”, che la casta bianca ha paura di perdere. Questa interpretazione delle dinamiche sociali americane, ma non solo, sposta l’attenzione e il timore della maggioranza verso gli immigrati, sovrapponendo e incrociando i due temi e creando i presupposti per l’estremizzazione delle posizioni repubblicane, come dimostrato dalle frasi di Donald Trump nella sua assurda campagna elettorale. Il magnate americano, secondo Wilkerson, sta cavalcando la paura dei bianchi che non hanno votato per Barack Obama, la cui vittoria (ottenuta grazie ai voti della comunità nera, ispanica e asiatica) ha causato un contraccolpo che ha rinvigorito i timori della casta dominante. Secondo Younge inoltre “la vittoria di Obama è un simbolo di cambiamento, che non va però confuso per la sostanza. Un progresso che è di Obama ma non è della collettività”.
Secondo l’attivista Jose Antonio Vargas, immigrato americano di origine filippina ma di nome ispanico, è necessario riconsiderare il concetto di cittadinanza, connettendo i discorsi riguardo alla razza e all’immigrazione col filo comune dell’umanità e dell’empatia, così difficile da provare per chi è diverso nell’aspetto o nella condizione sociale.
La storia è piena di esempi di minoranze discriminate che si trasformano in discriminanti, come l’Italia divisa tra nord e sud che ora è unita contro migranti e minoranze etniche. La vera sfida è fermare questo circolo per cui il dominato diventa dominante cercando di concentrarsi sulla natura umana invece che sulla razza.

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IMMAGINARIO
Ingredienti estensi. Il ciottolato.
La foto di oggi…

Di ogni varietà di cioccolato, nocciolato o mandorlato, nougatino o gianduiotto, chi visita la città è certamente ghiotto, poiché ne è lastricata ogni strada, rivestita ogni contrada.

In foto: pavimentazioni in  rustico acciottolato in pietre di fiume, tipico della città medievale.

Vedi l’Immaginario correlato: Il cotto.

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

ACCORDI
L’autostrada.
Il brano di oggi…

Esattamente cinquantuno anni fa, dopo otto anni di lavoro e 273 miliardi di lire spesi, veniva inaugurata la prima autostrada italiana, indicata come A1 ma da tutti conosciuta come Autostrada del Sole.

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Daniele Silvestri

Daniele Silvestri – L’autostrada

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

 

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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