Giorno: 13 Dicembre 2015

IL FATTO
L’Impero del male? Una banalità che fa comodo

Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l’impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così… (Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 3/12/2015)

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MOSCA – Finalmente. Finalmente una voce fuori dal coro. Qualcuno che riconosce che oltre l’ex cortina di ferro, che oggi pare quasi riprendere forma, non è tutto poi così sbagliato. Qualcuno che vede oltre, che ragiona, che pone nuove domande e nuove risposte.

Quella cortina, termine usato per la prima volta da Winston Churchill in un discorso tenuto il 5 marzo 1946 a Fulton, nel Missouri, oggi aleggia nuovamente come un vecchio fantasma risvegliato da un lungo sonno agitato, per volontà di chi vuole trovare un nemico a tutti i costi. E che oggi è un altro, anzi sono altri, violenza, guerre, armi, esseri umani in fuga, disperazione, povertà, incomprensione, incomunicabilità, insicurezza, paura, terrore.

Ci è sempre stato insegnato che a est c’era l’impero del male, quasi una parte di mondo dominata dal temuto Dart Fener di Guerre Stellari, il luogo del vuoto, del grigio, abitato da una storia marginale o che per lo meno non ci dovesse troppo interessare. Qualcuno crede ancora che qui si nasconda Anakin Skywalker, ossia l’oscuro Sith Dart Fener?

La Russia, questa sconosciuta. Un paese, come diceva Fedor Ivanovic Tjutcev (1803-1873) che “non si intende con il senno, / né la misura col comune metro: / la Russia è fatta a modo suo, / in essa si può credere soltanto”. Nulla di più vero, di più attuale. Credetemi.

P1060859Da non esperti di politica internazionale quali siamo, non intendiamo avventurarci in analisi e opinioni che sarebbero superficiali ed emozionali. Ognuno è poi libero di pensare. E questa libertà bisogna guadagnarsela, alla storia dell’uomo di cui si fa (piccola) parte si deve il diritto di cercare di capire, bisogna pensare, ragionare, analizzare, non lasciarsi trascinare da stampa e informazioni spesso non obiettive. È molti di noi sanno il perché. Propaganda, se ne legge tanta, soprattutto quando si vive, anche se per poco, aldilà di quella cortina, quando giunti in Russia con una quasi totale ignoranza del paese, se ne scoprono lati chiari e trasparenti, una storia comune negli ideali e nell’arte, un gemellaggio in un bello che costruiva palazzi e cultura. Italia e Russia hanno a lungo fatto parte di una vita culturale che le vedeva a braccetto, dagli architetti del Cremlino a quelli dell’Ermitage. Nei balletti ci sono le punte di Maria Taglioni, i palazzi e i cortili parlano italiano. La gente è operosa, eredi di quegli udarnik che abbiamo avuto anche noi nelle fabbriche degli anni Cinquanta che cercavano di dare energia a un paese distrutto dalla guerra. Quegli stessi lavoratori che con energia volevano costruire un futuro, rivendicando i propri diritti e guadagnando i propri spazi.

I russi sono forti, non solo per il loro dover sopravvivere a inverni rigidissimi, che sicuramente ne forgia corpo e carattere, ma hanno coraggio, sono uniti, legati alla Madre Patria, hanno ancora i valori di un popolo. Quelli che noi non abbiamo più, che molti hanno dimenticato. Hanno la memoria, quella della Vittoria sul nazismo, quelli dei giovani che ricordano i nonni caduti per la libertà, quella del passato, della loro storia.

P1090535Ognuno ha un veterano in casa, una bandiera, un vessillo, una fotografia, una medaglia, una lettera stropicciata dal fronte, ognuno lo ricorda quell’anziano combattente, i nostri nipoti non sanno nemmeno più cosa quel momento abbia significato per il nostro Paese. In Russia c’è arte, ovunque, ci sono rispetto, voglia di crescere, di uscire da un isolamento storico. Talora c’è nostalgia, ancora più grande di quella di Tarkovsky, più struggente e disperata. Più intensa.

Si approda qui sapendo poco di un così grande paese, anche chi ha studiato nei licei più importanti e prestigiosi, ha trovato poco sui libri di storia, qualche cenno, qualche pagina dedicata agli Zar e alla rivoluzione d’Ottobre, poco sull’assedio di Stalingrado e su cosa abbia significato quella tenace ed eroica resistenza, dall’8 settembre 1941 al 18 gennaio 1944. Molto su grigio e sospetto, immagini di spie veicolate da superficiali e animati film d’oltreoceano. Ripeto, con questo non voglio sottovalutare gli episodi grigi e oscuri della storia di questo paese, il periodo delle purghe o degli errori che molti regimi totalitari hanno perpetrato. Ogni Paese ha la sua croce. Voglio solo far cadere quel velo di demonizzazione che ha avvolto la Russia per tanto tempo, un velo che molti continuano a volte mantenere, voglio solo aprire una tenda, uno spiraglio da cui provare a vedere diversamente, sotto e da un altro angolo, spezzare una lancia a favore del bello che si trova qui, di quanto ancora ci sia da sapere e da scoprire. Perché qui ci sono creatività, speranza, istinto, volontà, movimento, cambiamento. Perché l’Impero del Male è altrove.

A proposito…

8 Marzo 1983: Il presidente statunitense Ronald Reagan definisce l’Unione Sovietica l’Impero del Male. Lo fa a Orlando in un discorso davanti all’Associazione Evangelica Nazionale. Lo slogan, caro agli ambienti conservatori, s’inquadra nella politica reaganiana di fronteggiamento diretto del comunismo con l’inasprimento della guerra fredda e l’abbandono dei processi di distensione. Da questo momento si intensifica la retorica antisovietica e si allarga il divario fra le superpotenze. (Vedi il video di RaiStoria)

 

LA SEGNALAZIONE
In mostra la riscoperta ‘Adorazione dei pastori’ di Rubens, al crocicchio fra Rinascimento e manierismo

di Maria Paola Forlani

Le porte di Palazzo Marino si sono aperte anche quest’anno per il tradizionale appuntamento natalizio con i capolavori dell’arte. Fino al 10 gennaio 2016 il Comune di Milano, a cura di Anna Lo Bianco (catalogo Marsilio) offre la possibilità di ammirare in Sala Alessi una maestosa opera di Pietro Paolo Rubens l’Adorazione dei pastori: una grande pala d’altare riscoperta come opera del pittore fiammingo solo nel 1927 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, folgorato dalla sua visione nella Chiesa di san Filippo Neri a Fermo. L’opera è oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana.

San Luca Evangelista ci dà notizia che nella zona dove era nato Gesù “vi erano alcuni pastori che se ne stavano nei campi vegliando, la notte, sul proprio gregge” (Lc. 2,8).
Il Medioevo ha tramandato all’Evo Moderno due schemi di Natività: quello antico e quello elaborato successivamente con preziose novità quali, ad esempio, la presenza del Padre e di suo figlio adorato bambino. L’Evo Moderno ne elabora un terzo, aggiungendovi l’adorazione dei pastori. I due fatti in verità furono, anche storicamente, così uniti (avvennero entrambi nella stessa notte) che insorgeva spontaneo il bisogno di rappresentarli assieme.

La grande tela dell’Adorazione dei pastori, che Rubens dipinse nel 1608, celebra il momento più intimo e suggestivo della Natività e ci appare come una composizione dipinta in una luce notturna densa di bagliori, nella quale si stagliano le monumentali figure della Vergine con Bambino, San Giuseppe e i pastori, ideati come protagonisti e testimoni dell’evento straordinario, a contorno del Bambino da cui si irradia una luce chiarissima che raggiunge il gruppo dei pastori e l’anziana donna al centro, rapiti e partecipi dello straordinario evento. Il più giovane dei pastori, con la veste rossa, indica il Bambino agli altri: la sua posa in ginocchio e la sua statuaria bellezza richiamano l’influsso delle sculture classiche, che ispira così tanto Rubens.

La Gloria di angeli in alto amplifica tutta la composizione rendendola tumultuosa e densa di pathos, in anticipo sul Barocco. Una scena davvero suggestiva, che fa rivivere un momento centrale della tradizione del Natale. Un’opera grandiosa che racchiude in sé tutte quelle prerogative che raramente ritroviamo unite in un unico dipinto: la qualità altissima, che esprime tutta la forza della pittura del grande artista in questa sua fase di prima maturità, ma anche l’ampia documentazione che permette di seguire tutto l’iter dell’esecuzione, avvenuta in breve tempo e quindi di getto, senza ripensamenti, correzioni, difficoltà. Una situazione davvero unica.
Un precedente per la pala di Fermo, unanimemente riconosciuto, è la famosissima
Adorazione dei pastori di Correggio, detta anche la Notte, che l’artista poté vedere nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia, oggi conservata presso la Gemäldegalerie di Dresda.

Da Correggio, Rubens media l’impianto generale con la Vergine e il Bambino,
intensamente vicini sulla destra, i pastori sul lato opposto di cui riprende quello anziano posto quasi a quinta sul margine sinistro della tela. Anche la gloria dei grandi angeli in alto appare simile, ma se in Correggio sono presenze leggiadre in volo verso l’alto del cielo, in Rubens appaiono come una minacciosa piccola schiera in picchiata verso il basso, con evidente omaggio alle invenzioni di Tintoretto, più volte citato dall’artista.
Se molteplici sono i punti di riferimento figurativi per l’Adorazione dei pastori,
la suggestione dell’opera sulle giovani generazioni, anche attraverso le incisioni, e la forza dell’invenzione di Rubens contagiarono alcuni pittori del Seicento, tra cui Pietro da Cortona negli anni centrali per la nascita del Barocco.

Nella prima commissione pubblica, la grande pala dell’Adorazione dei pastori, per la chiesa romana di San Salvatore in Lauro, Cortona rievoca proprio il precedente di Rubens riprendendone la maestosa figura della Vergine, dalla fisionomia carnosa e marmorea insieme, e il Bambino, dipinto come un gruppo di luce.
L’Adorazione dei pastori è una delle più frequenti versioni scelte dagli artisti e dai loro committenti per la rappresentazione della Natività di Gesù.
Durante la notte, si direbbe, accadono due avvenimenti contemporanei: mentre Gesù nasce nella stalla (a cui pare alludere san Luca attraverso la presenza della mangiatoia), un angelo appare in cielo per dare l’annuncio ai pastori. È questo il momento esatto scelto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni (303 – 1305): a sinistra Maria depone il Bambino nella mangiatoia osservata attentamente dall’asino e dal bue, ed è aiutata da una levatrice; a destra un angelo si rivolge a due pastori. La scena si completa con Giuseppe addormentato e con un gruppo di angeli in volo e in preghiera sulla tettoia appoggiata alla roccia.

Dalla metà del Trecento in avanti, con la svolta verso la cavalleria e aristocratica committenza del gotico cortese, e poi con il progredire di una cultura urbana, etimologicamente “borghese”, le figure dei pastori assumono progressivamente un carattere rustico, marginale. Nella cappella di palazzo Medici di via Larga a Firenze (1459 – 1460), Benozzo Gozzoli completa questo percorso storico-sociale. Le pareti dell’esclusivo ambiente ospitano la cavalcata spettacolare dei Magi, in cui i Medici spesso amano identificarsi, e solo uno spazio molto angusto, su un lato della “scarsella” dell’altare, mostra la presenza dei pastori che vegliavano “facendo la guardia al loro gregge”: ma la scena è ambientata nella luce diffusa di una limpida giornata di sole, e incolmabile appare il distacco sociale.

Molte e suggestive sono le interpretazioni degli artisti in tutto il Rinascimento e Manierismo, tra le più note la “ Natività in notturno” di Lorenzo Lotto, l’Adorazione dei pastori di Luca Cambiaso, di Antonio Campi, le diverse versioni dell’Adorazione dei pastori di Camillo Procaccino o di Jacopo Bassano che ne fecero una loro costante poetica, quasi, per una loro inconsapevole adesione alla pittura di genere.

Siamo così alle soglie del Seicento: la pala di Rubens ora in mostra a Palazzo Marino appare l’esito intenso di un artista che sta completando una vasta formazione internazionale, del tutto capace di elaborare in modo personale gli stimoli devozionali e artistici del suo tempo. In una ravvicinata concatenazione di date e di soluzioni, accanto al dipinto di Fermo si può collocare un’altra opera strepitosa dell’Adorazione dei pastori, che ripropone in forma nuova la rivisitazione del tema.
Nella toccante tela dipinta per i Cappuccini di Messina nel 1609, Caravaggio propone quello che Bellori (1672) già definiva un “notturno povero”. Ogni dettaglio della scena, dagli abiti sdruciti dei pastori agli oggetti di lavoro in primo piano, fino alla “capanna rotta e disfatta d’assi e di travi” rimanda a un mondo contadino umile, ancestrale, eppure carico di intensità toccante.

corsa-dei-babbi

E oggi camminata di Natale!

Una mattinata di festa a sostegno dei ricercatori scientifici impegnati nei progetti della Fondazione Telethon, si tratta della camminata ludico-motoria di 2,5 km nello splendido Centro Storico di Ferrara, con partenza dal Villaggio della Solidarietà in Piazza Trento Trieste e arrivo in Piazza Municipale.
La partecipazione è aperta a tutti: si potrà camminare, correre o seguire la prova in bici… (normative di regolamentazione regionali sulle manifestazioni ludico-motorie). La caratteristica principale dell’iniziativa, che si celebra anche in altre città d’Italia e del mondo, è che i partecipanti dovranno presentarsi alla partenza indossando almeno un capo del costume di Babbo Natale o indumenti di colore rosso.

Info: Claudio Benvenuti 340 1854140 cbenvenuti@rt.telethon.it
Mirko Rimessi 389.4480719 mirko@ferrarasport.com

Partenza: ore 10.30

Iscrizione-donazione: 5 euro devoluti interamente alla Fondazione Telethon

Santa Lucia, doni

Johann Wolfgang von Goethe
Johann Wolfgang von Goethe

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia?

Non dire che vuoi regalare: regala. Non riuscirai mai a soddisfare un’attesa. (Johann Wolfgang von Goethe)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

She’s so heavy

Oggi è il 13 dicembre e, come ogni anno, la star del giorno è sempre Lei, Santa Lucia.
Una delle Sante più pese della storia dei santi e, azzardo, forse la Santa preferita di John Lennon.
Proprio lui, quello più famoso di Gesù Cristo.
Ci pensavo ieri notte prima di addormentarmi e realizzavo che abbiamo ben due indizi che depongono a favore di questa mia stupida tesi.
Si è detto spesso che “Lucy In The Sky With Diamonds” fosse un acronimo assai furbacchione per L.S.D., ma Lennon ha sempre smentito.
Quel furbacchione si è sempre giustificato attribuendo l’ispirazione per il pezzo a un disegno di suo figlio Julian.
Boh.
Però buttiamo un attimo gli occhi sul testo:

Picture yourself in a boat on a river
With tangerine trees and marmalade skies
Somebody calls you, you answer quite slowly
A girl with kaleidoscope eyes
Cellophane flowers of yellow and green
Towering over your head
Look for the girl with the sun in her eyes
And she’s gone

Brano: “I Want You (She's So Heavy)” dei The Beatles Album: “Abbey Road” del 1969
Brano: “I Want You (She’s So Heavy)” dei The Beatles
Album: “Abbey Road” del 1969

Forse sono io che mi faccio troppi viaggi quando non riesco a dormire ma, secondo me, Santa Lucia c’entra eccome.
Poi, quando Lennon fece quella sua sparata fu costretto a rilasciare un’altra intervista e, il giornalista di cui ora non mi torna il nome, gli sgamò in casa un sacco di libri su religioni, mitologia e affinerie varie.
Adesso, lungi da me conferire lo status di storico delle religioni a John Winston Lennon.
Ma quel maniaco ossessivo non me la racconta giusta.
E poi che differenza c’è fra uno strafatto di L.S.D. e una Santa cieca?
Passiamo al numero 2.
A Santa Lucia si attribuiscono queste parole: il corpo si contamina solo se l’anima acconsente.
Ed ecco che il buon John rientra dalla finestra, proprio come in quel pezzo che c’è in Abbey Road.
E in Abbey Road ecco rientra pure Santa Lucia, sempre secondo questa mia stupida tesi.
Su quel disco Lennon ha piazzato un pezzone come “I Want You (She’s So Heavy)” che è oggettivamente dedicato a Yoko.
Ma se andiamo a ristudiarci il martirio di Santa Lucia, però, leggiamo di come, a un certo punto, la nostra Santa diventò “così pesante da risultare insollevabile persino a una decina di uomini”.
Come dice un mio amico “due indizi non fanno una provola”.
E forse dovrei prendere dello Xanax, come fanno le persone normali.
Ma io quella roba non la voglio prendere.
“I’m a believer”, come dicevano i Monkees.
Allora buon 13 dicembre a tutti e, per una volta, concentriamoci sulla pesantezza di questa Santa che da secoli tiene in mano i suoi occhi.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

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