Giorno: 20 Dicembre 2015

La giovane ballerina di Ferrara potrà realizzare i suoi sogni

da: CCDU Minori

Il Tribunale di Roma ha revocato l’allontanamento dalla madre e le permetterà di studiare danza a Milano. CCDU: stop alle perizie psichiatriche e psicologiche nei tribunali

ROMA. Dopo sei ore di udienza e l’ascolto della giovane promessa della danza e dei suoi familiari, il collegio dei giudici del Tribunale di Roma, presieduto dalla dottoressa Franca Mangano, ha revocato il provvedimento di allontanamento dalla madre e ha disposto che potrà studiare a Milano presso il Centro di Formazione AIDA, una scuola di alta formazione professionale che spazia dallo studio della danza classico-accademica all’apprendimento delle principali tecniche della danza contemporanea. La giovane avrà pertanto l’opportunità di realizzare il suo sogno di diventare un étoile di livello internazionale. L’annuncio è stato dato dall’avvocato Francesco Miraglia, legale della ragazzina aggiungendo: «una giustizia che tenga conto dei sentimenti oltre che del Codice, è possibile».
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus esprime piena soddisfazione, perché la decisione dei giudici ha ribaltato la perizia dello psichiatra consulente tecnico d’ufficio: “I giudici hanno compreso come non sia possibile allontanare una ragazza dalla sua famiglia e dai suoi sogni sulla base di una presunta patologia inventata cui lo psichiatra non ha saputo neppure dare un nome. Quando hanno dato ascolto alla voce della bambina, hanno potuto verificare come quella valutazione si scontrasse palesemente con la realtà dei fatti: si sono ripresi il loro ruolo istituzionale di “Perito dei Periti”, ribaltando la sentenza. Invitiamo i giudici e tutti gli operatori di giustizia a riflettere sull’implicita discrezionalità delle perizie psichiatriche. Se vogliamo risolvere pienamente il problema degli allontanamenti facili dalle famiglie, è indispensabile riconoscere e comprendere l’incompatibilità tra le discipline psicologiche e psichiatriche e la giurisprudenza: contrariamente alle scienze mediche, nelle quali i margini d’incertezza sono assai più ridotti e dove esistono delle verità comunque accettate e riconosciute, sia pure in modo transitorio e sempre modificabile, nella psichiatria e nella psicologia le diagnosi sono caratterizzate da un altissimo grado di arbitrarietà e soggettività, e le certezze sono pressoché inesistenti.”
La vicenda di questa giovane ballerina era nata nell’ambito di una separazione conflittuale. Sfortunatamente, come spesso succede, il giudice aveva richiesto il parere di un Consulente tecnico d’ufficio, un neuropsichiatra infantile di Roma. Secondo lo psichiatra, la bambina andava allontanata dalla madre. Il caso aveva suscitato un forte interesse mediatico e la formazione di un gruppo Facebook con oltre cinquemila iscritti. Inoltre, il 21 novembre in piazza del Municipio a Ferrara, il nostro comitato ha partecipato a una manifestazione in suo favore e contro le perizie psichiatriche nei tribunali con oltre 200 partecipanti. Lo scorso 25 novembre la Questura di Ferrara, stante la ferma volontà contraria della minore, aveva preso atto dell’impossibilità di eseguire il decreto, e ha spinto il Tribunale di Roma ad acconsentire l’ascolto della ragazza in conformità con l’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.
Auguriamo a questa ragazza di superare velocemente i traumi causati da questa vicenda, e di poter essere felice e realizzare in pieno i suoi sogni.
Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

INSOLITE NOTE
Il rock di Gray: un cerchio che racchiude Italia e West Coast americana

“Sessantanoveincerchio” è il nuovo album di Gray distribuito da New Model Label di Ferrara. È stato registrato a Prato, Civitavecchia, Crotone e presso il Revolver Studios di Portland, nell’Oregon. Ecco perché si porta dietro i racconti e l’energia dell’Italia e insieme della West Coast Americana, dove il rocker ha vissuto e lavorato per un certo periodo.

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La copertina dell’album Sessantanoveincerchio

Gray si è subito ambientato a Portland, dove si respira musica e arte in ogni angolo, e dove c’è una scuola di musica tra le più importanti degli Stati Uniti, famosa soprattutto per gli eventi e i corsi di jazz.
Il titolo del disco può evocare filosofie orientali, ma molto più semplicemente si tratta dell’anno di nascita di Gray, chiuso dentro un cerchio: simbolo di cicli che si aprono e chiudono.
Il rocker, di origini calabresi, sin dal primo accordo di “Cose”, il brano di apertura di “Sessantanoveincerchio”, ci riporta nel mondo rock di antico sapore, italianizzato al punto giusto per esprimere una vasta gamma di emozioni, che soltanto la perfetta simbiosi tra voce, chitarre elettriche e acustiche riesce a comunicare. Il disco inizia con un pezzo mozzafiato che si trasforma in ballata, per poi riprendere il ritmo e spezzare ogni rischio d’impronta monocorde. Il testo è a tempo, una sintesi di metafore essenziali prive d’inutili giri di parole: “Ci sono cose che ti tengono in ballo come fosse il primo appuntamento…”.

cavallo a dondolo
Il manifesto dei live di Gray, un rocker da ascoltare dal vivo

Sulla stessa linea sono “Lunatica” e “Ho sentito dire”, che ampliano il “raggio di azione” compositivo di Gray, includendo anche melodia, passione per Bukowski e romanticismo libero, ricco di sfumature e significati, ben rivelati con le loro implicazioni filosofiche e popolari, rintracciabili nel linguaggio crudo e quotidiano. Questo concetto si adatta anche a “Ballata per una stella” e “Ninna nanna”, dove la voce di Gray prende il sopravvento e avvolge i suoni con toni caldi ed estensioni piacevoli. “Dormi dolce dormi” parla di amore e abbandono, di quell’attimo fuggente da vivere tutto d’un fiato, tra il calore di un abbraccio e un brindisi all’oblio.
“Abusi” è diretto, come un pugno in faccia, un omaggio a Charles Bukowski, autore crudo e frenetico, protagonista e anima dello spettacolo/reading “FiglidiunaMaddalena” (canzoni, poesie e storie di ordinaria follia), portato in scena da Gray con Frankie Gj.

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In “Silenzio parole” il ritmo lento della batteria introduce una ballata di atmosfera, intenta a intrecciare i pensieri dentro al buio che non parla, come recita una strofa del brano.
“L’essenza” e “Non erano rose” si esaltano con accelerazioni e sfumature hard, mentre “Vorremo essere tutti delle star”, conclude il disco con ironia e speranza: “Faccio quattro smorfie qui davanti allo specchio per vedere che effetto fa un difetto e tentare di uscire di casa dalla parte buona…”.
Le canzoni di Graziano “Gray” Renda incarnano 10 anni della sua vita, un viaggio emotivo vissuto giorno per giorno, toccando aspetti quotidiani, riflessioni, sogni e un po’ di rabbia: “No, non erano rose ma piante carnivore e baci all’arsenico”. Il suo primo album è “Babylon”, del 1989, sono passati 26 anni, ma la grinta e la voglia di raccontarsi non sono cambiate, come si evince anche dalla recente cover di “Amore caro amore bello”.

Guarda il video ufficiale di “Ho sentito dire”

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NOTA A MARGINE
Guerra e pace in Europa

“Questa Europa, con tutti i suoi difetti, è riuscita a far passare 70 anni senza guerre al suo interno forse una parte di merito la si deve al progetto federalista”, questa frase è uno dei luoghi comuni più persistenti tra coloro che difendono a spada tratta l’Unione Europea, a tratti confusa con l’unione monetaria denominata ‘Eurozona’. Cioè, se usciamo dall’euro usciamo dall’Unione Europea e magari rischiamo, oltre alla catastrofe economica, anche qualche guerra.
In realtà, questo inno alla pace già così suona un po’ egoista visto che continuiamo, come europei, a proporre guerre un po’ dappertutto nel mondo. Anche Hollande ultimamente ha detto che siamo in guerra, certo non con un’altra nazione europea, ma con il terrorismo e quindi credo intendesse con la Libia, la Siria, l’Afghanistan, l’Iraq, il Mali e ovviamente, visto che con i sunniti facciamo affari d’oro, con gli sciiti iraniani e di Hezbollah. Poi ultimamente ci sono anche la Russia di Putin e l’Ucraina da considerare, comunque l’elenco non è esaustivo.

Però in Europa non ci sono guerre, incontestabile, nel senso che non abbiamo truppe francesi ai confini con la Germania o con l’Italia e l’Inghilterra non sembra intenzionata ad attaccare la Spagna o il Portogallo.
Ma ha un senso storico questa affermazione? Il secolo passato di sicuro ci ha sconvolto con due guerre mondiali scoppiate e combattute in Europa, la seconda, tra l’altro, causata dalla cattiva gestione dei trattati di pace della prima.
A quella guerra l’Inghilterra arrivava ancora da protagonista e con scampoli di impero alle spalle, la Germania di Hitler era diventata una superpotenza e iniziava la guerra con, per esempio, più di 4.000 aerei da combattimento. La Seconda Guerra Mondiale la lasciò distrutta e divisa tra le forze di occupazione fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, la Francia fu conquistata e occupata con un anno di guerra e l’Inghilterra lasciò lo scampolo di impero e di egemonia mondiale agli Stati Uniti che insieme all’Unione Sovietica presero possesso, oltre che del mondo, anche dell’Europa.

L’Europa tutta risorse dalle sue ceneri grazie al piano Marshall degli americani, che fu concesso a patto che che quei soldi venissero spesi per progetti comuni, del resto come avrebbero potuto ricostruire il loro mercato e riavere indietro i prestiti erogati se quelle ceneri non si fossero tramutate in ricostruzione?
Quindi in un mondo oramai diviso tra USA e URSS e che da entrambe veniva controllato con truppe, carri armati, aerei e navi lasciati esattamente dove erano arrivati nel 1945 e sulle macerie nostrane (oggi ancora in gran parte presenti), quale guerra sarebbe stata possibile? L’Unione, la Comunità europea, fu iniziata con la CECA per soddisfare altre pretese e l’idea federalista ha seguito non anticipato queste tendenze, pur ovviamente nascendo prima cronologicamente. Se non ci fossero state di fondo le ragioni economiche e geopolitiche americane, non si sarebbe sviluppato nemmeno il resto.

Il luogo comune, la pretesa, che il progetto federalista sia alla base della presunta pace in Europa è oggi fuorviante perché si confonde, a mio giudizio, un’intenzione con il risultato. Noi popoli europei non siamo in guerra dal 1945, non considerando i Paesi dell’ex-Jugoslavia che forse non sono europei come l’Italia o la Francia, perché non avevamo la forza e nemmeno l’autonomia per farci la guerra. Se mai ci fosse stata una guerra sarebbe stata tra coloro che potevano permettersi da farla, ovvero Stati Uniti e Unione Sovietica e purtroppo sarebbe stata combattuta in primis sul suolo europeo ma chi poteva si è reso conto che non avrebbe avuto molto senso, per questo non c’è stata.
L’Europa ha subito la pace, non l’ha decisa grazie al progetto federalista che tra l’altro non si è mai attuato perché gli Stati sono sempre andati ognuno per conto suo. E poi, perché fare la guerra tra Paesi avanzati, moderni, tecnologici con i carri armati, le bombe, i mitra quando i paesi democratici si possono controllare con le borse, i derivati, la finanza? Oggi la guerra è un affare da terzo mondo, servono posti e popoli a cui destinare i prodotti delle industrie delle armi e per affermare interessi geopolitici. L’Europa è già stata conquistata, quindi una guerra in senso stretto, classico da queste parti non ha più senso e allora, per favore, troviamo altri meriti al ‘progetto federalista’.

letterina natale

TRADIZIONI
La letterina di Natale: che ansia quei brillantini

I ricordi del Natale cui Teresa è più affezionata sono quelli sul suo primo albero di Natale e sulla letterina che si scriveva a scuola a Gesù Bambino.
“L’albero di Natale, abbiamo iniziato a farlo solo dopo la guerra, prima non era ben visto dal parroco perché non era considerato cattolico”: “in casa nostra, da che mi ricordo, c’è sempre stato il presepe, l’albero invece non lo facevamo tutti gli anni”. “Usavamo delle bellissime palline di vetro, molto probabilmente regalate dai vari conoscenti, perché non avevamo certo i soldi per comprarle tutte. Ero riuscita a conservarle fino a un paio di anni fa, ma poi con il terremoto sono andate perdute. Che rabbia mi viene, non farmici pensare troppo!”
Naturalmente gli alberi finti erano ben di là da venire, ma anche quelli vivi erano molto rari: “il nostro primo albero di Natale, come poi per molti anni a seguire, non è stato un abete vero perché costavano troppo. Un bastone di legno faceva da tronco e poi mi ricordo che il nonno infilava in alcuni buchi dei rami di abete, erano le potature che si facevano nei giardini e si riciclavano in questa maniera”. “Le prime luci che si usavano non erano elettriche come ora, ma candeline infilate dentro a portacandele con una mollettina che si agganciava ai rami. Le luci elettriche sono venute molto dopo: mi ricordo che a mia sorella piaceva giocare con l’intermittenza, ma la mamma si arrabbiava molto perché era pericoloso”.
Uno dei gesti rituali di preparazione al Natale era la letterina scritta negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze. Era indirizzata a Gesù Bambino, non a Babbo Natale, che sarebbe arrivato solo dopo la guerra insieme alla Coca Cola, e la si scriveva per chiedere scusa di aver disubbidito alla mamma e al papà, non per reclamare i più svariati regali. “La letterina – spiega Teresa – la scrivevamo a scuola nei giorni prima delle vacanze: ci facevano portare la carta da lettera, o un foglio bianco quando non ci si poteva permettere altro, e in altro a destra ci facevano disegnare Gesù nella greppia, come se fosse una specie di intestazione”. “La nostra maestra era bravissima – si intenerisce e sorride – perché se ne inventava di tutti i colori per farci fare dei bei lavoretti: mi pare che addirittura ricalcassimo i disegni alle finestre. Poi li coloravamo con le matite e con le dita sfumavamo i colori. L’operazione più difficile però era fare la cornice con i brillantini: con il pennello dovevamo spalmare la colla liquida e poi ci mettevamo sopra i brillantini colorati. Sbavare e spargere i brillantini per tutto il foglio era il mio terrore!”
La lettera “era piena di buoni propositi per l’anno nuovo e di scuse per tutte le volte che avevi disubbidito alla mamma e al papà. Sì perché anche se era indirizzata a Gesù, in realtà chi la riceveva era proprio il papà: la si metteva sotto il piatto il giorno del pranzo di Natale, doveva essere nascostissima e lui fingeva di essere sorpreso nel trovarla là alla fine del pranzo: era un momento di grande eccitazione attorno alla tavola. No aspetta! La nascondevamo sotto il piatto della minestra e lui avrebbe dovuto trovarla dopo aver mangiato il primo – si corregge Teresa – perché mi ricordo che ogni anno si divertiva a stuzzicarci e diceva con la mamma: “Oggi non cambio piatto eh, mangio tutto qui, anche il secondo!” Io guardavo la mamma delusa perché così avrebbe visto la lettera solo una volta finito di mangiare”.
Se vi state chiedendo come facessero a nascondere sette letterine sotto il piatto, ecco la spiegazione di Teresa: “In realtà era tradizione che solo il più piccolo la nascondesse: noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare tutti, essendo nati in anni diversi”.
“Una volta scoperta, il papà la leggeva forte a tavola davanti a tutti e ci faceva i complimenti e soprattutto ci dava una piccola mancia: era l’unica di tutto l’anno!”

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici

La luce dell’infanzia nell’arte sacra: la tenerezza della Madonna con il Bambino

3. SEGUE. Il tono contemplativo di molte immagini della Madonna con il Bambino (Madonna della tenerezza), associa al tema dell’amore materno quello del mistero divino che s’incarna tra le braccia della madre Maria.

Dalle solenni icone di tradizione orientale con il figlio di Dio che guarda affascinato la bellezza della donna prescelta, alle scene intime della pittura occidentale, dove il piccolo Gesù gioca con Maria o cerca il latte dal suo seno, il messaggio risulta chiaro. Il Dio dell’amore ha voluto imparare i gesti dell’amore umano da una donna: si è fidato del suo affetto, ha ricevuto e dato carezze, ha soddisfatto la sua fame nella sua bontà e famigliarità.

La ricca produzione di opere di Madonna con Bambino e il loro successo presso la committenza, si fondano sull’abilità dell’artista di umanizzare il rapporto Gesù-Maria con un tale convincimento da risvegliare la nostra immaginazione e contemporaneamente il nostro desiderio di spiritualità.

Nella storia dell’arte la pittura di Madonne inizia con una leggenda. Il primo ad aver dipinto un ritratto di Maria è stato l’evangelista Luca – che la leggenda narra fosse anche pittore – determinandone il modello iconografico a mezza figura della Vergine con il piccolo Gesù in braccio, particolarmente diffuso nei secoli XV e XVI  nell’arte veneta e fiamminga.

Forse mai alcun artista è stato così intimamente associato al tema della Madonna con il Bambino come il veneziano Giovanni Bellini (1434-1516). Quando a metà del Quattrocento iniziò a produrre immagini di Madonne per la devozione privata, scelse il formato a mezzo busto utilizzato da San Luca per indicarne la caratteristica del ritratto, pur mescolando elementi naturalistici ad elementi evocativi: come il parapetto in primo piano che mette in prospettiva le due sacre immagini, ma è anche elemento stesso di separatezza del mondo sacro dal quotidiano. Inoltre il davanzale si trasforma in altare, dove le sfere del sacro e del terreno si incontrano, dove il sacrificio di Gesù viene ritualizzato nella celebrazione della messa. Altre volte, l’altare parapetto allude alle metafore della tomba e della stessa Vergine Maria perché in entrambe Gesù è stato rinchiuso e da entrambe è nato, come neonato nella natività,come Salvatore nel sacrificio eucaristico.

Giovanni Bellini, Madonna Lochis. Bergamo, Accademia Carrara
Giovanni Bellini, Madonna Lochis. Bergamo, Accademia Carrara

Nelle immagini di Giovanni Bellini colpisce la bellezza della Vergine velata da toni di tristezza e riflessione. Colpisce l’ovale delicato dominato da grandi occhi scuri che guardano all’interno, raramente diretti al Bambino o all’osservatore. Sono immagini di un distacco che non è indifferenza, ma prescienza e ci suggeriscono i significati più squisitamente intimi di Maria che presenta il figlio alla nostra adorazione.

L’illusionistica tensione tra il mondo dell’osservatore e il mondo del divino costituisce il punto focale drammatico della Madonna Lochis (1475), dell’Accademia Carrara di Bergamo. Lo sfondo del dipinto, ricoperto da un ombroso tessuto rigidamente pieghettato, racchiude la scena con il risultato di focalizzare l’interesse sul gruppo Madonna-Bambino che sembra spinto in avanti, quasi fuori dallo spazio dipinto. Il manto blu scuro della Vergine copre solo in parte il robusto corpo inquieto di Gesù che, nella squilibrata torsione, sembra evocare l’immagine del Cristo adulto caduto sotto il peso della croce nella salita al Calvario, mentre le mani di Maria richiamano l’attenzione sui genitali del bambino parzialmente scoperti. Qui, come in altri frequenti casi, la nudità del sesso sembra voluta per ricordare il sacrificio di Gesù reso possibile dalla sua incarnazione e può essere messo in relazione con un episodio descritto nelle Rivelazioni di santa Brigida di Svezia, risalenti al XIV secolo in cui la Madonna scopre i genitali del neonato Gesù perché i pastori presenti attorno alla mangiatoia testimonino che egli è il Salvatore, maschio, anticipato dai profeti.

ferrara

Angolo di sera

Le strade viste da un angolo hanno un fascino speciale, specialmente di sera: si mostrano solo in parte, nascondono l’altra metà. E spostandosi lentamente, la strada cambia in ogni momento, fotogramma dopo fotogramma, come nella pellicola di un film… fino alla fine. The end.

In foto: via Colomba vista dal muro laterale della chiesa di San Nicolò, a Ferrara.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

amore

Amore

Haruki Murakami
Haruki Murakami

Amore, amore, di quanto ne avrebbe bisogno il mondo…

Se non c’è l’amore, il mondo è come il vento che soffia fuori dalla finestra. Non lo si può sentire sulle mani, non se ne percepisce l’odore. (Haruki Murakami, La fine del mondo e il paese delle meraviglie)

 Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

È sempre colpa degli anni ’90

La notizia del giorno, almeno per me, è una sola: Macauley Culkin è ancora vivo.
Io ero rimasto a quella voci che lo davano di nuovo disperso nella fattanza.
Quindi vederlo in “DRYVRS”, questa vaccata di web serie in cui rivive il trauma di quel famoso natale mi rende felice.

Brano: “Sunday” dei Sonic Youth Album: “A Thousand Leaves“ del1998
Brano: “Sunday” dei Sonic Youth
Album: “A Thousand Leaves“ del1998

Da piccolo c’ero davvero sotto con “Mamma ho perso l’aereo”.
Penso di averlo imparato a memoria.
L’ho anche riguardato due anni fa e – pronto a prendermi le mie pernacchie – per me resta un filmone.
Quest’anno poi ho finalmente visto “Papà ho trovato un amico” e mi è piaciuto pure quello.
Quindi forse dovrei mettermi lì a guardare tutti i film che ha fatto Macauley Culkin perché alla fine non mi ha ancora deluso.
A parte quella volta che si è messo a fare le cover dei Velvet Underground storpiando tutti i pezzi a tema pizza, forse.
Voglio bene a quell’uomo e sono contento che non sia diventato un’altra vittima degli anni ’90 perché come dice il proverbio “è sempre colpa degli anni ’90.
Quindi, visto che oggi è domenica, un pezzo a tema e un’altra grande interpretazione di Macauley Culkin.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

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